Santiago Posteguillo

CIRCO MASSIMO. Parte 1.

Titolo originale: Circo Mximo.
Traduzione di: Adele Ricciotti - Grandi & Associati.
2017 - EDIZIONI PIEMME - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Dopo L'Ispanico, Santiago Posteguillo, l'autore numero uno di fiction storica in Spagna, torna a raccontare le gesta di Marco Ulpio Traiano. Roma non fu mai cos grande come sotto il suo dominio: primo imperatore nato fuori dalla penisola italica, in Hispania, Traiano govern un regno estesissimo, pieno di contraddizioni e lacerazioni. Eppure, non dimentic mai di applicare la giustizia e la legge, ispirato dall'amore per l'onest e la clemenza che lo contraddistingueva. Davanti a lui, negli anni, scorreranno come in parata la rivalit politica, la ragione e il sentimento, la violenza e l'onore, l'odio e la cattiveria, la meschinit e la lussuria, ma anche lampi di nobilt e speranza. Star a lui, l'Optimus Princeps, elevarsi al di sopra delle piccolezze umane, e governare come solo un vero imperatore sa fare. Un imperatore deciso a passare alla storia.
Ma ci sono notti in cui la fiamma del tempio di Vesta tremola... e la ruota del destino comincia a girare. In quei momenti, tutto  possibile. Anche la morte di Traiano, che, nonostante tutto, molti vorrebbero...
Circo Massimo  la prima parte del volume Circo Mximo. La seconda parte, sar pubblicata con il titolo: L'ira di Traiano.
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L'AUTORE.
Santiago Posteguillo, autore numero uno di romanzi storici in Spagna,  nato a Valencia nel 1967. Dopo L'Ispanico, grandissimo successo in Spagna e in Italia, con questo romanzo torna a raccontarci le gesta di Traiano.
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Questo libro  un'opera di fantasia. I fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall'autore.
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Per Elsa e Lisa, la musica della mia vita.
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Informazioni importanti per il lettore
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All'interno di Circo Massimo, il lettore trover alcune tavole illustrate e dei diagrammi, con lo scopo di aiutare la comprensione della storia. Per quanto riguarda la descrizione delle corse delle quadrighe, si offrir regolarmente lo schema della graduatoria con la posizione esatta di ogni auriga in pista e in ogni momento della gara.

In aggiunta, in fondo al volume, sono presenti le appendici, dove  possibile consultare, durante la lettura, un dettagliato glossario di termini latini e dacichi, oltre all'albero genealogico della famiglia imperiale di Traiano. In questa stessa sezione di Circo Massimo sono presenti mappe di Roma e della Dacia, altre che mostrano le varie battaglie, cos come alcuni ritratti di soldati romani e di guerrieri dacichi e sarmatici che parteciparono alle guerre daciche. Infine s'include una bibliografia dei documenti consultati dall'autore durante la stesura del libro.
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Dramatis personae.

Famiglia imperiale
Marco Ulpio Traiano, Imperator Caesar Augustus
Pompeia Plotina, moglie di Traiano
Publio Elio Adriano, pronipote di Traiano
Vibia Sabina, pronipote di Traiano
Marcia, madre di Traiano
Ulpia Marciana, sorella di Traiano
Matidia maggiore, nipote di Traiano
Matidia minore, pronipote di Traiano
Rupilia Faustina, pronipote di Traiano
Legati e senatori del circolo di Traiano
Gneo Pompeo Longino, legatus, amico fidato di Traiano
Nigrino, legatus, amico di Traiano
Lusio Quieto, legatus e decurione, amico di Traiano
Lucio Licinio Sura, senatore ispanico
Plinio il Giovane, senatore e avvocato
Celso, senatore e legatus
Palma, senatore e legatus
Tettio Giuliano, legatus della VII Claudia nella Mesia Superiore
Frontino, senatore e consigliere di Traiano
Laberio Massimo, legatus
Menenio, senatore e padre della vestale Menenia
Cecilia, moglie di Menenio e madre della vestale Menenia
Altri personaggi vicini alla famiglia imperiale
Dione Cocceiano, filosofo greco, oggi noto con il nome di Dione Crisostomo
Critone, medico dell'imperatore Traiano
Gaio Svetonio Tranquillo, scrittore romano e procurator bibliothecae augusti
Apollodoro di Damasco, architetto
Domizia Longina, moglie di Domiziano
Publio Acilio Attiano, antico tutore di Traiano
Senatori oppositori di Traiano
Mario Prisco, senatore e antico governatore
Pompeo Collega, senatore
Cazio Frontone, senatore
Salvio Liberale, senatore
Sacerdoti
Cicurino, flamen Dialis, sacerdote supremo di Giove
Salinator, rex sacrorum
Vestali
Menenia, vestale
Cornelia, Vestale Massima
Tullia, Vestale Massima
Claudia, vestale
Aurighi del Circo Massimo
Celer, auriga della squadra Rossa
Acleo, auriga della squadra Azzurra
Pulcher, auriga della squadra Verde
Taurus, auriga della squadra Azzurra
Cavalli del Circo Massimo
Niger, cavallo della squadra Rossa
Orynx, cavallo della squadra Rossa
Tigris, cavallo della squadra Rossa
Raptore, cavallo della squadra Rossa
Tuscus, cavallo della squadra Azzurra
Passerinus, cavallo della squadra Azzurra
Pomperanus, cavallo della squadra Azzurra
Victor, cavallo della squadra Azzurra
Pretoriani
Sesto Attio Suburano, prefetto del pretorio
Tiberio Claudio Liviano, prefetto del pretorio
Aulo, tribuno pretoriano
Altri ufficiali e/o legionari dell'esercito romano
Tiberio Claudio Massimo, duplicarius della cavalleria romana
Cincinnato, tribuno militare
Caio, legionario della frontiera del Danubio
Quinto, legionario della frontiera del Danubio
Decimo, centurione romano disertore
Caio, legionario disertore
Secondo, legionario disertore
Personaggi dacichi e loro alleati sarmatici e rossolani
Decebalo, re della Dacia
Diegis, nobile dacico
Vezinas, nobile dacico
Bacilis, sommo sacerdote della Dacia
Dochia, sorella di Decebalo
Zia, schiava al servizio di Dochia
Ermilo, schiavo al servizio di Longino
Susago, re dei Rossolani
Amage, donna rossolana
Marzio, gladiatore, mirmillo e guerriero alleato dei Sarmati; poi conosciuto con il nome di Senex
Alana, guerriera sarmatica, antica gladiatrix, moglie di Marzio
Tamura, bambina sarmatica, figlia di Anala e Marzio
Akkas, capo sarmatico
Personaggi dell'Anfiteatro Flavio
Trigesimo, lanista
Carpoforo, bestiarius
Maroboduo, gladiadore
Verre, cuoco
Cristiani
Giovanni, discepolo di Ges Cristo
Ignazio, vescovo di Antiochia
Evaristo, vescovo di Roma,
Alessandro, assistente del vescovo di Roma
Marcione, commerciante della Frigia
Altri personaggi
Scauro, controllore di clessidre
Atello, delinquente della Suburra
Malleolo, esattore delle tasse
Personaggi dell'Impero partico
Osroe, hn h, re dei re della Partia
Partamasiri, fratello di Osroe
Personaggi dell'Impero kusana
Shaka, ambasciatore dell'imperatore Kadphises
Personaggi della dinastia Han
Li Kan, guerriero della cavalleria Han
Chi tu-wei, comandante della cavalleria Han
Personaggi del passato
Gaio Giulio Cesare, senatore e dittatore romano
Tito Flavio Domiziano, Imperator Caesar Augustus
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Proemium
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Hora prima delle idi di marzo dell'anno 710 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma [Alba del 15 di marzo del 44 a.C.]

Centro di Roma, residenza di Gaio Giulio Cesare, dittatore e Pontifex Maximus

Giulio Cesare si port l'indice e il pollice della mano destra sulle palpebre chiuse. Aveva lavorato per un'ora chino sul tavolo del tablinum, il suo studio privato, nella grande domus situata al centro della citt. Si pieg in avanti e sospir. Poi lasci cadere la mano destra sulla superficie del tavolo, su alcune mappe che aveva annotato. Si chin di nuovo su quelle carte geografiche e i suoi occhi ripassarono le posizioni che aveva appena segnalato per le legioni. Ci sarebbero state sufficienti truppe per quel progetto? Non ne era sicuro. Doveva riflettere pi attentamente prima di intraprendere quella marcia verso Oriente. I calcoli potevano essere imprecisi e un errore sulla mappa poteva condurre a una rovina dalla quale Roma non si sarebbe mai ripresa. Doveva controllare nuovamente le cifre, ma prima riposare un poco. Quella notte aveva dormito a stento. Tuttavia, di una cosa era certo: il piano poteva funzionare. E anche l'altro, quello che aveva preparato per il Danubio. Potevano funzionare entrambi. Si dovevano solo calcolare molto attentamente le truppe necessarie e prepararsi con una determinazione totale, una fede assoluta nelle possibilit di riuscita delle due imprese, da affrontare con lo stesso impeto con cui aveva cominciato le conquiste della Gallia. E, naturalmente, c'era bisogno di coraggio. Poteva funzionare. Doveva funzionare. Batt il pugno sulle mappe.

Sent un brivido di freddo. A Roma, la primavera tardava ad arrivare. Si alz e ripieg con cura le carte. Gli era costata fatica ottenere le copie fedeli di tutte le remote regioni situate oltre le frontiere romane. Dopo averli arrotolati, sistem i papiri in una grande cesta che appoggi su uno scaffale dello studio. Aveva in programma una riunione con vari senatori. Sospir. Erano arrivati con una petizione. Giulio Cesare scosse la testa. Non si fidava di loro, ma non doveva lasciar trapelare alcun timore. Non doveva dare quell'impressione. Si deve temere solamente la paura pens. Inoltre si era accordato con Marco Antonio perch lo accompagnasse all'incontro con i senatori.

S si disse in silenzio in quell'alba di marzo, come per convincere se stesso. Per prima cosa avrebbe risolto le questioni da trattare in quella fastidiosa riunione, poi avrebbe parlato con Marco Antonio riguardo ai suoi piani per il Danubio e l'Oriente. Ogni cosa a suo tempo.

Aveva avuto dei brutti presagi e sua moglie Calpurnia aveva insistito perch non andasse all'incontro con i membri del senato; ci nonostante, Gaio Giulio Cesare usc risoluto dal tablinum. Alle sue spalle, rimasero la cesta e quelle mappe sullo scaffale. Aveva deciso che sarebbe tornato a studiarle quella stessa notte.

Non poteva saperlo, ma ventitr pugnalate gli avrebbero impedito per sempre di tracciare un piano di conquista. La cesta sarebbe rimasta l, dimenticata da tutti, e nessuno avrebbe mai letto il contenuto di quelle annotazioni. Nessuno?
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LIBRO Primo.
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LE QUADRIGHE DI ROMA

Anno 101 d.C.

(853 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma)

Epoca dell'imperatore Marco Ulpio Traiano

(145 anni dopo l'assassinio di Giulio Cesare)

Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum.

Chi aspira alla pace, prepari la guerra.

VEGEZIO, Epitoma rei militaris, III, prefazione

1

UNA RICHIESTA DISPERATA

Roma
Febbraio del 101 d.C.

Solo tu puoi salvarla! Solo il grande Plinio pu riuscirci! disse l'uomo singhiozzando, prostrandosi davanti al potente senatore di Roma e abbracciandogli le ginocchia in segno di massima sottomissione, mentre continuava a ripetere quelle parole che risuonavano come un lamento di sofferenza eterna. Solo Plinio pu salvare mia figlia! Solo Plinio!

Il vecchio Menenio vide il senatore chinarsi su di lui e tirarlo per le braccia per aiutarlo a sollevarsi.

Non  necessario che t'inginocchi perch io intenda il tuo dolore disse Plinio accompagnando l'amico accanto a un solium e invitandolo a sedersi, mentre lui faceva lo stesso su una sella situata di fianco. Nell'atrio dell'enorme domus romana di Plinio, protetti all'interno del grande cortile porticato, udivano solamente il gorgoglio della fontana situata al centro. Plinio, uno dei senatori pi potenti dell'Impero, aveva ottenuto quella residenza dopo una brillante carriera come avvocato prima, e come senatore poi, passando attraverso tutte le tappe dei vari incarichi pubblici del cursus honorum. Era uno dei pochi sopravvissuti agli anni della follia di Domiziano e ora godeva di un'ottima posizione presso il nuovo imperatore Traiano. Menenio, invece, apparteneva a un'antica famiglia patrizia che a poco a poco aveva perduto forza, potere e influenza a Roma, al punto che ora il pater familias si trovava obbligato a umiliarsi di fronte a un suo pari, a un altro senatore, per tentare di salvare la figlia sulla quale incombeva la pi terribile delle minacce.

Solo tu puoi salvarla ricominci a insistere Menenio. Tu sei in buoni rapporti con il nuovo imperatore. Traiano ti ascolter. So che se sarai tu a difenderla, la ragazza avr almeno una possibilit.

Per tutti gli dei, Menenio, tranquillizzati rispose Plinio. Da quello che mi hai raccontato non esiste nemmeno un'accusa formale, e il delitto  molto grave: ben pochi avranno il coraggio di procedere. Un'accusa falsa contro una vestale: chi la formula pu essere anche punito con la morte. Sono otto anni che nessuno osa accusare una sacerdotessa di Vesta.

Certo ammise Menenio, anche se poi prosegu con una frase che risuon terribile nel patio di quella domus. Per, in quell'ultimo caso, quello di otto anni fa, la vestale fu accusata e condannata a essere sepolta viva.

Silenzio. L'acqua della fontana continuava a sgorgare. Quel flusso costante che scorreva sul marmo ricordava loro il tempo che avanza inesorabile, anche se in quell'istante Menenio avrebbe dato qualunque cosa per fermarlo.

In ogni caso insistette Plinio ponendo fine a quell'inquietante pausa, continua a non esserci un'accusa formale, ma solo delle voci...

Tu sai come vanno queste cose lo interruppe Menenio. Tu lo sai meglio di chiunque altro. Lo abbiamo visto tutti, cos tante volte: prima arrivano le voci, poi le denunce.

Traiano ha promulgato una legge contro di esse.

S, contro le denunce anonime, ma sono sicuro che convocheranno dei testimoni corrotti. Mentiranno, Plinio, mentiranno e mia figlia verr sepolta viva.

Plinio stir le gambe. Pareva impossibile tranquillizzare l'amico. Si alz e cominci a passeggiare per l'atrio. Sospir. Torn di fianco a Menenio e, rimanendo in piedi, inizi a ricapitolare ci che l'altro gli aveva raccontato.

Per Giove, vediamo: tua figlia Menenia fu scelta dall'imperatore Domiziano, ora morto, per rimpiazzare una delle vestali che lui stesso aveva condannato a morte per un presunto crimen incesti, ovvero per avere avuto rapporti con degli uomini rompendo il suo sacro voto di castit.  ormai passato qualche anno da quando Menenia  stata scelta... mi pare che tu abbia detto nove.  corretto? Menenio assent e Plinio prosegu con la sua esposizione dei fatti. All'epoca tua figlia aveva appena nove anni. Fu condotta alla Casa delle vestali e l, dopo essere stata esaminata secondo le regole sacre delle sacerdotesse di Vesta, venne accettata. Il problema nascerebbe dall'amicizia, un'amicizia infantile e innocente, che tua figlia aveva con un bambino di nome Celer, il figlio del liberto della tua stessa casa, con il quale aveva l'abitudine di giocare fino a quando non  stata condotta alla Casa delle vestali. Era una sincera amicizia tra bambini e i due continuarono a vedersi occasionalmente, sempre sotto l'attento sguardo delle vestali, durante gli atti pubblici. Fino a qui tutto bene. Continu a riassumere i fatti: Questo bambino, Celer, aveva un dono, un talento speciale con gli animali, e in particolare con i cavalli, cos che tu stesso, per aiutarlo a trovare un mezzo di sussistenza, intercedesti perch fosse ammesso in una delle quattro grandi squadre di quadrighe della citt, quella dei Rossi. Il ragazzo cominci come aurigator, aiutante degli aurighi, ma ben presto, verso i tredici anni, inizi a correre delle gare, fino a diventare uno dei pi importanti aurighi di Roma. Ha ottenuto decine di vittorie. La relazione tra Celer e tua figlia, dopo che  divenuta una giovane sacerdotessa vestale, si  mantenuta attraverso delle lettere e alcuni incontri, sempre in pubblico, sempre controllati. Tuttavia da l  nata una chiacchiera, una terribile maldicenza che tu credi possa trasformarsi presto nella peggiore delle accuse mosse contro una vestale. Tu sei convinto che ci sia qualcuno, non sappiamo chi, che ha deciso di ampliare questo pettegolezzo secondo cui tua figlia Menenia avrebbe rotto in segreto il proprio voto di castit con l'auriga. Ritieni che presto sar formulata un'accusa vera e propria di crimen incesti e che, di conseguenza, tua figlia sar giudicata. E sei pure convinto del fatto che saranno comprati testimoni disposti a mentire di fronte all'imperatore in persona, davanti al Pontifex Maximus, e a dichiarare che tua figlia ha commesso un crimine tanto grave. Eppure, non sai dirmi da dove questo pettegolezzo sia sorto, e neppure chi potrebbe essere disposto a rischiare tanto corrompendo dei testimoni.

 cos conferm Menenio.

Plinio torn a sedersi accanto all'amico. Per un lungo istante nessuno dei due parl. Nel profondo, Plinio condivideva la tetra previsione che Menenio aveva elaborato. S, era vero, le chiacchiere spesso finivano per divenire accuse formali davanti a un tribunale. Questa era una delle cose ereditate dal principato di Domiziano. Traiano aveva cercato di ridurre il numero di cause basate su denunce anonime, senza prove, per con il denaro si continuava a comprare testimoni ottenendo ingiuste condanne. In appena due o tre anni era stato difficile invertire quella malefica propensione che si era sviluppata a Roma durante i lunghi, lenti e penosi quindici anni del governo di Domiziano. Traviare gli uomini continuava a essere pi facile che indirizzarli verso il giusto.

Plinio fissava il pavimento. Menenio era sempre stato un amico leale e un uomo onesto. Aveva senz'altro sofferto nel vedere la figlia designata da Domiziano in qualit di nuova vestale: l'ennesima manovra di quell'imperatore per controllare un uomo onorevole. Il timore di ci che poteva capitare alla figlia, che come tutte le sacerdotesse di Vesta dipendeva direttamente dal Pontifex Maximus e imperatore del mondo, aveva reso Menenio il senatore docile e sottomesso che serviva a Domiziano durante l'ultimo periodo della sua tirannia. Una volta ucciso Domiziano, Menenio, per un breve intervallo di tempo, era stato uno degli uomini pi felici di Roma, ma ora, improvvisamente, senza sapere da dove, era sorta questa diceria sulla relazione proibita tra sua figlia e l'amico d'infanzia, ora importante auriga.

Se ci saranno delle accuse formali, Menenio, difender tua figlia disse alla fine Plinio, rompendo il lungo silenzio che le sue riflessioni avevano generato.

Grazie, per tutti gli dei, grazie.

Menenio stava per alzarsi dal solium per inginocchiarsi di nuovo davanti a colui che da quel momento sarebbe stato l'avvocato difensore di sua figlia, ma Plinio lo ferm afferrandolo per il braccio. Il vecchio cedette ed evit di umiliarsi. Poi parlarono d'altro per rilassarsi un poco dopo quell'incontro cos teso. Affrontarono questioni concrete che riuscirono a distrarre Menenio dalla preoccupazione per la sicurezza della figlia: le opere di ristrutturazione e d'ampliamento del Circo Massimo che aveva ordinato Traiano, i problemi del rifornimento d'acqua alla citt e il processo in senato a Prisco, uno dei senatori pi corrotti durante l'epoca di Domiziano, colui che Traiano aveva costretto a restituire un'enorme quantit di denaro e poi aveva mandato in esilio.

Al termine di quella conversazione, Plinio aggiunse una domanda che aveva imparato a formulare prima di accettare la difesa di qualcuno, poich sapeva che non c'era cosa peggiore che ignorare la verit sulle persone che avrebbe difeso.

Dimmi, Menenio, esiste qualcosa, forse un segreto, per quanto insignificante possa sembrare, che devo conoscere riguardo a tua figlia Menenia? Sarebbe la fine se gli accusatori scoprissero qualcosa su tua figlia che il suo difensore ignora. Esiste dunque qualche segreto?

L'anziano senatore non rispose immediatamente. Fiss il suolo per un istante, come se stesse ripassando velocemente la vita di sua figlia. No rispose infine.

Plinio lo osserv con attenzione e annu lentamente. Che gli dei ti proteggano augur quindi all'amico mentre lo accompagnava alla porta.

Menenio s'inchin nel salutare. Stava per andarsene quando si ferm all'improvviso.  innocente, mia figlia  innocente dichiar d'impulso, nell'intento di consolidare ancor di pi la promessa dell'amico di difendere la figlia.

Ne sono convinto rispose Plinio con il tono pi rassicurante che riusc a esprimere.

Menenio sorrise debolmente in segno di ringraziamento, quindi scomparve, scortato da quattro schiavi, tra la folla che gremiva le strade di Roma, una moltitudine che si stava dirigendo verso il Circo Massimo. Quella stessa mattina si tenevano le corse, e tutta Roma si stava recando ad assistervi.

Plinio aggrott la fronte. Avrebbe corso anche Celer, l'auriga protagonista insieme a Menenia di quel maledetto pettegolezzo? Avrebbe dovuto andare anche lui alle corse. Ormai da molto tempo non si recava al Circo Massimo, ma sentiva che se voleva difendere bene quella vestale, la figlia del suo amico, doveva andare al Circo e prestare la massima attenzione a tutto ci che l poteva succedere.

Gli schiavi chiusero la porta e Plinio fece ritorno all'interno della sua domus. Giunto nell'atrio, si sedette sul suo solium. Innocente pens. Certo che lo era. Essendo la figlia di Menenio, quella giovane era senz'altro giusta e virtuosa come suo padre e sua madre. Su questo non nutriva alcun dubbio. Per, sicuramente, erano innocenti anche le quattro vestali condannate a morte durante l'epoca di Domiziano. Plinio sospir profondamente. Lo preoccupava il fatto che a Roma, in un processo, la cosa meno importante fosse l'innocenza o la colpevolezza dell'accusata; ma, soprattutto, lo disturbava che Menenio gli avesse mentito. Plinio sapeva quando qualcuno mentiva. Era il suo dono. E Menenio non era stato sincero quando lui gli aveva chiesto se esistesse qualche segreto nella vita di Menenia. E i segreti non erano una buona cosa in un processo. Perch aveva voluto nascondergli qualcosa quando era in gioco la vita di sua figlia?

Plinio rimase seduto al centro dell'atrio.

Dicerie e segreti sussurr in modo quasi impercettibile. Non sar facile vincere questo processo.

2

UNA MISSIONE IMPOSSIBILE

Roma
Febbraio del 101 d.C.

Mentre fuori il sole tramontava, Apollodoro di Damasco, architetto imperiale, attendeva, nella silenziosa e vuota Aula Regia, l'arrivo del Cesare; invece, l'uomo che alla fine entr dal fondo della sala del trono di Roma non fu l'imperatore, bens un liberto, probabilmente un funzionario addetto agli archivi imperiali, o forse un consigliere del consilium di Traiano. Difficile saperlo.

Seguimi disse l'uomo, e l'architetto s'incammin dietro quell'ombra discreta.

Attraversarono i grandi peristili della Domus Flavia fino a raggiungere le stanze della famiglia imperiale. L, di fronte a una porta di bronzo protetta da una mezza dozzina di pretoriani, la sua guida si ferm. Non disse nulla e nemmeno si volt per salutare. Non era necessario. La porta di bronzo si apr e i pretoriani si fecero da parte.

Apollodoro scorse la figura del Cesare in piedi, appoggiato a un grande tavolo ricoperto di carte geografiche. L'architetto entr e i pretoriani richiusero la porta. Apollodoro rimase fermo all'entrata senza sapere bene cosa fare. Avvicinarsi senza essere stato invitato poteva apparire indecoroso e l'ultima cosa che chiunque a Roma avrebbe voluto era inimicarsi l'imperatore.

Avvicinati, Apollodoro disse finalmente Traiano, con tono sereno.

L'architetto fece alcuni passi in avanti e si ferm al lato opposto del tavolo. La mappa aperta sulla quale appoggiavano le mani dell'imperatore raffigurava il Nord dell'Impero. In essa si potevano riconoscere le province del Reno, la Germania Inferiore, la Germania Superiore e poi il Norico e la Rezia, per continuare con le province limitrofe al Danubio: la Pannonia Superiore e Inferiore e la Mesia Superiore e Inferiore.

Ho bisogno di un ponte disse Traiano, un uomo che non perdeva tempo in chiacchiere.

Un ponte...? ripet l'architetto con tono dubitativo. Giulio Cesare aveva fatto costruire un ponte sul Reno, un ponte di legno, con tronchi, che poi aveva fatto smantellare in poche settimane. Apollodoro era convinto che Giulio Cesare lo avesse fatto pi che altro per dimostrare ai barbari del Nord che se Roma voleva poteva costruire un ponte e attaccarli. Forse il nuovo imperatore stava pensando di fare lo stesso. Il Cesare desidera un ponte sul Reno?

No rispose Traiano deciso. No. Quello di cui ho bisogno  un ponte sul Danubio.

Sul Danubio ripet Apollodoro mentre spostava lo sguardo verso l'estremit opposta della mappa. Il Danubio era pi lungo, pi ricco d'acqua, pi largo. Non era mai stato costruito un ponte sul Danubio. Di fatto, lo si considerava impossibile. Anche se, forse... Forse si potrebbe costruire un ponte con delle chiatte.

Per fare questo non mi serve un architetto. Bastano i miei ingegneri. No. Mi serve un ponte solido, forte e permanente sul Danubio. Di questo ho bisogno. Questo  quello che voglio. Puoi costruirlo? Mi  stato detto che se avessi voluto qualcosa d'impossibile, qualcosa che non si  mai fatto prima perch lo si crede inattuabile, l'unico uomo a Roma capace di ottenerlo saresti stato tu. Per Ercole, si dice che tu stesso avresti dichiarato a Domiziano che puoi ottenere l'impossibile!  vero o mi hanno male informato?

Apollodoro immaginava che fosse stato Rabirio, il vecchio architetto di Domiziano, o uno dei suoi compagni rosi dall'invidia per il successo ottenuto alcuni anni prima con l'ampliamento dell'Anfiteatro Flavio, a diffondere la voce secondo la quale lui si vantava di poter costruire qualunque cosa. Poteva quasi vederli, i suoi nemici, che sorridevano davanti allo spettacolo di quella schiacciante vittoria: una cosa era ampliare un edificio come l'Anfiteatro Flavio, un'altra era tentare di costruire un ponte impossibile.

Intanto il Cesare continuava a osservarlo. Esistevano solo due possibilit: umiliarsi e negare quelle voci sulla sua bravura, perdendo cos il favore del nuovo imperatore di Roma, o... Apollodoro fece un passo avanti, alz il capo e, fissando Traiano negli occhi, rispose con fermezza. Se il Cesare vuole costruire qualcosa d'impossibile, io sono il suo uomo.

Traiano sorrise. Bene disse. Partirai oggi stesso. Ti procurer un salvacondotto che ti aprir il cammino attraverso gli accampamenti della Mesia Superiore.  l che mi serve il ponte.

Apollodoro lo ascoltava a bocca aperta, senza quasi respirare.

L'imperatore continuava con le sue istruzioni. Voglio che tu vada l e che individui il punto pi adatto dove costruire il ponte, e voglio ricevere a breve tue notizie sul luogo che hai scelto e un elenco del materiale di cui avrai bisogno. Mi raccomando, Apollodoro: voglio un ponte sul Danubio, d'accordo?

S, Cesare.

Bene... Traiano distolse lo sguardo e torn a fissare la mappa. Questo  tutto.

Apollodoro s'inchin davanti al Cesare e s'incammin verso la porta di bronzo.

Aprite! disse l'imperatore con voce potente continuando a osservare la mappa. La porta si apr e Apollodoro scomparve dietro ai pretoriani.

Il funzionario che lo aveva guidato fin l torn a condurlo attraverso i grandi peristili del palazzo imperiale.

Incrociarono un uomo anziano che, nonostante l'et, camminava con la schiena ben dritta. Era vestito in maniera alquanto semplice, con solo una tunica bianca senza marchi n bordi, n alcuna decorazione. Se Apollodoro avesse prestato pi attenzione si sarebbe reso immediatamente conto che quel vecchio non faceva parte del palazzo; ma l'architetto era troppo immerso nei propri pensieri. Solo quando raggiunse la scala che conduceva all'uscita dalla Domus Flavia Apollodoro di Damasco si permise di inspirare profondamente, cercando di rilassarsi. Non vi riusc.

C' qui quell'anziano disse uno dei pretoriani che stavano di guardia alla porta della stanza imperiale.

Traiano cap immediatamente a chi si riferiva. I soldati non si erano ancora abituati alla presenza del vecchio greco nel palazzo: lo reputavano una stranezza, una mania dell'imperatore, per lo tolleravano perch sapevano che il Cesare era un possente militare, proprio come loro. Di che cosa parlava con quel vecchio? I pretoriani se lo erano certamente chiesto varie volte. A Traiano divertiva il fatto che nemmeno si sforzassero di ricordare il suo nome.

Ti riferisci a Dione Cocceiano di Prusa? chiese, per sottolinearne ancora una volta il nome sperando che quel pretoriano riuscisse definitivamente a ricordarlo.

S, Cesare rispose il soldato abbassando lo sguardo.

Traiano cap che il pretoriano aveva compreso il proprio errore e ci stava riflettendo per non commetterlo di nuovo.

Dione Cocceiano di Prusa ripet, come per fare ammenda davanti al suo superiore.

Traiano annu. Fallo passare... e che portino delle lanterne. Non c' quasi pi luce qui.

Mentre il pretoriano si ritirava apparve l'anziano in tunica bianca. Dione Cocceiano era un personaggio ben noto a Roma. Si trattava di un anziano filosofo greco che viveva nella capitale dai tempi di Vespasiano. Gi allora era famoso per la sua incredibile capacit oratoria. Ma la sua celebre eloquenza aveva cessato di risultare ammirabile quando l'imperatore Domiziano era salito al potere. Dione aveva infatti osato criticare Domiziano pubblicamente. Era stato dunque subito esiliato, e non solo da Roma, ma anche dall'Italia e dalla Bitinia, sua terra natale. I suoi possedimenti erano stati requisiti e lui era rimasto senza averi. Eppure Dione non si era dato per vinto, anzi aveva interpretato la punizione come una prova: abbandonato quel poco che gli rimaneva e vestito come un mendicante, aveva cominciato a vagare di citt in citt predicando la necessit di recuperare una vita austera - nel suo caso l'assoluta povert - quale miglior via per trovare la tranquillit di spirito e vivere in pace con se stessi, ed esortando chiunque incontrasse a compiere buone azioni nei confronti del prossimo. In quegli anni di esilio si era recato in Tracia, in Mesia, in Scizia e in molte altre terre e citt. Di solito veniva accolto con benevolenza, grazie alla sua onest, umilt e alla saggezza delle sue parole e dei suoi consigli. A Roma circolarono per anni storie e commenti sui pellegrinaggi di Dione lungo i confini dell'Impero, e perfino al di l di quelli. Si poteva essere d'accordo o meno con la dottrina di Dione, ma nessuno dubitava del fatto che quel vecchio avesse viaggiato e visto tanto, e che conoscesse tanto.

Dopo l'assassinio di Domiziano, l'imperatore Nerva aveva concesso il perdono a Dione e gli aveva permesso di ritornare a Roma se lo avesse desiderato. Questi aveva accettato il perdono, preso il nome di Cocceiano in onore dell'imperatore Marco Cocceio Nerva e fatto ritorno nella capitale dell'Impero.

Quello che invece non fece fu riprendere la sua comoda vita di un tempo. Decise infatti di mantenere le sue abitudini austere, anche quando era invitato nelle case dei pi potenti uomini di Roma.

Molti nutrivano curiosit sulla sua vita e desideravano ascoltare le sue opinioni su ogni tipo di situazione o avvenimento, e persino lo stesso imperatore Marco Ulpio Traiano cominci a invitarlo frequentemente a palazzo per discorrere con lui delle pi svariate questioni.

All'inizio, la presenza del filosofo nel palazzo imperiale aveva generato la sorpresa di molti e l'incomprensione di alcuni, per, dato che Dione non chiedeva mai nulla per se stesso, n mai appariva come un'influenza negativa sul Cesare, tutti giunsero a considerare quella stramba relazione come un originale capriccio del nuovo imperatore e pensarono che, in fin dei conti, Dione non faceva del male a nessuno.

Era dunque Dione Cocceiano, originario di Prusa, colui che si trovava in quel momento davanti all'imperatore Traiano.

A cosa devo l'onore della tua visita? chiese il Cesare, che si era gi seduto all'altro lato del tavolo su cui si trovavano le mappe.

Il Cesare  troppo generoso nel considerare la mia visita un onore e non un fastidio rispose il vecchio mentre si avvicinava un poco al tavolo, mantenendo una distanza di sicurezza. Non voleva dare l'impressione di essere interessato alle mappe che l'imperatore stava consultando in quel momento.

Sapendo che Traiano non amava i giri di parole, Dione Cocceiano affront immediatamente il motivo della sua visita. Era venuto per un solo scopo: metterlo in guardia.

Traiano si reclin lentamente sullo schienale del suo solium. Mettermi in guardia? ripet inquisitivo.

S, augusto. Credo... stavo pensando che forse il Cesare non si rende pienamente conto di essere entrato in guerra.

Traiano aggrott la fronte. Pens immediatamente ai suoi piani per attaccare i Daci, ma non si capacitava di come il vecchio avesse potuto intuirli e, soprattutto, lo preoccupava il fatto che se Dione Cocceiano aveva indovinato le sue intenzioni, forse qualcun altro era stato capace di farlo, e ora era decisamente troppo presto per svelare le sue intenzioni.

In quel preciso momento si riaprirono le porte di bronzo e due schiavi entrarono trasportando varie lanterne accese che distribuirono per la stanza, poi sparirono rapidamente per lasciare soli l'imperatore e il filosofo. Le porte si richiusero.

In guerra contro chi? chiese Traiano tentando di appurare fino a che punto fosse giunto il vecchio greco con le sue congetture.

Il Cesare  entrato in guerra contro il denaro. Vedendo il volto sorpreso dell'imperatore, Dione decise di essere pi preciso. L'imperatore  entrato in guerra contro coloro che sono divenuti ricchi durante l'epoca di Domiziano.

Ammetto che molte volte non ti capisco, ma ti ho sempre rispettato e ti ammiro perch non tenti di adularmi e dici sempre quello che pensi; per ho bisogno che tu chiarisca le tue parole cominci a dire l'imperatore, pi rilassato ora che si rendeva conto che il filosofo non si riferiva alla guerra contro i Daci o contro un altro popolo ai confini dell'Impero. Ho solo giudicato, o meglio, ho ordinato, che si giudicassero coloro che si sono arricchiti con mezzi vili e corrotti durante l'epoca di Domiziano. Non ho confiscato gli averi di nessuno che si sia arricchito in maniera onesta, che fosse politico o commerciante. Ho agito solo contro i corrotti e mi sorprende che tu, proprio tu, tra tutti gli uomini di Roma, possa vedere in questo qualcosa di sbagliato.

Non ho detto che critico le tue decisioni, augusto, e nemmeno le condanne dei senatori e dei governanti corrotti, sono solo venuto ad avvertire il Cesare di fare attenzione.

Le ombre create dalle luci delle lanterne si proiettavano su ogni parete come se la stanza imperiale fosse popolata da un esercito di oscuri guerrieri.

Attenzione a cosa? domand Traiano, che ancora non riusciva a capire dove Dione Cocceiano volesse andare a parare.

L'anziano guard una delle sellae vuote accanto al tavolo delle mappe.

L'imperatore annu e il vecchio filosofo si sedette lentamente lasciando andare un lungo e lento sospiro.

Sto invecchiando, augusto riprese a parlare Dione e, immediatamente, fiss lo sguardo sulla figura dell'imperatore. Sei coraggioso e nobile, Cesare, senza dubbio, ma spesso anche troppo ingenuo... Talvolta mi chiedo come un imperatore cos puro abbia potuto sopravvivere a Domiziano.

Traiano lo osservava attento. Nel suo sguardo non c'era alcuna traccia di fastidio per la familiarit con cui l'anziano filosofo gli parlava. Di fatto, lo ammirava. Solamente sua moglie, e Longino e, talvolta, Lusio Quieto gli parlavano in quel modo. Tutti gli altri si abbandonavano con eccessiva facilit all'adulazione. Dione Cocceiano era un sollievo in mezzo a tanta falsit.

Non sono poi tanto ingenuo, Dione. Ora capisco dove vuoi arrivare. Tu credi che mi sia coltivato nuovi nemici a causa delle ultime condanne contro i corrotti, non  vero?

Il filosofo sorrise, soddisfatto nel constatare che, effettivamente, l'imperatore non era cos ingenuo, dopotutto, ma decise comunque di insistere sull'importanza di fare attenzione a ci che sarebbe potuto accadere.

Il denaro, augusto, non si lascia prendere facilmente senza combattere. Torna sempre a colpire e lo fa con violenza. Il Cesare  un militare glorioso. So che pu affrontare i Daci e i Germani o i Parti e ottenere la vittoria. In questo, il Cesare non ha bisogno di consigli, se non quello di essere prudente; tuttavia, ora l'imperatore ha creato una crepa, qui, a Roma: giungendo al potere, tre anni fa, Traiano ha fatto un patto con il senato, ma ha aperto una breccia dalla quale i suoi nemici attaccheranno. Non critico alcuna decisione del Cesare, sicuramente queste accuse e condanne erano necessarie, ma l'imperatore deve comprendere che ogni azione ha le sue conseguenze.

Per questo motivo la maggior parte dei condannati  stata mandata in esilio, lontana da Roma e sparpagliata per l'Impero. Non li ho fatti uccidere perch il rancore delle famiglie avrebbe alimentato la possibilit di tradimenti e vendette.

Naturalmente questa concessione da parte del Cesare dimostra intelligenza e saggezza. Dunque non  stato corretto affermare che il Cesare sia un ingenuo, difatti non lo , questo  evidente, e io non mi sono espresso bene; per l'imperatore non deve mai sottovalutare il terribile potere del denaro, la rabbia di chi lo possedeva e poi lo ha perduto. Il Cesare ha ordinato che tutti i condannati devolvessero allo Stato enormi quantit di denaro.

Era la cosa giusta da fare dichiar Traiano seccamente.

La cosa giusta ripet il filosofo s, ma la cosa giusta non piace mai a coloro che sono abituati all'ingiustizia, soprattutto quando questa  vantaggiosa per loro.

Le fiamme delle lanterne lambivano l'aria con la movenza lenta propria di chi consuma il tempo senza fretta. Da fuori si udivano le voci dei pretoriani. Traiano sapeva che era l'ora del cambio della guardia.

Hai in mente qualcuno nello specifico? chiese infine l'imperatore.

Dione Cocceiano scosse lentamente la testa. No, non sono la persona giusta per fornire nomi, ma, senza alcun dubbio, colui che ha perduto pi denaro  colui che pi odia il Cesare. Quindi tacque.

Le ombre vibrarono mentre le porte di bronzo si aprivano ancora una volta.

Un centurione parl, rimanendo nell'ombra. Volevo solo informare il Cesare che il cambio della guardia  avvenuto secondo gli accordi.

Traiano annu e il soldato richiuse la porta di bronzo. L'imperatore aveva dato ordine di essere informato a ogni cambio della guardia. Quel palazzo... Talvolta riusciva a percepire che qualcuno tramava alle sue spalle, ma era una sensazione, e non arrivava mai a comprendere chi lo minacciasse in tal modo. E ora era arrivato quel filosofo con i suoi avvertimenti.

Proprio allora Traiano ramment il messaggio che aveva ricevuto tempo prima. Queste pareti, Cesare, queste pareti sono maledette gli aveva detto Domizia Longina, moglie dell'imperatore Domiziano, riferendosi al palazzo imperiale.

Era una donna enigmatica, singolare, ambigua, ma era la figlia dello scomparso generale Corbulone e lui doveva proteggerla per onorare la promessa che suo padre aveva fatto al gran legatus Corbulone il giorno della sua morte. Traiano a sua volta aveva giurato al proprio padre di rispettare tale promessa, e continuava a mantenerla.

Questo palazzo  maledetto aveva detto colei che era stata imperatrice.

Era davvero cos?

Dione Cocceiano si alz. Non avevo intenzione di importunare il Cesare disse.

Traiano annu di nuovo e si ramment che quella era la medesima frase che Domizia aveva aggiunto dopo averlo messo in guardia a proposito del palazzo imperiale: Non avevo intenzione di importunare il Cesare.

Il filosofo s'inchin e s'incammin verso la porta.

Aprite! disse Traiano a voce alta, e le pesanti porte di bronzo si separarono ancora, per inghiottire la figura di quell'esile uomo prima di richiudersi velocemente.

Marco Ulpio Traiano rimase solo, ancora una volta, nella stanza imperiale. Stava tentando di ricordare chi fosse stato il governante o il senatore condannato a restituire pi denaro durante gli ultimi processi, ma non ci riusciva. Concluse che la cosa migliore era chiederlo a uno dei suoi consiglieri, ma appena il suo sguardo torn a posarsi sulle mappe che aveva davanti, quell'ultimo pensiero si dilegu tra le carte, facendo posto alla preoccupazione di come organizzare una campagna a nord del Danubio contro i Daci. Nuove strade, l'approvvigionamento delle legioni, la costruzione di un ponte... L'apprensione per i preparativi necessari lo assorb completamente, e fin per non chiedere mai ai suoi consiglieri chi fosse stato condannato a restituire pi denaro.

Semplicemente, se ne dimentic.

?? ?? ???e??, ??? ??da, f??? d? se ?? ?a?t??.

Non so che cosa dici, ma ti amo come me stesso.

Frase di Traiano a Dione Cocceiano per dimostrare a tutti che anche quando non lo comprendeva rispettava e ammirava il filosofo. Frase registrata da Filostrato in Vitae sophistarum I, 488, 31 del Thesaurus Linguae Graecae

3

L'ESILIO DI UN SENATORE

Mesia Inferiore
Marzo del 101 d.C.

Il freddo era insopportabile. Quella fine d'inverno, l, vicino alla foce del Danubio, si stava rivelando la pi difficile della sua vita.

Mario Prisco, senatore di Roma esiliato per ordine di Traiano, era seduto all'interno di ci che pretendeva essere l'atrio di una domus romana ai confini dell'Impero. Ma quello non era un atrio, e nemmeno quella provincia sembrava essere sotto il controllo effettivo di Roma. Prisco aveva incontrato varie tenute distrutte e abbandonate appena la piccola carovana su cui viaggiava aveva abbandonato la sicura Tracia. Aveva fatto un largo giro per evitare il pericoloso confine del Danubio, e perci dalla Dalmazia non aveva attraversato la Mesia Superiore, ma si era diretto verso la Macedonia, da l alla Tracia e, infine, era giunto nella Mesia Inferiore. Quella rotta gli aveva anche permesso di risolvere in Tracia alcune questioni personali in sospeso; qualcosa d'urgente che aveva concluso con piena soddisfazione.

Se le questioni si erano risolte bene, ora, per, nel mezzo di quella cittadina abbandonata quasi del tutto dalla civilt, lo sconforto tornava a impossessarsi del suo animo.

Mario Prisco osservava le rovine dell'edificio nel quale avrebbe abitato nei prossimi mesi, oppure anni, forse addirittura per il resto della sua vita. Su di lui pesava un ordine di esilio permanente. Era riuscito a salvare, tuttavia, le sue propriet e una piccola parte della sua fortuna, ma aveva dovuto pagare i settecentomila sesterzi di multa che il senato, sotto la presidenza di un implacabile Traiano, gli aveva imposto per i presunti delitti - cos li avevano chiamati - che aveva commesso durante il suo proconsolato in Africa.

Era vero che aveva accettato doni di ogni tipo per far giustiziare innocenti, ma non era quello che facevano tutti?

Mario Prisco sput a terra.

Uno schiavo, uno dei pochi che aveva potuto portare con s da Roma insieme alla carovana di carri su cui aveva caricato tutto quello che era riuscito a trasferire dalla sua grande villa vicina alla capitale del mondo, si avvicin velocemente per ripulire la saliva del suo padrone dal pavimento in pietra di quel patio in rovina.

Mario Prisco aggrott la fronte. Settecentomila sesterzi erano un mucchio di soldi. S, era vero, aveva dovuto assassinare molte persone per ottenere quell'oro. Erano innocenti? E che cosa importava? Erano solo dei deboli. Roma era riservata agli uomini forti. I deboli servivano solo come schiavi, proprio come quello che aveva appena raccolto la sua saliva, oppure meritavano di morire. Prisco sapeva che se i suoi nemici avessero avuto una possibilit avrebbero ucciso anche lui.

La moglie era morta di febbre in Africa, era senza figli e senza concubina. Non gli era rimasto altro che un infinito risentimento. Per soddisfare gli appetiti sessuali disponeva delle schiave. Gli amici? Gli restavano Pompeo Collega, Salvio Liberale e Cazio Frontone a Roma. I tre senatori, compagni dei bei tempi andati, quando Domiziano era al governo, lo avevano difeso durante quel lungo e tedioso processo in senato. Per, oltre a Pompeo, Salvio e Cazio, non aveva nessun altro.

Si morse il labbro inferiore.

Tre lunghi giorni di processo. Dal 13 al 15 gennaio dell'anno prima. Proprio pochi giorni dopo le elezioni consolari. Com'era d'abitudine, Traiano, il nuovo imperatore, e Frontino, uno dei suoi nuovi amici, erano stati eletti a ognuno dei due consolati in vigore all'epoca. Tutti nutrivano un particolare rispetto, quasi timore, nei confronti del nuovo Cesare.

Prisco sorrise con una smorfia di disprezzo nel ricordare che era stato proprio Traiano, in qualit di console appena eletto, a presiedere quelle tre lunghe sessioni del senato, quando lui era stato giudicato e condannato.

Salvio e Cazio avevano recitato bene la loro parte, ma Plinio e Tacito, i suoi accusatori, che rappresentavano i querelanti della Betica - dove Prisco aveva esercitato il ruolo di console anni prima - e gli abitanti dell'Africa Proconsolare erano stati pi bravi a parlare, dimostrando una maggiore capacit di persuasione. S, tutti si erano accordati nel denunciarlo appena il debole Nerva era morto.

Ci che Prisco non aveva immaginato era che il nuovo imperatore, Marco Ulpio Traiano, originario come lui della Betica, avrebbe permesso che si giudicasse un ispanico.

A questo punto, il sorriso sdegnato di Prisco si tramut in una smorfia sprezzante e bizzarra; s, erano entrambi originari della stessa provincia, due ispanici, per uno era imperatore del mondo, mentre l'altro era stato condannato a pagare una multa colossale e ad abbandonare Roma per sempre. Traiano non gli aveva nemmeno permesso di andare nel Sud, un luogo caldo e accogliente: il consilium dell'imperatore gli aveva invece ordinato di mettersi in marcia verso i remoti e poco sicuri confini della Mesia Inferiore, caratterizzati da estati asfissianti e inverni gelidi.

Prisco aveva compreso bene il messaggio: Traiano desiderava che il suo esilio fosse il pi possibile spiacevole e incomodo. Mario Prisco aveva capito che il nuovo imperatore lo aveva fatto per dare l'esempio: coloro che accettavano soldi in cambio di favori dovevano aspettarsi un terribile esilio in una delle peggiori regioni ai confini dell'Impero.

E cos sia si disse Mario Prisco, nel silenzio di quel patio in rovina. Si era ormai abituato a parlare da solo. Senza confidenti, consiglieri, senza nemmeno uno schiavo di fiducia, si era ridotto a parlare al vento della Mesia. Ricordo perfettamente ogni cosa di quel maledetto processo, ma soprattutto l'espressione impassibile dell'imperatore Traiano.

A quel punto tacque. Il resto, era meglio che rimanesse nel silenzio dei suoi pensieri: poteva esserci qualche schiavo indiscreto intenzionato a svelare all'imperatore la profondit del suo risentimento.

Prisco si alz e attravers quell'atrio calpestando macerie e lastre di marmo dismesse. Sarebbe stato necessario molto denaro per ricostruire quella residenza. Denaro. Gi, tutto tornava sempre a quello. Al denaro. Quanto gli avrebbero fatto comodo, in quel momento, quei maledetti settecentomila sesterzi! Il denaro era sempre la cosa pi importante, ma lo era ancor di pi quando si trattava di ordire una vendetta come si deve. Gi, perch Mario Prisco, senatore di Roma, esiliato per ordine di Traiano, accusato di corruzione e di assassinio, giudicato e condannato, aveva deciso che si sarebbe vendicato. Non sapeva ancora esattamente come e quando, tuttavia era certo che prima di qualunque altra cosa era necessario riunire le forze sufficienti per restituire il colpo ricevuto.

Denaro afferm, mentre passeggiava sulle rovine della sua nuova residenza nella Mesia Inferiore.

Non aveva ancora ideato un piano ben definito per vendicarsi di Traiano, ma ne aveva uno per recuperare gran parte del denaro perduto, e forse anche di pi, se tutto fosse andato per il verso giusto. Certo, inizialmente avrebbe dovuto investire parte della fortuna che gli era rimasta, ma i migliori attacchi cominciano sempre facendo un passo indietro.

Il sorriso di Mario Prisco si fece enigmatico tra le ombre di quella domus distrutta. S, il suo piano per recuperare il denaro era buono. Tuttavia era sorto un ostacolo imprevisto. Ma stava risolvendo anche quello. Traiano si sarebbe pentito di averlo condannato. Oh, quanto se ne sarebbe pentito. Nel profondo della sua anima l'imperatore si sarebbe rammaricato di aver anche solo udito il suo nome: Mario Prisco.

Chiss se il Cesare ricordava ancora il suo nome... Riprese a sorridere. Forse no, forse lo aveva gi dimenticato. Un Cesare ha troppe cose a cui pensare. Questa dimenticanza sarebbe stata la sua arma migliore.

Marius Priscus accusantibus Afris quibus pro consule praefuit, omissa defensione iudices petiit. Ego et Cornelius Tacitus, adesse provincialibus iussi, existimavimus fidei nostrae convenire notum senatui facere excessisse Priscum immanitate et saevitia crimina quibus dari iudices possent, cum ob innocentes condemnandos, interficiendos etiam, pecunias accepisset.

Mario Prisco, accusato dagli Africani, che egli aveva governati in qualit di proconsole, rifiut di difendersi e chiese di essere deferito a un tribunale ordinario. Io e Cornelio Tacito, che avevamo avuto il compito di difendere i provinciali, credemmo di non poterci esimere, in nome della nostra probit professionale, dal ragguagliare il senato che Prisco, con la sua brutale ferocia, era andato al di l di quei delitti per i quali era ammesso il deferimento a un tribunale ordinario, avendo intascato del denaro per condannare e anche per uccidere degli innocenti.

Plinio sulla figura di Mario Prisco, Epistolario, II, 11, 2

4

LE SCUDERIE DI ROMA

Regione IX della citt di Roma
Marzo del 101 d.C.

Celer, l'esperto e vittorioso auriga della squadra delle quadrighe rosse, giunse alle scuderie di Roma situate tra il Campidoglio e il Circo Flaminio per controllare che tutto fosse in ordine. Il suo vero nome era Caio, uno dei praenomina comuni della famiglia Menenia, che lui stesso aveva scelto in onore del senatore che in passato si era comportato cos bene con lui e suo padre. Ma dopo le sue prime vittorie, il pubblico aveva cominciato a chiamarlo Celer per via dei suoi cavalli velocissimi, e cos aveva deciso di tenersi quel soprannome.

Nonostante i suoi vent'anni era gi considerato un veterano, dal momento che aveva cominciato, come tanti altri, a competere giovanissimo, durante l'adolescenza, e aveva gi vinto pi di trenta gare, portando alla disperazione i patroni delle altre squadre. I Rossi, dopo vari anni di sconfitte, avevano riconquistato la gloria grazie a lui, e anche le simpatie di un pubblico che era arrivato a odiare le squadre pi celebrate, come quella degli Azzurri, detestata dal momento in cui lo sciagurato imperatore Vitellio aveva ordinato di assassinare, all'interno del Circo, pi di cinquanta persone colpevoli di aver fischiato proprio gli Azzurri, la sua squadra preferita.

Tutto ci per apparteneva ormai al passato. La plebe aveva imparato ad apprezzare Celer per la sua tecnica e per la velocit delle sue quadrighe rosse. Al punto che, quando a gareggiare c'era quel giovane e talentuoso auriga, molti spettatori cessavano perfino di desiderare di assistere a uno scontro tra i carri, un genere di incidente terribile che divertiva enormemente la plebe: quanto pi sangue si versava meglio era. S, quando era lui a correre il pubblico preferiva godersi una buona gara e, se possibile, una gara pulita, senza incidenti n partecipanti comprati. Celer lo sapeva. Era all'apice della sua popolarit. Per non si sentiva al sicuro.

Le dicerie sulla sua presunta relazione sacrilega con la vestale Menenia lo innervosivano e lo avevano reso diffidente verso tutto e tutti. Il pettegolezzo era naturalmente privo di fondamento. I due giovani erano amici dall'infanzia. L'unica cosa vera era che lui l'amava alla follia, ma aveva sempre tenuto nascosto quel sentimento. Solo lei lo sapeva, ma come lui manteneva il segreto. Quando capitava loro di discorrere, sotto lo sguardo attento della Vestale Massima che vigilava sempre su di loro, evitavano accuratamente di affrontare l'argomento.

A Celer non era permesso toccare Menenia, n stringerle la mano, tanto meno abbracciarla come faceva quando erano bambini. Adesso lei era una vestale, era sacra, e a nessuno era concesso sfiorarla.

L'auriga scosse il capo, tentando di cancellare dalla mente i dolci ricordi d'infanzia che risultavano cos amari di fronte all'impossibilit di stare vicino a Menenia.

Avete dormito qui tutta la notte? chiese agli aurigatores, i suoi aiutanti incaricati di garantire la tranquillit dei cavalli alla vigilia di una gara importante.

S, Celer disse un ragazzo di appena quindici anni. Non  venuto nessuno a molestare i cavalli, che hanno riposato bene.

Il buon riposo degli animali prima di una grande gara era una questione di estrema importanza. Caligola ordinava perfino alla propria guardia pretoriana di controllare che nessuno facesse rumore vicino alle scuderie dove risiedevano i cavalli sui quali lui scommetteva.

Celer annu mentre accarezzava uno di quei cavalli, che gi cominciava a scalpitare presentendo che all'alba avrebbe dovuto impegnarsi a fondo in una nuova gara.

Bene disse senza smettere di accarezzare il collo di Niger, il Nero, il suo cavallo pi coraggioso, ma non il pi veloce, che era invece Orynx, che correva all'esterno del tiro. Tuttavia era Niger quello che, galoppando nella parte interna, doveva avvicinare la quadriga il pi possibile alla spina centrale del Circo senza colpirla. Se la quadriga toccava il muro della spina (anche solo sfiorandolo), poteva causare la morte di tutti i cavalli e dello stesso auriga. Dipendiamo tutti da te, Niger. E tu lo sai.

Celer appoggi la fronte al collo dell'animale per sentire il calore di quella bestia forte e controllata allo stesso tempo.

Eccolo l disse uno degli aurigatores.

L'auriga si separ dal suo cavallo preferito e si volt nella direzione segnalata da uno dei suoi aiutanti. Un uomo robusto, con un viso poco amichevole, camminava tra le diverse scuderie dirigendosi verso il recinto dov'erano situati i cavalli dei Rossi.

 Acleo disse l'aurigator superiore, il nuovo auriga della squadra Azzurra.

Celer lo fiss negli occhi. Aveva sentito parlare del nuovo auriga. Si era scelto quel nome latino, nonostante lui fosse trace, che significava ostile e che, senza dubbio, lo definiva assai bene. Non era poi cos insolito che un trace facesse parte delle scuderie di Roma. Il Circo Massimo attirava i pi esperti aurighi del mondo e si diceva che Acleo fosse il migliore mai incontrato prima. E anche il pi violento in gara.

Il giovane lo stava osservando quando Acleo si ferm e gli sorrise.

Tu devi essere Celer disse con freddezza.

Si trovavano nella scuderia dei Rossi, attraverso la quale si doveva passare per arrivare a quella degli Azzurri. I cavalli di Celer erano gi stati decorati con vari pendagli e talismani del colore della sua squadra. Tutti conoscevano il nome dell'auriga principale di quella squadra, ma, da ci che si poteva constatare, erano informati anche su quelli dei nuovi arrivati.

S rispose Celer seccamente. Quell'incontro non presagiva nulla di buono.

Cal uno strano silenzio mentre Acleo esaminava con attenzione i cavalli dei Rossi, i suoi diretti rivali, guardando Celer dall'alto in basso. Poi disse solamente: Sei un uomo morto, ragazzo. E con queste parole lo lasci, senza attendere una risposta.

Tutti quelli della squadra rossa tacevano. Gli aurigatores stavano riprendendo in fretta le loro mansioni quando Celer si rivolse al nuovo auriga trace degli Azzurri con voce alta e potente.

Questo lo appureremo dentro l'arena del Circo Massimo!

A tutti gli assistenti dei Rossi piacque la risposta del loro capo, eppure condividevano un certo timore. Quella appariva come una vera e propria minaccia, e il maledetto trace, di poco maggiore di Celer, era stato preceduto da una fama che lo ritraeva invincibile e violento e che terrorizzava tutti. Di fatto, le scommesse, per la prima volta dopo molto tempo, non erano completamente a favore di Celer, e in particolare negli ultimi giorni erano di molto aumentate le persone che pronosticavano una sua sconfitta. Ci sarebbero stati molti spettatori e cos pure una gran quantit di denaro in gioco.

Da parte sua, Acleo continu ad allontanarsi senza voltarsi indietro. Aveva udito la risposta del suo rivale, ma invece di fermarsi si era limitato a sorridere silenziosamente in maniera sinistra e a stringere i pugni con forza.

5

LA SORELLA DEL RE

Palazzo reale di Sarmizegetusa, regno della Dacia a nord del Danubio, oltre i confini dell'Impero romano
Marzo del 101 d.C.

Dochia lo vide entrare a palazzo da una delle finestre della sua camera da letto.

Sapeva che Diegis, uno dei nobili pi potenti del regno, sarebbe venuto a parlare con lei. La pretendeva anche lui come sposa, come il pileatus Vezinas e tanti altri. Era consapevole della propria bellezza, ma dubitava che quello fosse il principale motivo per il quale vari nobili volessero sposarla. Intuiva che ci che la rendeva attraente agli occhi di tutti era soprattutto il fatto che fosse la sorella di Decebalo, il re della Dacia, un re senza moglie n figli: prenderla in sposa significava dunque avere la possibilit di ottenere la successione al trono. Anche se talvolta erano gli stessi Daci a eleggere il proprio re, l'essere imparentato con l'attuale monarca rappresentava una potente arma all'interno di quella corte a nord del Danubio. D'altro canto, suo fratello Decebalo sembrava preferire le schiave e le concubine e non avere alcuna intenzione di cercare una moglie. Ci rendeva Dochia un bersaglio non da poco per i nobili dacichi.

Usc dalla stanza, scese le scale e si sedette su una semplice sedia, accanto al trono vuoto del fratello, che, quella mattina, era uscito per la caccia. Una guardia apr la porta principale della grande sala e annunci la visita dell'ospite.

Il nobile Diegis, mia signora disse il soldato, facendosi da parte per lasciar passare quel pileatus della Dacia.

Diegis si avvicin a Dochia fermandosi a pochi passi da lei. Mia signora.

Dochia inclin lievemente la testa in segno di saluto prima di rispondergli. Il nobile Diegis  sempre il benvenuto a palazzo.

So di essere il benvenuto per il mio re, ma non sono sicuro di esserlo anche per sua sorella, la bellissima Dochia.

Lei sorrise conciliante. Non temeva Diegis e non la infastidiva la sua presenza a corte, n i suoi costanti richiami, non sempre sottointesi, alla sua presunta bellezza.

Il nobile Diegis  il benvenuto anche per me e lui ne  consapevole.

 dolce udire queste parole, ma non sono sicuro che siano pronunciate con la passione che desidererei. Forse la sorella del re nutre la passione che io anelo per un altro tra i pileati? Forse per Vezinas?

Dochia neg scuotendo la testa. Riteneva Vezinas un essere spregevole, forte e servile davanti al fratello, ma vile e traditore alle sue spalle; accettava il potere del re perch Decebalo aveva ottenuto talmente tante vittorie su Roma che era difficile osteggiarlo. Dochia non si fidava di lui.

No, non nutro alcuna passione per Vezinas, n per altri, ma...

Sapeva che prima o poi avrebbe dovuto sposarsi e Diegis era, per lo meno, nobile, leale e tenero con lei; non lo amava,  vero, ma lui rappresentava senza alcun dubbio la migliore opzione.

Ma...? domand Diegis con un tono nervoso e scoraggiato.

Ma ritengo gradevoli le visite del nobile Diegis.

Gradevoli ripet il giovane pileatus con evidente delusione. Poi aggiunse sospirando: In ogni caso accetter questo gradevoli come il possibile inizio di qualcosa di pi importante.

Dochia si limit a sorridere. Rimasero in silenzio. Diegis passeggi per qualche istante lungo la sala del trono, poi si ferm di fronte alle insegne della legione V Alaudae e della legione XXI Rapax, i trofei di guerra pi importanti mai ottenuti dai precedenti re della Dacia. Lei rispett quel silenzio. Sentiva che l'ospite voleva dirle qualcosa d'importante, ma non era sicura di che cosa si trattasse.

Parto per il Sud disse infine Diegis. Devo recarmi a Roma, per ordine del re.

A Roma? Di nuovo? Dochia non pot nascondere la preoccupazione. Diegis aveva passato anni a negoziare con l'imperatore Domiziano un trattato di pace secondo il quale i Daci s'impegnavano a non oltrepassare il Danubio in cambio di enormi somme di oro e di argento da parte dei Romani.

Esatto. I Romani non pagano la somma stipulata da tre anni spieg Diegis, che interpret l'inquietudine di Dochia come un segnale positivo dei sentimenti che forse lei provava nei suoi confronti.

Capisco rispose lei, abbassando lo sguardo e continuando a parlare. Per questo mio fratello ha attaccato le provincie romane della Pannonia e della Mesia: perch avevano cessato da tempo di pagare...

Esattamente la interruppe Diegis per confermare il ragionamento della giovane. Adesso sanno cosa li aspetta se non ci pagano l'oro che ci hanno promesso. Lo scopo del mio viaggio  negoziare con il nuovo imperatore di Roma e offrirgli la pace e la tranquillit dei loro confini se ci devolveranno la somma pattuita con Domiziano.

E che cosa si sa del nuovo imperatore? chiese Dochia.

Diegis riprese a passeggiare davanti alle aquile raffigurate sugli stendardi delle legioni V e XXI.

Non molto. Appare chiaro, per, che detiene un controllo ferreo su Roma. Pare che le legioni lo rispettino, ma avr certamente anche dei nemici all'interno dell'Impero, del senato... In ogni caso, ci che ci interessa  che da tre anni, da quando  al potere, non paga ci che si era pattuito. Questo deve cambiare o tuo fratello dichiarer guerra a Roma.

Dochia scosse la testa.

Diegis sapeva che la giovane era contraria a una nuova guerra, anche se fosse terminata con la vittoria dei Daci. Aveva avuto modo di ascoltare i motivi per i quali la sorella del re era convinta che si dovesse evitare lo scontro: i Romani erano pi numerosi e dopo una lunga guerra avrebbero senz'altro vinto, segnando cos la fine della Dacia. N Diegis n Decebalo, n gli altri nobili del regno, condividevano questa idea. Dochia, in fin dei conti, era solo una donna, una bellissima donna, questo s, ma solo una donna, e le donne non s'intendevano di guerra. Con l'eccezione, forse, delle Sarmate, ma quelle erano delle bestie incolte pronte a combattere, nulla di pi. Qualunque comparazione con loro risultava assurda. I Sarmati erano dei buoni alleati; per, in fondo, erano sottomessi ai Daci.

La voce di Dochia interruppe le riflessioni di Diegis. Ti auguro un buon viaggio e che Zalmoxis ti protegga, facendo in modo che il nuovo imperatore romano, qualunque sia la sua risposta, si dimostri nobile e permetta il tuo ritorno a palazzo sano e salvo.

Vedendola alzarsi, Diegis comprese che la sua visita era giunta al termine e giudic opportuno non formulare la domanda di matrimonio in quel momento. Inoltre, chi doveva convincere e a chi doveva chiedere la mano di Dochia era suo fratello, il re Decebalo, per preferiva farlo quando fosse stato certo che lei avrebbe accettato.

Grazie, mia signora. Si volt e usc dalla sala del trono reale del palazzo di Sarmizegetusa per unirsi al gruppo di cavalieri che lo aspettavano armati e pronti a mettersi in marcia verso il Sud.

Dochia rimase sola in quell'enorme sala vuota. Diegis sarebbe tornato vivo da quell'ambasciata? Il nuovo imperatore di Roma avrebbe avuto rispetto per la sua vita? Si rese conto che si stava preoccupando per lui, ma questo non significava che ne fosse innamorata. Avrebbe mai provato quella passione di cui il giovane pileatus tanto parlava, quella che lui nutriva per lei? E in quel caso l'avrebbe provata per Diegis o per qualcun altro, forse qualcuno che ancora non conosceva? I poeti a corte parlavano di amore, ma esisteva realmente qualcosa di simile?

6

LE LEGIONI DI ROMA

Corridoio sotterraneo tra la Domus Flavia (palazzo imperiale) e il Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora quinta

Longino, uno degli uomini di fiducia del Cesare, era giunto in quel corridoio insieme a Lusio Quieto. Entrambi stavano aspettando. Era il giorno seguente alla celebrazione del Tubilustrium, la festa durante la quale si purificavano le trombe da guerra, ed entrambi sapevano che Traiano non sceglieva mai le date a caso.

Il Cesare vuole che lo incontriate nel corridoio che conduce al Circo Massimo aveva ordinato loro un tribuno della guardia pretoriana mentre Longino pranzava con Quieto in uno dei chiostri del palazzo imperiale. Lui intuiva che Traiano aveva qualcosa d'importante da riferirgli, senza richiamare troppo l'attenzione, perci ora lo convocava per un incontro che non sarebbe stato notato dalla famiglia imperiale o dai molti senatori che sempre s'incontravano all'interno della Domus Flavia. Gi, il Cesare voleva parlare con loro di una questione delicata senza che alcuno lo sapesse.

Longino conosceva Traiano dall'adolescenza, da quando andavano insieme a caccia nella Betica, nel Sud della Hispania. Si port la mano sinistra sul braccio destro mezzo invalido. Un incidente di caccia insieme a Traiano, che all'epoca era giovanissimo, lo aveva lasciato menomato per sempre, praticamente inservibile per l'esercito; pur tuttavia, l'imperatore lo aveva mantenuto in servizio e contava sempre su di lui durante le sue campagne, sorprendendo tutti.

Erano in pochi, e tra questi Lusio Quieto, coloro che accettavano di buon grado la compagnia di Longino, poich conoscevano il suo coraggio e la sua lealt; eppure lo stesso Longino intuiva che anche il nobile Quieto, nel profondo del suo animo, credeva non fosse giusto che Traiano mantenesse un cos stretto rapporto con qualcuno tanto scarso nel combattimento. Comunque, sia Longino sia Traiano evitavano accuratamente di rammentare quell'incidente di caccia.

Dopo pochi minuti di attesa alla porta del tunnel apparve l'imperatore con tutto il suo seguito. Marco Ulpio Traiano apriva la marcia della corte imperiale seguito dalla moglie, dalla sorella, quindi dalla nipote e dalle pronipoti, tutte a debita distanza da lui. Longino e Quieto affiancarono l'imperatore, con il consenso dei pretoriani che, convenientemente selezionati, si spostarono di lato per lasciare il posto agli ufficiali di fiducia del Cesare.

Li seguivano da vicino Suburano, il vecchio prefetto del pretorio, attento che nessuno sconosciuto osasse avvicinarsi all'imperatore mentre percorrevano quel lungo corridoio sotterraneo che univa la Domus Flavia al grande palco imperiale del Circo Massimo. In un tunnel simile a quello in cui si trovavano in quel momento avevano assassinato Caligola, e Suburano non era disposto a permettere un altro omicidio, non mentre era lui al comando della guardia pretoriana.

Suburano, in realt, non aveva desiderato quel posto di prefetto del pretorio. Aveva accettato per amicizia, perch era stato un grande amico del padre di Traiano. Per amicizia, s, ma anche per lealt. Una volta accettato il posto, aveva inevitabilmente assunto il ruolo con totale seriet, sostituendo la maggior parte degli ufficiali pretoriani che erano stati vicini al terribile Domiziano; ci nonostante, parecchi senatori e cittadini romani non vedevano ancora di buon occhio un imperatore ispanico, uno straniero. Molti ancora si chiedevano perch uno proveniente da una provincia fosse a capo dell'Impero. Per questo Suburano teneva sempre gli occhi bene aperti. Inoltre, quella serie di processi contro i senatori corrotti aveva fatto pericolosamente lievitare la lista dei nemici dell'imperatore.

Suburano osserv Traiano che discuteva con i suoi ufficiali fidati. Per ora non correva alcun pericolo. Tra uomini leali, non poteva capitare nulla all'imperatore. Se quella famosa mattina Giulio Cesare non si fosse separato da Marco Antonio non avrebbero potuto assassinarlo. Peccato che uno degli uomini di fiducia di Traiano fosse un invalido. Per si fidavano l'uno dell'altro.

Suburano rallent il passo: non voleva ascoltare una conversazione alla quale non era stato invitato.

Volevo parlarvi di una cosa disse Traiano a Longino e a Quieto senza fermare il passo. L'imperatore parlava a voce bassa.

I due uomini si accostarono pi vicini al Cesare.

Certamente. Che cosa desidera l'imperatore? disse Quieto, evitando d'impiegare l'aggettivo augusto al termine della sua domanda. Solamente lui e Longino potevano permettersi tanta familiarit e solamente in conversazioni private.

Voglio riunire varie legioni disse Traiano continuando a camminare.

Quante? chiese Longino.

Tutte quelle che sia possibile riunire in poco tempo senza lasciare scoperte le frontiere. Dobbiamo riuscire a raggruppare una forza considerevole per realizzare una grande offensiva.

S, Cesare rispose Lucio Quieto, contento che, alla fine, il suo rispettato Traiano avesse deciso di combattere. Sia lui sia Longino si sentivano demoralizzati, asfissiati dalla vita comoda e lussuosa di Roma, propria del palazzo imperiale. Avevano bisogno dell'austerit militare degna di un accampamento al confine. Il progetto di una nuova campagna era un'idea magnifica.

Dove si dovranno riunire queste legioni? chiese dunque Longino, pronto a predisporre l'organizzazione.

Traiano appoggi la mano sinistra sulla spalla destra di Longino, mentre continuavano a camminare, proprio sulla spalla del braccio menomato durante l'insensata battuta di caccia della loro adolescenza, nella lontana Hispania, un episodio che nemmeno l'imperatore pareva aver dimenticato.

Nella Mesia Superiore rispose.

Continuarono quindi a camminare per qualche istante senza che nessuno si pronunciasse. Alle loro spalle si udivano le risate innocenti delle giovani pronipoti dell'imperatore, emozionate all'idea di assistere di nuovo a un'emozionante corsa di quadrighe.

Traiano si volse indietro per un breve momento. Rupilia Faustina e Matidia minore sorridevano. Vibia Sabina, la sua pronipote preferita, recentemente sposatasi con Adriano, invece non sorrideva. Camminava in silenzio guardando a terra.

La Mesia Superiore  molto vasta intervenne Quieto. Dove esattamente?

Traiano tard un istante a rispondere. Gir il capo e, mettendo da parte la propria inquietudine per il triste sguardo di Vibia Sabina, si rivolse al legatus africano. A Viminacium. Ho bisogno di molte legioni a Viminacium entro questa primavera disse. Non possiamo ritardare oltre.

Di nuovo, cadde il silenzio. Poi fu Longino ad avere il coraggio di formulare la domanda che sia lui sia Quieto avevano in mente.

Ritardare cosa?

Traiano non lo guard nel rispondergli. Si limit a dargli una spiegazione concisa della situazione, senza rallentare la marcia che li stava portando verso il palco imperiale del Circo Massimo.

Da tempo ho ordinato l'interruzione dei pagamenti a Decebalo, re della Dacia, di quel denaro che Domiziano inviava a nord del Danubio cos che i Daci, i Sarmati e tutti i loro alleati non attraversassero il grande fiume. Decebalo ha gi cominciato ad attaccare varie guarnigioni al confine e a compiere saccheggi di fronte al mio rifiuto di continuare a pagare, e non tarder a rispondere con un'incursione pi aggressiva. Conoscendolo, per prima cosa invier un parlamentare, per si sta certamente preparando all'inevitabile. Anche noi, quindi, dobbiamo trovarci pronti a combattere. Colui che attaccher per primo sar colui che, come sempre accade, avr il comando della campagna. Quindi si arrest, e tutti lo imitarono; parl poi a voce molto bassa, in un sussurro udibile solo da Quieto e Longino, i soli in grado di ascoltarlo perfettamente. Saremo noi ad attaccare per primi. Le loro incursioni a sud del Danubio ci offrono il casus belli per ottenere l'appoggio del senato. Attaccheremo per primi.

Dopodich, Marco Ulpio Traiano, imperatore del mondo, riprese il cammino. La conversazione era terminata e Longino e Quieto rimasero l, fermi, mentre il resto del corteo imperiale li superava per dirigersi verso la luce bianca, quasi accecante, che annunciava l'uscita verso le enormi gradinate del ciclopico Circo Massimo.

7

IL TIMORE DI UNA VESTALE

Atrium Vestae, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora quinta

Non posso, Vestale Massima, non posso andarci. Con queste parole la giovane Menenia, vestale da pi di nove anni, implorava, per la prima volta in vita sua, la Vestale Massima Tullia. Sento che sarebbe un errore recarmi al Circo Massimo, oggi.  meglio che rimanga nella nostra casa, o che vada al tempio e mi trattenga l, accanto alla fiamma di Vesta.

No. La risposta della Vestale Massima fu secca. Questo non farebbe che aumentare i pettegolezzi. Devi comportarti come se nulla fosse, come se tutto fosse normale, fallo per te e per noi, come se questi sospetti sulla relazione tra te e l'auriga non esistessero, come se nemmeno valesse la pena prenderli in considerazione. Nasconderti, Menenia, ti renderebbe pi colpevole agli occhi di tutti.

Pi colpevole? ripet Menenia accentuando l'avverbio.

La Vestale Massima la guard sospirando. Lo sai che io sono dalla tua parte, piccola mia. Io credo alla tua innocenza, come tutte noi. Sappiamo che hai solo chiacchierato con quel ragazzo, che siete amici e nulla pi, per agli occhi di gran parte del popolo, ora cos timoroso di tutto, con la minaccia dei Daci e dei Parti ai confini dell'Impero, potresti apparire colpevole. Nasconderti non far altro che rafforzare quest'opinione e convincer quelli che ancora erano in dubbio. L'imperatore, allora, in qualit di Pontifex Maximus, non avr altra scelta che giudicarti nella Regia e... Sono gi quattro le vestali che abbiamo perduto negli ultimi anni perch accusate di crimen incesti. Accusate e condannate senza alcuna prova.

 per questo che ho paura, Vestale Massima... disse Menenia, e cominci a piangere, rimanendo l, seduta sulla sua sella.

Provava cos tanta nostalgia di Cornelia, la precedente Vestale Massima, colei che l'aveva ricevuta nella Casa delle vestali in quell'orribile notte in cui i pretoriani l'avevano portata via dalla casa dei suoi genitori. Solo la gentilezza di Cornelia era riuscita a calmare l'anima distrutta per la definitiva perdita della sua fanciullezza. Invece Tullia, che aveva sostituito Cornelia dopo la sua esecuzione ordinata da Domiziano, era s una sacerdotessa competente, seria e rispettata da tutti, ma non possedeva la rassicurante comprensione della precedente Vestale Massima. Alle lacrime di Menenia si aggiungevano ora anche quelle causate dal triste ricordo della morte di Cornelia: l'imperatore Domiziano l'aveva giudicata colpevole di un presunto crimen incesti del quale non si avevano mai avute prove, come aveva detto Tullia, eppure per quell'accusa era stato ordinato che fosse sepolta viva. Le parole d'addio della Vestale Massima Cornelia, quando lei era solo una bambina di dodici anni, riecheggiavano ancora nella sua mente.

Menenia chiuse gli occhi ricordando il passato. Per un istante, Tullia scomparve e lei ud di nuovo la voce soave e tenera di Cornelia. Devi essere forte, mia piccola Menenia. Un giorno tutto questo cambier, giunger un imperatore pi giusto, pi saggio, e tu vivrai per vederlo e diventerai, alla fine di tutta questa sofferenza, la Vestale Massima e ti prenderai cura delle nuove vestali, delle bambine che giungeranno con quello stesso timore che tu provavi quando arrivasti; veglierai su loro e sulle vestali anziane, cos come sulla fiamma di Vesta. Tu, Menenia, veglierai sull'imperatore, sull'intera Roma e, alla fine, conquisterai il tuo premio. Io ne sono sicura, come se Vesta in persona me lo avesse detto, parola per parola. Non soffrire per me, ora, a causa di questa stupida condanna. Non voglio vederti piangere. Non voglio separarmi da te in questo modo. Un giorno arriver un nuovo imperatore che ti protegger come tu farai con lui, come deve essere, poich il Pontifex Maximus e le vestali rappresentano Roma, sono il sangue sacro di Roma che torner, in un modo o nell'altro, a unirsi, a scorrere unito.

Allora Menenia ricord che aveva smesso di piangere, in quel mattino terribile, mentre Cornelia marciava verso la sua condanna a morte. Adesso, dopo vari anni, le parole di Cornelia apparivano svuotate, senza forza. Si sentiva come intrappolata all'interno della matassa appiccicosa di una tela di ragno, ma non riusciva a capire chi stesse tessendo quella tela, e nemmeno il perch. Tullia, la nuova Vestale Massima, non si rendeva conto, non poteva vederlo, era incapace di intuire l'orrore verso cui si stavano dirigendo.

Torn al presente e aprendo gli occhi ritrov le parole di Tullia.

Devi presentarti con me e con il resto delle vestali al Circo Massimo insisteva l'altra decisa, con una testardaggine che stava esasperando Menenia; ma la giovane sapeva che la Vestale Massima non avrebbe cambiato idea, non c'era rimedio. Non poteva disobbedirle.

Fu allora sul punto di confessarle il segreto: aveva visto ci che non avrebbe mai dovuto vedere e presentiva che questo l'avrebbe condotta a conseguenze assai gravi per lei; per, all'ultimo momento, non os confidarsi e tacque. Se ci fosse stata Cornelia le avrebbe raccontato quel segreto, ma senza di lei la giovane vestale prefer ricacciare il ricordo nei reconditi della sua mente.

Oh, non avesse mai assistito a quello che aveva visto! Arriv a desiderare di essere stata cieca. Solo cos avrebbe avuto la possibilit di sopravvivere. Pens ai suoi genitori e avvert in profondit il dolore che avrebbero sofferto se le accuse fossero divenute ufficiali. Se non avesse visto nulla, e se non avesse mai conosciuto Celer... Ma ormai tutto congiurava contro di lei.

Sar un errore presenziare oggi al Circo Massimo ripet Menenia tra i singhiozzi, ma si alz in piedi disposta a seguire Tullia senza aggiungere altro.

Anche la Vestale Massima si alz.

Vedrai, non ci succeder niente. Vesta ci protegger.

A pochi passi dalla Casa delle vestali, all'interno del grande tempio di Vesta, la fiamma sacra cominci a tremolare nervosamente. Non si stava spegnendo, ma il fuoco si muoveva con una strana vibrazione, come se avvertisse la paura. Solo le vestali pi sensibili, come Menenia, erano in grado di percepire quando la fiamma di Vesta metteva Roma in allerta.

8

LA POMPA DEL CIRCO MASSIMO

Circo Massimo
Roma, 24 marzo del 101 d.C., hora quinta
Sul palco imperiale

Marco Ulpio Traiano emerse nel palco imperiale del Circo Massimo accompagnato dalla moglie Plotina e seguito dalla sorella Marzia, dalla nipote Matidia maggiore e dalle pronipoti Vibia Sabina, Matidia minore e Rupilla Faustina. La madre dell'imperatore, anziana e di salute cagionevole, aveva deciso di non andare al Circo Massimo poich non si sentiva bene. Traiano presentiva che per la madre si avvicinava la fine e ci lo affliggeva; per non poteva esimersi dal presenziare alle grandi celebrazioni pubbliche di Roma. Si rendeva conto che la sua autorit non si era ancora affermata del tutto e che erano in molti a considerarlo un Cesare debole, come il suo predecessore Nerva. Era certo del fatto che la guardia pretoriana fosse ormai sotto controllo, con soddisfazione e serenit di tutti, grazie alla mano ferrea del vecchio prefetto del pretorio Suburano; per c'erano ancora troppi senatori preoccupati che un ispanico non fosse in grado di amministrare uno stato indebolito e allo stesso tempo di mantenere i barbari lontani dai confini di Roma. Ci nonostante, il popolo, che, incredibilmente rumoroso, aveva gi riempito le interminabili gradinate, ricevette Traiano con un mare di applausi, il che era comprensibile: il Circo Massimo appariva in tutto il suo splendore dopo il profondo restauro ordinato dal nuovo imperatore.

Durante i suoi ultimi anni, Domiziano non si era mai interessato alla riparazione dei numerosi danni che un incendio aveva causato a gran parte delle gradinate, molte delle quali erano in legno. Traiano, invece, aveva ordinato di ricostruire l'intera parte bruciata in quel disastro con mattoni e marmo, e di migliorare le restanti parti del gigantesco Circo. Il popolo ora, con quell'immenso applauso, lo stava ringraziando.

L'imperatore ispanico salut sorridendo. Per lui restava, tuttavia, il problema di come ottenere denaro sufficiente per uscire dalla bancarotta nella quale Domiziano aveva lasciato Roma. C'era troppo da ricostruire e da risistemare nell'Urbe, cos come in tutto l'Impero: era soprattutto il cattivo stato di moltissime strade e ponti a preoccuparlo. Senza un buon sistema viario il rapido spostamento delle mercanzie e delle truppe era impossibile, e questo poteva condurre l'Impero al collasso economico o alla difficolt di rispondere con rapidit agli attacchi dei barbari presso i confini nel Nord e a Oriente. Erano questi crucci ad angosciare Traiano mentre salutava il popolo: confini, finanze, barbari. Per lui aveva un piano.

La famiglia imperiale prese posto e cominci la sfilata dell'editor dei giochi nell'arena del Circo. L'editor, la cui quadriga marciava maestosa tra la spina centrale e il palco imperiale, altri non era che Lucio Licinio Sura, il vecchio e leale Sura, che per appoggiare l'imperatore di Roma, un ispanico come lui, aveva deciso di contribuire alla popolarit di Traiano finanziando quelle gare, essendo a conoscenza dei problemi economici dell'Impero.

Nel momento in cui la quadriga di Sura, adornato della toga color porpora propria di chi era stato eletto editor dei giochi, sfil di fronte al grande palco reale, Traiano gli rese onore alzandosi dal suo seggio regale e salutando l'anziano senatore. E lo stesso fece Plotina. Fu un gesto che non pass inosservato: significava che Sura godeva del completo favore imperiale. Proprio come la maggior parte di coloro che circondavano il Cesare su quella gradinata ricoperta di marmo e statue: i tribuni Lusio Quieto e Longino, che non cessavano di conversare tra loro su qualche faccenda che evidentemente li assorbiva completamente; Suburano, il prefetto del pretorio; i senatori Celso, Palma e Plinio; e anche il tribuno Nigrino e il senatore Frontino, che era stato magistrato insieme all'imperatore durante vari mesi dell'anno precedente; infine il giovane Publio Elio Adriano, figlio di Ulpia, zia paterna di Traiano, che aveva cavalcato senza sosta quando Nerva era morto per trasmettere la notizia dell'ascesa al trono del nuovo imperatore.

Adriano.

Traiano lo guard per un istante e la sua espressione si fece seria, per rimase in silenzio. Poi, mentre la sfilata continuava con il passaggio dei sacerdoti che seguivano la quadriga di Sura, l'imperatore si gir verso Suburano, che intese subito il suo sguardo: si alz ipso facto e si avvicin al Cesare.

Come procede la questione della guardia? chiese Traiano a bassa voce.

Bene, augusto rispose il veterano a capo del pretorio. La maggior parte degli ufficiali leali ai precedenti capi, Norbano e Casperio,  gi stata licenziata. Tutti i presenti sono nuovi pretoriani, che ho personalmente selezionato tra i veterani delle legioni del Reno. Con loro il Cesare pu stare tranquillo, e tra poche settimane avremo il rinnovo completo dell'intera guardia.

Bene, Sesto rispose Traiano. Ti ringrazio per il tuo lavoro. Presto potrai ritirarti e ti lascer riposare proprio come desideri.

Grazie, augusto: rimango a disposizione del Cesare disse Sesto Attio Suburano, e si ritir tornando a sedere al suo posto.

Plotina si avvicin all'imperatore e gli sussurr qualcosa all'orecchio mentre la sfilata cominciava il giro dell'estremit occidentale della spina centrale del Circo Massimo, tra le acclamazioni del pubblico.

Credi che sia una buona idea sostituire ora Suburano? Sta facendo un ottimo lavoro assicurandosi la lealt della nuova guardia pretoriana.

Esattamente rispose Traiano senza distogliere lo sguardo dall'arena del Circo Massimo per contemplare le immagini dei differenti dei che venivano esibite su delle enormi impalcature. In mezzo a esse decine di sacerdoti cantavano inni arcani mentre facevano oscillare vecchi incensieri che diffondevano dappertutto una speciale fragranza. Ho promesso a Suburano che, una volta assicurata la lealt della guardia imperiale, gli avrei permesso di ritirarsi:  ci che desidera da diverso tempo. Dopo aver passato anni a combattere presso i confini dell'Impero se lo merita.  ci che vuole e io glielo conceder.

Plotina, per, non era sicura che quella fosse una buona idea; pur tuttavia Traiano doveva rispettare la parola data. Era comportandosi in questo modo, con onore, che suo marito si era conquistato il rispetto di tutti coloro che lo appoggiavano, e cos doveva continuare a essere.

Hai pensato a come premiare Suburano? s'inform mentre osservava i sacerdoti che sfilavano nell'arena del Circo.

Lo nominer senatore e, dopo un paio d'anni, sicuramente console rispose Traiano.

Plotina annu. Era una ricompensa meritata e adeguata. Possedere una guardia pretoriana di fiducia era qualcosa che non aveva prezzo. Qualunque ottima ricompensa era giustificata.

E hai gi deciso chi gli succeder a capo della guardia? chiese dunque l'imperatrice.

Traiano si rese conto che Plotina era alquanto curiosa quella mattina. Non era una cosa usuale: era chiaro che voleva dirgli qualcosa, ma non aveva idea di cosa potesse trattarsi.

Nei carceres del Circo Massimo

Celer controllava che i conditores lubrificassero a dovere le ruote dei carri, che poi gli sparsores le ripulissero bene e che tutti gli armentarii, i garzoni delle squadre, eseguissero i loro compiti in maniera appropriata. Alle sue spalle due degli aurigatores dei Rossi stavano trasportando le grosse redini che avrebbero agganciato ai morsi dei cavalli. Tutto sembrava in ordine, per Celer era nervoso.

 l'ora del sorteggio annunci uno degli aurigatores.

Celer annu, si volt e s'incammin verso il centro delle scuderie del Circo Massimo. L si trovavano gi Acleo degli Azzurri, insieme ad altri due aurighi della stessa squadra, due dei Rossi, tre aurighi dei Verdi e tre dei Bianchi. Sarebbe stata una gara tra dodici quadrighe, molto pericolosa e con un considerevole rischio di morte. Per anni le gare si erano celebrate tra quattro quadrighe, una per squadra; poi il numero era stato progressivamente aumentato, fino a che l'ormai trapassato imperatore Domiziano aveva ordinato di incorporare due squadre in pi, gli Oro e i Porpora, permettendo che corressero due carri per ogni squadra, e cos la plebe si era abituata a vedere gareggiare dodici quadrighe alla volta. Gli incidenti si erano moltiplicati, ma ci, invece di indisporre gli spettatori, pareva divertirli ancora di pi. Quella decisione era stata giudicata encomiabile dalla plebe, ma aveva reso ben pi complicata la vita degli aurighi. Nerva e Traiano avevano poi eliminato le squadre aggiunte da Domiziano, come molte altre cose che dovevano essere cancellate in base alla damnatio memoriae emessa dal senato, tuttavia si era deciso di mantenere il numero di dodici quadrighe, tre per ognuna delle quattro squadre tradizionali.

Per Marte, ci siamo tutti disse Acleo con disprezzo appena vide arrivare Celer presso il luogo del sorteggio, dove si sarebbe deciso l'ordine di partenza. Allora possiamo cominciare.

Celer ignor il commento e si limit ad avvicinarsi al vaso sorretto dal giudice del Circo. In qualit di auriga che aveva accumulato pi vittorie a Roma aveva diritto a scegliere per primo.

Estrasse una piccola tavoletta e la consegn al giudice.

Il XII annunci quest'ultimo e, senza che Celer potesse vederla, butt la tavoletta in un altro vaso contenente molte tavolette numerate.

Celer non era affatto sicuro che il numero estratto fosse davvero il XII, ma ormai non avrebbe pi potuto accertarsene.

Il IV annunci poi il giudice non appena Acleo estrasse la sua tavoletta.

L'auriga degli Azzurri sorrise soddisfatto. Celer era sempre pi convinto che quella gara fosse truccata. I patroni della squadra Azzurra, quella di Acleo, rivendicavano le loro vittorie e certamente non si erano limitati a far pervenire un forte auriga dalla Tracia, ma avevano anche, senza dubbio, investito molto denaro per assicurarsi la sua vittoria. Il numero XII era il carcer pi infame, la posizione peggiore che si potesse ottenere, perch situato a un'estremit, e quindi obbligava a incrociarsi con vari carri prima di direzionarsi verso la spina centrale del Circo Massimo. Era questo il segreto per vincere poich, logicamente, il carro che girava pi vicino alla spina era quello che percorreva il tragitto pi corto e acquistava vantaggio sugli altri. Il carcer IV di Acleo era proprio quello situato di fronte alla spina. L'auriga degli Azzurri non avrebbe quindi dovuto fare altro che partire il pi rapidamente possibile sul rettilineo e avrebbe conseguito la migliore traiettoria per continuare il resto della gara.

Acleo gli pass di fianco fissandolo negli occhi e senza smettere di sorridere. Sei morto gli disse.

Celer non batt ciglio. Si limit a mantenersi serio e silenzioso. Aveva gi partecipato a gare truccate e aveva vinto lo stesso. Non aveva senso preoccuparsi prima del previsto.

Di sicuro hanno teso una trappola sussurr uno degli aurigatores dei Rossi all'orecchio di Celer.

S, ma se hanno comprato anche il giudice dell'alba linea non ha senso denunciarli replic lui a voce bassa ma decisa.

L'aurigator annu. Non aveva considerato quella possibilit, ma Celer aveva ragione: il giudice dell'alba linea, situato proprio sulla dirittura d'arrivo, aveva il potere di alzare una corda per interrompere la corsa se riteneva ci fosse stata qualche irregolarit alla partenza. Non era infrequente che questi, se corrotto da qualche squadra, per esempio quella Azzurra, alzasse la corda nel momento stesso in cui una delle quadrighe azzurre raggiungeva la prima posizione. Celer doveva perci vincere rimanendo indietro, recuperando a poco a poco, giro dopo giro. In ogni caso, potevano comprare tutti i giudici che volevano, ma dopo il primo giro tutte le squadre si eguagliavano: l'arena, i cavalli, la morte o la vittoria che li aspettava.

Tutti gli aurighi si piazzarono vicino al carcer corrispondente, mentre gli armentarii si sforzavano di far entrare i cavalli per poterli agganciare al tiro della quadriga; le bestie, gi molto nervose, scalpitavano e nitrivano ai propri posti di partenza. Celer cominci a spalmarsi le braccia e le gambe di una sostanza scura. Puzzava, ma era necessaria.

Altro letame! grid a uno dei suoi aiutanti.

Gli aurighi credevano, erroneamente, che il cattivo odore dello sterco di cinghiale evitasse, in caso di caduta, che i cavalli li calpestassero. In verit, Celer non era sicuro che funzionasse. Alla velocit con cui correvano quelle bestie era difficile che frenassero a causa della puzza. Aveva visto morire calpestati molti compagni ricoperti di sterco. Ma il pericolo era tale che gli aurighi, come i gladiatori dell'anfiteatro, si afferravano a qualunque superstizione. Da parte sua, Celer aveva avuto fortuna ogni volta che si era ricoperto di quella crema puzzolente e non voleva gareggiare, men che meno in una corsa truccata, modificando i rituali a cui era abituato. Pure i suoi quattro cavalli, l'intelligente Niger alla sua sinistra, il velocissimo Orynx alla sua destra, Raptore e Tigris al centro, indossavano vari amuleti d'oro e d'argento appesi al collo, oltre ai nastri rossi, del colore della loro squadra di appartenenza.

Gli armentarii si assicurarono che le criniere dei cavalli fossero ben intrecciate con gli ornamenti di gemme che li decoravano e controllarono che le code fossero strettamente legate, cos da evitare che si aggrovigliassero alle redini.

Ancora dietro al carro, in attesa di salire, Celer, in piedi, alz le braccia nere di sterco mentre gli aurigatores gli legavano al corpo le redini affinch rimanessero avviluppate al suo petto. Poi gli passarono un coltello ben affilato che lui si leg al fianco. Sperava di non doverlo usare: serviva a tagliare le redini attaccate al corpo nel caso in cui i cavalli si fossero imbizzarriti e l'auriga avesse perso il controllo del tiro, cos da poter saltare dal carro e tentare di salvarsi prima di un inevitabile scontro. La maggior parte moriva senza aver avuto il tempo di tagliare le redini; tuttavia, proprio come lo sterco, non si poteva mai sapere, e inoltre era esistito qualcuno che si era eccezionalmente salvato con quello stratagemma; cos, tutti indossavano quel coltello come se la vita dipendesse da esso.

I cavalli erano agganciati: al tiro i due centrali, e solo alle redini i due esterni, in modo che Niger e Orynx potessero dirigere pi liberamente le pericolose curve. Pi libert per loro, s, per questo li rendeva molto difficili da controllare. Da qui la necessit di legarsi le redini intorno al corpo. Auriga e cavallo univano cos i loro destini in quella corsa mortale.

Nell'arena del Circo

Fuori dai carceres, i procuratores dromi si affannavano a spianare la sabbia della pista del Circo Massimo, mentre il giudice dell'alba linea prendeva posizione al principio della grande pista. Nella spina centrale gli erectores preparavano, da un lato, le sette uova di pietra su un'estremit del muro che divideva in due la pista della gara e, dall'altro, all'estremo opposto, sistemavano a una certa altezza i sette delfini di bronzo che avrebbero indicato agli aurighi, e a tutto il pubblico, i giri che restavano per terminare la gara. Le uova erano state consacrate a Castore e Polluce, patroni di Roma; mentre i delfini erano dedicati a Nettuno, che proteggeva le creature del mare. Nel fragore delirante di una gara questi oggetti risultavano essenziali affinch gli aurighi non perdessero la nozione dello spazio che mancava da percorrere.

Tutto era pronto.

9

LA PARTENZA

Circo Massimo
Roma, 24 marzo del 101 d.C., hora sesta
Sul palco imperiale

Lucio Licinio Sura giunse al pulvinar, il grande palco imperiale, e Traiano lo salut sollevando un poco la mano destra; Sura rispose inclinando lievemente il capo.

L'imperatore si rivolse poi a sua moglie. Sura mi ha raccomandato Claudio Liviano come sostituto di Suburano al comando della guardia pretoriana disse, rispondendo cos alla domanda di Plotina.

L'imperatrice annu. Finora Sura ti ha sempre consigliato bene.

S ribatt Traiano. Non ne so molto di Liviano, solamente che i suoi ufficiali parlano bene di lui e che  un buon veterano, quindi penso di seguire il consiglio. Inoltre, non ho molte altre alternative: Longino, che sarebbe stato la mia prima scelta,  rimasto invalido, e i pretoriani non lo rispetterebbero, per quanto sia coraggioso e leale; Nigrino  troppo giovane e Lusio Quieto  africano. Roma sta ancora digerendo il fatto di avere un imperatore ispanico. Mettere un africano al comando del pretorio apparirebbe come una provocazione agli occhi dei molti che ancora dubitano di me. No continu parlando tra i denti, come se stesse pensando a voce alta, anche se la moglie udiva bene le sue enigmatiche parole, no,  troppo presto per Lusio Quieto. Abbiamo bisogno di altro tempo.

Plotina stava per domandargli cosa intendesse dire esattamente, ma in quel momento su gran parte delle gradinate che li circondavano cal un silenzio inquietante e tutti si voltarono per vedere cosa stesse succedendo.

Tullia, la Vestale Massima, era appena salita sul palco riservato alle sacerdotesse di Vesta accompagnata dal resto delle vestali. Tra loro c'era anche Menenia, la giovane che tutti, a Roma, dicevano fosse colpevole di crimen incesti per aver, chiss se era vero, donato la propria verginit al famoso auriga dei Rossi. Quel silenzio non era un buon presagio.

Sul palco delle vestali

Non preoccuparti disse Tullia alla giovane Menenia.

La vestale, tuttavia, osservata da mille occhi accusatori, quasi non osava sollevare lo sguardo da terra.

Guarda avanti, per Castore e Polluce insistette la Vestale Massima senza smettere di sorridere e guardarsi intorno. Non puoi apparire colpevole, assolutamente no biascic tra i denti.

Menenia sollev lo sguardo e questo si diresse, cosa non difficile, alle infinite gradinate su cui sedevano senatori, commercianti, cavalieri, patrizi, schiavi, donne di ogni stato sociale, liberti e tutto il pubblico che la circondava, fino a che i suoi occhi si fissarono, facendosi particolarmente penetranti: Traiano, imperatore e Pontifex Maximus, che legalmente era divenuto suo padre a tutti gli effetti da quando lei era entrata nel sacro tempio di Vesta1 , la osservava attentamente.

Menenia deglut e riabbass immediatamente lo sguardo. La gente torn alle proprie conversazioni.

Per un momento Tullia pens che forse la giovane aveva ragione, che sarebbe stato meglio per lei, per tutte loro, per Roma, che colei di cui tutti dubitavano non si fosse recata al Circo Massimo quella mattina. Tuttavia non farlo avrebbe significato ammettere tacitamente che le accuse contro di lei erano fondate.

Sul palco imperiale

Devi fare qualcosa per risolvere questa faccenda disse l'imperatrice all'orecchio del marito.

Traiano le rispose senza guardarla. Continuava a osservare intensamente i tratti di quella vestale che stava causando tanti problemi. Per adesso sono solo voci disse. E un imperatore, un Pontifex Maximus, non pu governare dando credito alle voci.  quel che faceva Domiziano.

L'imperatrice tacque. Aveva compreso che non sarebbe servito insistere... per il momento. Cambi dunque argomento. E questo Tiberio Claudio Liviano che ti ha raccomandato Sura,  della famiglia Claudia?

No, non credo. Ha preso il nome della gens Claudia perch la sua famiglia fu da loro aiutata, in passato. Questo, almeno,  ci che mi ha raccontato Sura.

Plotina non disse nulla. In realt non le importava di Claudio Liviano bens di ci che era successo sul palco delle vestali; per annu fingendo di provare interesse per le parole del marito.

D'un tratto squillarono le trombe che annunciavano l'inizio della gara, e tutti, il pubblico, le vestali e l'intero palco imperiale, volsero gli sguardi ai carceres. L, all'interno di ogni scompartimento, gli aurighi stavano salendo sui carri, mentre gli aurigatores e gli armentarii tenevano fermi, per le cinghie e per i sottopancia colorati, i cavalli che nitrivano nervosi. Erano pronti.

Posizioni di partenza

All'esterno i procuratores dromi correvano a tutta velocit per allontanarsi dalla pista e rifugiarsi sotto una tribuna, da dove avrebbero osservato l'andamento della gara insieme ai medici e al nutrito gruppo di assistenti e schiavi pronti a ritirare velocemente i cadaveri, i feriti o i resti dei carri accidentati.

Sul palco imperiale

I bucinatores smisero di suonare le trombe. Traiano si volt verso Sura, editor e finanziatore dei giochi, che aveva preso posizione sul palco accanto all'imperatore. Lucio Licinio Sura si alz allora dal suo posto esibendo un fazzoletto bianco che ondeggiava nella brezza del mattino. Tutti lo guardarono. Sura guard Traiano e questi annu. Lucio Licinio Sura, senatore ispanico, lasci cadere il fazzoletto.

Nell'arena del Circo Massimo

I giudici diedero il segnale e le porte dei carceres, gli scomparti dove si trovavano i cavalli e le quadrighe, si aprirono di colpo. Tutti i carri si lanciarono immediatamente fuori, trainati dagli animali che iniziarono a galoppare come saette dal primo istante della gara. Dovevano riuscire a entrare nella traiettoria della spina al lato opposto del palco imperiale.

Acleo part in vantaggio poich doveva solamente tracciare una perfetta linea retta e, se fosse uscito velocemente, avrebbe evitato che gli tagliassero la strada.

Avanti Tuscus, Passerinus, Pomperanus, Victor! Per Ercole, avanti! grid ai suoi cavalli, e la squadra degli Azzurri conquist subito la prima posizione.

Per Celer, invece, che era uscito dal carcer XII, all'estremit dei posti di partenza, la cosa era ben pi complicata. Era uscito velocissimo, facendo onore al proprio nome, ed era riuscito a posizionare la sua quadriga davanti a due della sua squadra, anch'esse partite dai lati poich, essendo il sorteggio truccato, gli altri Rossi avevano ottenuto i carceres X e XI, accanto al XII di Celer, mentre i due Azzurri avevano avuto i carceres II e III, ottime posizioni vicine al IV di Acleo.

A Roma, e ancor pi nel Circo, non importava troppo che una gara fosse truccata. Se si giocava sporco lo si faceva fino in fondo. Se si era forti si superava la difficolt e se i trucchi non piacevano, allora era meglio smettere di gareggiare.

Celer aveva superato i suoi compagni di squadra e anche uno dei Verdi proprio prima di arrivare alla spina, per un auriga dei Bianchi aveva portato il suo carro davanti a lui e fu impossibile avanzare oltre mentre la traiettoria per andare in dirittura d'arrivo si restringeva. Le cose si stavano complicando. Un altro carro dei Bianchi tagli la strada a uno dei Verdi e lo scontro fu inevitabile.

Celer grid a Niger: Ad laevam, ad laevam! [A sinistra, a sinistra!]

Da tempo Celer aveva capito che un buon auriga deve evitare le imprecazioni agli dei: in una gara ogni secondo  prezioso, e ogni parola, ogni ordine lanciato ai cavalli, deve essere pi esatto e breve possibile. Niger, seguendo le istruzioni del suo padrone, svolt a sinistra e Celer evit cos lo scontro frontale con i carri accidentati, pur udendo il grido di agonia di uno degli aurighi che lui stesso stava calpestando. Sent la sua quadriga sollevarsi mentre passava sopra al corpo del poveretto. Avrebbe potuto esserci lui al suo posto. Ma non c'era tempo per pensarci.

Agit le redini. Preferiva evitare la frusta, a meno che non fosse strettamente necessario. Avanti, avanti!

Aveva evitato il primo grave ostacolo ed era riemerso da un'immensa nube di polvere per inseguire la scia degli altri carri che si avvicinavano all'arrivo.

Sulle gradinate

Sulle gradinate, la gente acclamava entusiasta il grande spettacolo.

Sul palco delle vestali

Nel palco delle vestali, Menenia non pot evitare di alzarsi dal suo posto tale era lo spavento. Aveva assistito all'incidente e all'enorme polverone creatosi, e Celer non si vedeva, non si vedeva... E poi il suo carro apparve, con lui che lo guidava a tutta velocit. Era ancora l, che afferrava energicamente le redini e gridava ai suoi cavalli. Menenia torn a sedersi. La sua passione segreta la stava tradendo. Non aveva mai fatto nulla di male, non si era mai lasciata toccare da quando era vestale, per loro si amavano, si amavano, e non potevano vincere contro i propri sentimenti.

Celer era ancora vivo. La sacerdotessa abbass lo sguardo. Era meglio non guardarlo.

La Vestale Massima aveva notato la reazione di Menenia, per non aveva detto nulla. Si guard intorno. Grazie a Vesta erano tutti assorti nella gara e nessuno sembrava essersi reso conto della cosa; finch Tullia non incroci lo sguardo serio di Traiano, l'imperatore di Roma, il Pontifex Maximus, che continuava a fissare il palco delle vestali. Il Cesare dubitava.

L'imperatore doveva essere rimasto turbato dai pettegolezzi e il comportamento incontrollato di Menenia ogni volta che quell'auriga dei Rossi sfiorava il pericolo non aiutava. No, decisamente non era stata una buona idea costringere Menenia a recarsi a quella maledetta corsa.

Nell'arena del Circo Massimo

In pista, Acleo si stava avvicinando alla posizione del giudice dell'alba linea mentre questi esaminava concentrato la situazione della gara: Acleo in testa, lo seguiva un'altra quadriga degli Azzurri e poi una dei Verdi che aveva conquistato la terza posizione superando l'avversario degli Azzurri. Pi indietro, i restanti, a parte i due carri accidentati. Celer, il grande nemico di Acleo, nonostante la sua partenza quasi perfetta, era settimo, dopo aver perduto molto terreno a causa dello scontro con i due carri caduti dei Verdi e dei Bianchi.

Il giudice dell'alba linea lo osservava attentamente. Sorrise tra s. Era una condizione perfetta per gli Azzurri, la squadra che quella mattina lo aveva pagato di pi. La corda bianca rimaneva alta. La tir gi con un colpo secco e l'alba linea scomparve lasciando il passaggio aperto ad Acleo e al resto dei carri. Tutto procedeva per il verso giusto. Il giudice, proprio come quello del sorteggio, era felice: quella mattina aveva guadagnato un mucchio di denaro.

Posizioni in pista

Sul palco imperiale

Sul palco imperiale l'imperatrice torn a rivolgersi al marito. Ti vedo preoccupato.

Traiano distolse lo sguardo dalle vestali.  per Vibia. La vedo triste da quando si  sposata con Adriano, l'anno passato rispose. Non avremmo dovuto forzarla. Aveva solo tredici anni. Era ancora una bambina. Una bambina.

Plotina sapeva che suo marito le stava lanciando una frecciata, poich era stata lei a insistere perch quelle nozze fossero celebrate.

 un'et normale per contrarre matrimonio disse, ma non era una valida scusa. Tacque riflettendo.

Traiano pos lo sguardo sulla pista. Uno degli Azzurri era in vantaggio. Celer, colui che tutti sospettavano avesse una relazione con la vestale Menenia e della quale pareva essere un buon amico, era ancora molto lontano dalla linea d'arrivo, certamente a causa della svantaggiosa posizione di partenza. Meglio cos. Quanto pi fosse passato inosservato, tanto meglio sarebbe stato per lui, per Menenia, per tutti.

Adriano sar un buon marito comment Plotina tornando al tema di Vibia, inclinandosi in avanti per vedere meglio i carri che passavano davanti al palco imperiale. Fa parte della famiglia. Puoi tenerlo d'occhio e, inoltre, in questo modo, Vibia rimarr vicina a te, a noi, mentre, allo stesso tempo, rafforziamo la nostra famiglia grazie a quest'alleanza, consolidando i vincoli tra i diversi rami degli Ulpii. Ritengo che sia stata un'ottima scelta.

Intuendo per una certa diffidenza da parte del marito, Plotina prefer lasciar cadere il discorso; anche perch quella mattina aveva ben altre preoccupazioni.

S rispose Traiano con la fronte aggrottata. Questo  vero: abbiamo Vibia vicina e possiamo vigilare.

Quella risposta non piacque a Plotina, ma non aggiunse altro.

Nell'arena del Circo Massimo

In pista, all'estremit occidentale, a solo una decina di passi dai carceres, un gruppo di schiavi si affannava a raccogliere gli auriga feriti, uno mortalmente, per essere stato involontariamente travolto dalla quadriga di Celer, l'altro con un piede e una gamba rotti. Cercarono anche di ritirare i resti delle quadrighe, anche se, fortunatamente per tutti, l'incidente era accaduto lontano dalla spina e i resti non avrebbero intralciato le quadrighe durante il loro secondo giro dopo la prima curva.

1. Quando una ragazza era scelta per diventare vestale, il padre biologico perdeva la patria potest e lei passava sotto la tutela diretta dell'imperatore, che la esercitava in qualit di Pontifex Maximus.

10

UN SALVACONDOTTO IMPERIALE

Viminacium, capitale della Mesia Superiore.
Confine settentrionale dell'Impero
24 marzo del 101 d.C., hora sexta

L'architetto Apollodoro osservava l'orizzonte nebbioso mentre la luce del mezzogiorno illuminava i contorni della fortezza di Viminacium. Dopo un mese e mezzo di faticoso viaggio, esattamente il tempo trascorso da quando Traiano gli aveva assegnato quella missione, finalmente raggiungeva la sua meta: il confine settentrionale dell'Impero, nella provincia della Mesia Superiore. Ancora una volta, il suo salvacondotto gli permise di passare, dopo che un pretoriano della sua piccola scorta di sei guardie imperiali ebbe mostrato il documento a una delle sentinelle che stavano alla porta principale della fortezza.

Lo condussero rapidamente al praetorium di quell'enclave all'estremit del mondo conosciuto. Un uomo di mezza et, con l'uniforme di legatus, lo ricevette seduto su una pesante cathedra; in mano teneva il salvacondotto firmato dall'imperatore in persona.

Siediti disse l'alto ufficiale dell'Impero con un tono marziale.

Apollodoro grad l'invito; credeva che tutto sarebbe filato liscio, ma si sbagliava.

Il mio nome  Tettio Giuliano, legatus della VII Claudia in questo sperduto angolo dell'Impero. I Sarmati e i Daci ci accerchiano, ci attaccano attraversando il confine durante la notte, seminano terrore tra le popolazioni vicine senza che io disponga delle forze sufficienti per controllare la situazione e, in mezzo a tutto questo caos, mi arriva un inviato dell'imperatore che non ha certo l'aspetto di un militare e, ancor peggio, con un salvacondotto imperiale.

Apollodoro non si aspettava di certo che la sua funzione in quel luogo fosse immediatamente intesa dai tribuni, nemmeno da quel legatus, per non capiva nemmeno il motivo di una tale ostilit.

Tettio Giuliano riprese a parlare, chiarendo i suoi dubbi. Gli uomini che possiedono un salvacondotto imperiale portano solo guai. Li ho incontrati in pi occasioni, in Britannia, in Germania, varie volte. Arrivano sempre con delle missioni impossibili in luoghi dove queste missioni non possono essere portate a termine, e tocca sempre a noi, ai legionari di Roma, dar loro protezione, sottraendo energie alle faccende pi urgenti, come la difesa dei confini. Suppongo che anche con te non sar diverso, o sbaglio?

Apollodoro ponder la risposta. Il Cesare non gli aveva dato istruzioni precise sullo svelare o meno l'obiettivo della sua missione. Concluse che Traiano gli avesse lasciato la scelta di decidere in base alle circostanze del momento.

Mi dispiace sapere che il legatus Tettio Giuliano ha avuto in passato delle brutte esperienze con coloro che portavano un salvacondotto imperiale. Non  mia intenzione causare problemi a chi lavora tanto per salvaguardare i confini dell'Impero, ma anche il mio incarico  parte della difesa di Roma.

Giuliano si alz e cammin fino a un tavolo dove c'erano caraffe d'acqua e di vino. Si serv da solo. Non c'era traccia di schiavi l intorno. Era un uomo austero. Sicuramente un ottimo ufficiale, pens l'architetto; altrimenti il Cesare non gli avrebbe ordinato di arrivare fin l per avviare la sua missione. Apollodoro si stava persuadendo che ottenere l'appoggio di quel legatus avrebbe facilitato molto le cose in vista della sua impresa ciclopica. Certamente, il capo della VII Claudia qualcosa aveva indovinato: la sua missione, costruire un ponte sul Danubio, era praticamente impossibile. Perci Apollodoro consider opportuno non svelare il vero obiettivo. Almeno per il momento.

Ho il compito di revisionare lo stato dei confini lungo il Danubio disse perci fissando voglioso la caraffa d'acqua che Giuliano si stava versando.  questa la mia missione.

Il legatus bevve un lungo sorso. Alla fine, l'invitato dovette fargli compassione.

Se vuoi puoi servirti l'acqua da solo. Il salvacondotto non precisa che io debba essere il tuo schiavo disse l'ufficiale tornando a sedersi sulla sua chatedra.

Apollodoro non si fece pregare e si alz rapidissimo per versarsi un bicchiere e scacciare la sua terribile sete. Anche un bagno non sarebbe stato male. Si sentiva come se tutta la polvere dell'Impero si fosse depositata sulla sua pelle.

Grazie disse poi tornando al suo posto dopo aver lasciato il bicchiere vuoto sul tavolo.

Segu un lungo e imbarazzante silenzio. Giuliano non cessava di fissarlo.

Non mentirmi. Sia quel che sia, non mentirmi pi disse il legatus con uno sguardo gelido. Ho gi abbastanza problemi. Se non vuoi dirmi qual  il vero scopo della tua missione non farlo. Nessuno ti obbliga. Per non mentirmi mai pi.

Apollodoro deglut. Non volevo contrariare il legatus Tettio Giuliano, ma  vero che la mia risposta alla sua domanda non  stata del tutto esatta. Ritengo sia meglio non svelare ancora l'obiettivo reale della mia missione, ma non ho mentito quando ho spiegato la mia necessit di controllare i confini del Danubio, da Viminacium, la parte a sud del fiume, fino alla Mesia Inferiore, se lo riterr necessario. Sto cercando qualcosa, un luogo, ma preferisco non spiegare ancora quello che cerco esattamente n il perch.

Tettio Giuliano sospir. Bene, meglio cos. Non credo che riusciremo mai a intenderci, per ridurre le menzogne ci sar d'aiuto. E si pass la mano sulla barba nera dove cominciavano a spuntare alcuni impertinenti peli bianchi. Obbedisco all'imperatore. Tutti qui gli obbediamo. Se l'augusto Traiano ti ha inviato per visionare la sponda sud del Danubio, io ti fornir una scorta che ti accompagni. Per ti avverto... E lo fiss intensamente negli occhi. I Sarmati e i Daci non sono simpatici come me, e io ti posso offrire solo una turma di cavalleria, trenta cavalieri che si potrebbero aggiungere ai tuoi sei pretoriani, anche se prevedo che i soldati imperiali torneranno dall'imperatore. Dovrai trovare quello che cerchi con i miei trenta uomini. E ascoltami attentamente: appena troverai questo luogo di cui parli, ti consiglio di fare ritorno a Roma il prima possibile e di lasciarci in pace.

Apollodoro si rialz lentamente. Quel legatus sapeva bene come far intendere che una conversazione era conclusa. L'architetto di Damasco stava per uscire, ma a un tratto pens che Giuliano non voleva bugie, quindi si ferm e parl ancora una volta.

Non voglio che il legatus mi fraintenda: se dovessi trovare il luogo che sto cercando, allora sar costretto a fermarmi qui per parecchio tempo. E sono sicuro di trovarlo.

A quel punto Apollodoro tacque. Si volt percependo lo sguardo del capo della VII Claudia fisso sulle sue spalle, quindi usc dal praetorium.

All'interno della sala di comando di Viminacium, il legatus Tettio Giuliano annu in silenzio. La sua teoria sul fatto indiscutibile che i portatori di un salvacondotto imperiale causavano solo problemi era appena stata confermata.

11

IL SECONDO GIRO

Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta
Nell'arena del Circo

Celer not varie cose al medesimo tempo: con la coda dell'occhio vide che cadeva il primo dei delfini di bronzo situato all'estremit occidentale della spina, indicando cos che il primo giro era terminato. Ne restavano sei. Vide anche che i due carri dei Bianchi che lo precedevano stavano eseguendo male la curva: gli aurighi di quella squadra, troppo giovani e inesperti, incapaci di controllare bene i cavalli, si stavano allontanando troppo nel girare intorno ai tre coni che marcavano la fine di ogni pista. I coni, che si elevavano sui loro grandi piedistalli come piccoli obelischi arrotondati, simili a dei cipressi in pietra, servivano da protezione alle numerose decorazioni della sfarzosa spina. Senza di essi, le statue e il grande obelisco egizio che il divino Augusto aveva portato dal lontano Egitto1 sarebbero gi stati danneggiati chiss quante volte dai carri che vi si sarebbero scontrati continuamente. Quelle colonne coniche, conosciute come metae, erano l'incubo di qualunque auriga: se si passava troppo lontano da esse si perdevano spazio e tempo preziosi a ogni giro; se invece ci si avvicinava eccessivamente si correva il rischio di andare a schiantarsi. Le metae erano l'elemento chiave delle corse.

Avevano troppa paura. Questa fu la conclusione di Celer. I giovani aurighi dei Bianchi temevano di avvicinarsi troppo alle metae. Questo gli dava un vantaggio.

Passarono per la pista davanti al palco imperiale mantenendo la stessa posizione, con Acleo alquanto distaccato. Si stavano gi avvicinando alla curva del secondo giro. L'auriga dei Bianchi che precedeva Celer si allontan nuovamente dalle colonne coniche. Era la sua occasione. Celer grid l'ordine a Niger.

Niger, ad laevam, ad laevam!

E ancora una volta il coraggioso Niger tagli dall'interno quella curva mortale tentando di superare l'auriga bianco. Era il tipo di sorpasso pi pericoloso, per poteva farcela.

Niger, che galoppava a tutta velocit, rallent un poco, poi vir a sinistra e corse dritto verso i terribili coni, proprio come gli aveva ordinato il padrone. Il cavallo obbediva ciecamente. Celer lo aveva addestrato per anni e la bestia non lo aveva mai deluso.

Orynx, veloce, veloce! gridava Celer mentre Niger dirigeva quel frenetico cambio di direzione.

Le ruote del carro sfiorarono appena uno dei coni, ma senza conseguenze. Il sorpasso si complet alla perfezione quando Orynx e i velocissimi Tigris e Raptore accelerarono come saette e superarono l'incredulo auriga dei Bianchi, che rimase di stucco.

Celer era ora al sesto posto.

La folla, esaltata da quella pericolosa manovra, si alz in piedi e lo applaud. Era evidente a tutti che la vittoria dell'auriga dei Rossi era impossibile, ma il popolo lo ringraziava per lo spettacolo. Forse ci sarebbero stati altri incidenti. Soprattutto se Celer avesse continuato a correre a quella velocit.

Posizioni di gara

1. L'obelisco di Ramses II fu poi fatto portare in Piazza del Popolo a Roma da papa Sisto V nel 1589, e l  possibile contemplarlo ancora oggi.

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UNO SCRIGNO MISTERIOSO

Biblioteca della Porticus Octaviae, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta

Gaio Svetonio Tranquillo sedeva appartato nella sala dell'archivio della grande biblioteca della Porticus Octaviae, nel Campo Marzio. Perfino l, cos lontano dal Circo Massimo, giungeva il clamore frastornante del pubblico che seguiva le corse delle quadrighe. Tutta Roma era al Circo, eccetto i soldati delle cohortes urbanae e della guardia pretoriana che pattugliavano le vie deserte della citt per evitare i saccheggi e qualche studente di retorica e oratoria che si trovava nella grande biblioteca del Campo Marzio o in qualche altra biblioteca di Roma.

Svetonio stava revisionando l'intero archivio. Era consapevole del fatto che doveva il suo posto di procurator bibliothecae augusti soprattutto alla raccomandazione del suo amico e protettore Plinio. Il senatore aveva suggerito il suo nome al nuovo imperatore ispanico e questi lo aveva immediatamente nominato intendente supremo di tutte le biblioteche di Roma, con una missione ben precisa.

Le biblioteche si trovano in un terribile stato gli aveva detto l'imperatore durante quel colloquio che si era ben impresso nella mente di Svetonio. Dopo Vespasiano, nessuno si  mai realmente preoccupato di risistemarle. N Tito n Nerva hanno avuto il tempo di farlo, e Domiziano aveva ben altre priorit. Noi dobbiamo risolvere il problema. Voglio che tu revisioni tutti gli archivi e li riordini per accertarti di ci che ancora conserviamo nelle nostre biblioteche e di ci che invece  andato perduto.

S, augusto fu la sua timida risposta.

Svetonio era fiero di non essersi sentito in imbarazzo alla presenza dell'imperatore e di averlo potuto ringraziare di persona per la fiducia che riponeva in lui.

Ci nonostante era rimasto in silenzio. Lui, Gaio Svetonio Tranquillo, che cos tante volte aveva parlato nelle basiliche di Roma, durante innumerevoli giudizi, spesso insieme allo stesso Plinio, quella volta era rimasto senza parole. Aveva pronunciato quel laconico S, augusto e si era ritirato senza aggiungere altro.

Plinio era un oratore pi esperto di lui, e anche senatore, per Svetonio proveniva da un'ottima famiglia di cavalieri e anche lui ci sapeva fare con le parole. Stava perfino lavorando a un testo che avrebbe narrato la vita dei cesari, anche se finora aveva scritto solo la parte su Augusto. Pensava di intitolarlo De Vita Caesarum, se fosse mai riuscito a terminarlo.

In ogni caso, ormai non si poteva fare pi nulla riguardo alla modesta immagine di s che aveva mostrato durante quell'udienza imperiale. Sapeva che l'imperatore era rimasto un po' deluso dalla sua scarsa capacit oratoria, ma Svetonio aveva deciso che, in mancanza di parole, avrebbe parlato all'imperatore con i fatti: voleva realizzare il pi preciso e dettagliato catalogo di tutti i fondi delle biblioteche di Roma che si fosse mai visto, e stabilire di quali opere di ristrutturazione necessitasse ogni biblioteca.

Quello che l'imperatore Traiano gli aveva detto era vero: dopo Dionisio di Alessandria, il procurator bibliothecae augusti di Vespasiano, nessun altro si era pi fatto carico del mantenimento e della risistemazione delle biblioteche di Roma, le quali, fra l'altro, si erano considerevolmente deteriorate per via degli incendi durante l'epoca di Nerone e la guerra civile. Come se ci non fosse abbastanza, erano poi stati effettuati numerosi spostamenti di rotoli di papiri dalle biblioteche pi danneggiate ad altre in condizioni migliori, soprattutto alla Porticus Octaviae; ma durante quel processo, nella biblioteca del Campo Marzio si era accumulato cos tanto materiale che nessuno aveva avuto il tempo di verificare ci che era entrato.

Svetonio aveva deciso di essere sistematico nella sua revisione dei fondi e si era recato di biblioteca in biblioteca cominciando da quelle del Palatino, partendo dalla pi antica, quella costruita dal divino Augusto accanto al tempio di Apollo, andando poi in quelle erette da Tiberio sullo stesso colle. Da l era passato al Foro, per catalogare nuovamente i fondi della biblioteca del tempio della Pace di Vespasiano, e aveva terminato con la grande biblioteca della Porticus Octaviae nel Campo Marzio, dove si trovava in quel momento.

Molti testi erano andati perduti, tuttavia Svetonio nutriva anche una certa soddisfazione poich stava comprovando che molti dei rotoli dati per dispersi stavano riapparendo tra le montagne di ceste piene di papiri accumulate nei vari angoli della straripante Porticus Octaviae. Era cos giunto a due chiare conclusioni, che avrebbe presentato nella relazione all'imperatore Traiano: tutte le biblioteche dovevano essere ristrutturate, imbiancando i muri e soprattutto sostituendo molti armaria corrosi dall'umidit degli edifici, e sarebbe stata necessaria una nuova biblioteca, dove poter archiviare senza problemi di spazio i rotoli che giacevano ammucchiati in ogni angolo della Porticus Octaviae. Queste, per ora, erano le sue principali risoluzioni.

Tuttavia si doveva ancora finire il lavoro di catalogazione e registrare le carenze di contenuti o di autori di tutte le biblioteche di Roma. Mancavano infatti molti testi greci importanti, per si poteva rimediare traducendo gli originali o facendo delle copie dai testi delle biblioteche di Alessandria e di Pergamo. Pi problematica era la perdita dei testi di autori latini, anche se forse, cercando in qualche biblioteca privata dei grandi senatori romani e patrizi, sarebbe stato possibile recuperare abbastanza materiale. Molti di loro sarebbero stati contenti di soddisfare un desiderio dell'imperatore.

Abbiamo trovato qualcosa disse un assistente a Svetonio, interrompendo le sue riflessioni.

Il procurator bibliothecae si alz dalla sua sella. Di che si tratta?

Sotto una montagna di ceste abbiamo rinvenuto uno scrigno.

Uno scrigno? chiese Svetonio ripetendo le parole del suo assistente con una certa sorpresa. Certo era strano. Di solito i rotoli erano contenuti nei propri armaria o nelle ceste accumulate per terra.

Il procurator e l'assistente si diressero vero la parte pi nascosta della sala dei testi romani. Avevano dovuto letteralmente riesumare decine di ceste per poter arrivare fin l e, proprio dal fondo, s'intravedeva il coperchio convesso di uno scrigno di non pi di due piedi di larghezza e uno d'altezza, che emergeva dalle ceste che circondavano quello strano ritrovamento.

Toglietelo da l disse Svetonio.

Tre assistenti si affannarono a spostare le ceste e a metterle da un'altra parte per poter poi, in due, sollevare lo scrigno con un certo sforzo, dato che era molto pesante seppur di piccole dimensioni.

Svetonio cominci a camminare e due aiutanti lo seguirono trasportando lo scrigno fino al suo studio personale, una piccola stanza contigua alla sala dei testi romani.

Mettetelo sul tavolo e lasciatemi solo.

Cominci a esaminare l'esterno dello scrigno mentre gli assistenti uscivano dalla stanza: non c'erano iscrizioni di alcun tipo, era di legno con rivetti di bronzo agli angoli e nella serratura, ma l'interno doveva essere certamente di metallo. Era chiuso. Qualcuno aveva voluto tenere segreto il contenuto di quello scrigno, ci era evidente, ma perch? E come ci era finito nella Porticus Octaviae?

Gaio Svetonio Tranquillo usc dalla stanza e si rivolse a uno degli assistenti. Portami uno scalpello e un martello.

Poco dopo due uomini tornarono con ci che aveva richiesto e si misero al lavoro per forzare lo scrigno seguendo le istruzioni di Svetonio. Non fu un'operazione semplice. Era ben costruito e dovettero colpire con molta forza mentre facevano leva, ma alla fine, con un gran stridio, lo scrigno cedette, la serratura si ruppe e il coperchio si separ leggermente dalla parte inferiore di quella grande scatola che conservava qualcosa che qualcuno si era preoccupato di nascondere per molto tempo.

Uscite disse il procurator.

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IL TERZO GIRO

Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta
Posizioni di gara

Sul palco imperiale

Traiano cominciava a innervosirsi. Prima c'era stato il problema con la vestale: il profondo silenzio con cui Menenia era stata ricevuta dal pubblico non augurava nulla di buono. Poi il commento di sua moglie riguardo alla buona idea di aver fatto sposare Vibia Sabina con Adriano lo aveva irritato; e infine, quell'auriga dei Rossi che, seppur in svantaggio e senza speranza di vittoria, riusciva a sorprendere il pubblico che lo acclamava per le sue imprese. Traiano aveva bisogno di muoversi. Si alz e cerc uno dei vassoi di frutta che gli schiavi avevano disposto al centro del palco. Era consuetudine che l'imperatore facesse un cenno a qualche schiavo perch questi gli portasse ci che desiderava, ma lui aveva bisogno di una scusa per alzarsi. Avvicinandosi ai vassoi incroci Plinio, che era appena entrato nel pulvinar.

Plinio  arrivato tardi alle gare disse Traiano sarcastico.

Tutti sapevano che Plinio non sopportava quelle esibizioni di velocit, sangue e morte. Esattamente come Dione Cocceiano, che era entrato appena dopo di lui.

Non capisco cos'abbiano da gridare tanto disse il filosofo greco inchinandosi davanti al Cesare. I cavalli arriverebbero alla meta anche senza correre.

 possibile, Dione, per il popolo, di quando in quando, ha bisogno di gridare, e preferisco che lo faccia ai cavalli rispose Traiano. Di fatto mi preoccupa di pi la plebe che tace.

Quello che il Cesare dice  molto saggio ammise Dione.

A mia discolpa, augusto, io stavo lavorando intervenne inopportunamente Plinio, e difatti balbett pensando di aver forse contrariato l'imperatore. Per questo sono arrivato tardi.

Il Cesare sorrise. Non importa, per Ercole, non preoccuparti. Mi compiaccio che esista chi pensa ancora che occuparsi di problemi ufficiali o di lavoro sia pi importante di una gara. Qualcuno deve pur fare in modo che le cose continuino a funzionare disse indicando le alte gradinate del Circo Massimo con il palmo della mano destra, come se si stesse riferendo all'intera Roma.

Plinio annu. Dione Cocceiano guardava la pista. L'imperatore prese qualche frutto secco, lo esamin, lo scart e scelse quindi una mela. Poi si avvicin a Plinio e gli parl all'orecchio. Non in segreto, ma per farsi udire tra le grida del pubblico che sembrava godere immensamente di quella corsa.

Svetonio disse il Cesare.

Plinio annu nel rammentare Gaio Svetonio Tranquillo, uno degli equites, nato nella Numidia ma a Roma ormai da molti anni. Lui stesso lo aveva raccomandato per il posto di procurator bibliothecae augusti quando l'imperatore gli aveva chiesto consiglio riguardo a qualcuno adatto al ruolo.

S, augusto. C' qualche problema con lui?

Traiano rispose guardando per un momento l'arena del Circo. Non mi ha fatto una bella impressione quando l'ho nominato procurator bibliothecae augusti. Pareva non avesse molto da dire.

Plinio annu nuovamente prima di replicare. Svetonio  riservato e di poche parole, per  un brav'uomo. Avrebbe dovuto fare carriera nell'esercito, invece ha preferito dedicarsi allo studio della letteratura, della grammatica e dell'oratoria. Ha esercitato in qualit d'avvocato, collaborando anche con me in alcuni casi e risultando sempre un alleato eccellente. Non ho il minimo dubbio che si dimostrer un perfetto procurator bibliothecae augusti.

D'accordo disse il Cesare.

Traiano si fidava di quel senatore che il senato stesso aveva incaricato di scrivere il discorso con il quale i membri della Curia avevano dato il benvenuto al nuovo imperatore ispanico. Plinio aveva elaborato e declamato un discorso alquanto lodevole, perfino oltre il necessario. Appariva chiaro che desiderava dimostrare una lealt assoluta nei confronti di Traiano, e l'imperatore lo aveva notato. Di fatto si era informato al suo riguardo, chiedendo a vari consiglieri, che avevano confermato tutte le sue eccellenti credenziali, e cos il Cesare lo consultava di frequente, soprattutto su questioni relative alla citt di Roma, quasi lo avesse incluso nel suo consilium personale.

D'accordo. Se sei cos sicuro delle sue capacit non ci sono problemi accett. Se i miei genitori fossero vissuti abbastanza per vedere in quale stato versano attualmente le biblioteche proverebbero vergogna. Ho deciso di rinnovarle tutte e stavo perfino pensando di crearne qualcuna nuova. Per... Alz lo sguardo per rivolgersi direttamente a Plinio. Ogni cosa a suo tempo. Spero che il tuo protetto si dimostri all'altezza del compito. C' cos tanto lavoro da fare... E mentre Plinio s'inchinava, Traiano gli diede le spalle e torn al suo posto d'onore al centro del palco.

Plinio rimase un poco inquieto, poi recuper il contegno. Svetonio era, pi di qualunque altra cosa, onesto e capace. Per adesso erano ben altre le cose importanti da risolvere. Guard verso il palco delle vestali. L sedeva la giovane Menenia.

Un brutto affare disse in quel momento Dione Cocceiano, guardando anche lui verso le vestali.

Plinio rimase in silenzio.

Come procede la gara? chiese l'imperatore alla moglie appena si fu seduto.

L'auriga dei Rossi, gi sai a chi mi riferisco, ha ripetuto un rischioso sorpasso, superando un altro dei Bianchi, e ora  quinto.

Posizioni di gara

Sul palco imperiale

Traiano annu e guard i delfini di bronzo. Ne erano caduti tre. Stavano correndo il quarto giro. La conversazione con Plinio era stata pi lunga di quanto avesse immaginato. All'improvviso, un nuovo boato dal pubblico. L'imperatore, che senza rendersene conto era rimasto a fissare il suolo, alz lo sguardo. Celer, il primo auriga dei Rossi, stava ora tentando di superare il terzo auriga degli Azzurri, per questi aveva svoltato bruscamente costringendo il Rosso a buttarsi di lato per evitare lo scontro. Rimanevano quattro giri. Il Rosso non aveva possibilit, tuttavia quell'impegno, quella tenacia, quella lotta costante, senza darsi per vinto quando chiunque altro lo avrebbe fatto sin dalla partenza, cominciarono a far crescere nell'animo dell'imperatore una certa simpatia per l'auriga. Ma, allo stesso tempo, questo lo innervos ancor di pi: un Cesare non poteva permettersi di nutrire simpatia per qualcuno.

14

UN GLADIATORE TRA I SARMATI

Dacia, a nord del Danubio
24 marzo del 101 d.C., hora sexta

Marzio vide la bambina che stava camminando verso di lui. La piccola Tamura aveva appena un anno, ma aveva ereditato la forza di sua madre, Alana, guerriera sarmatica con la quale Marzio si era sposato poco dopo aver attraversato il Danubio ed essersi stabilito tra i guerrieri del popolo della moglie.

La sua era una storia singolare: Marzio proveniva dal Sud, dalla stessa Roma; l era stato gladiatore, uno dei migliori. Quando rammentava quella parte della propria vita aveva l'impressione che fosse appartenuta a un altro uomo.

L, sul confine con la Dacia, tutto era differente. I Sarmati erano forti e sempre disposti a combattere per proteggere le proprie famiglie e le proprie terre; per erano anche degli uomini giusti. All'inizio aveva temuto che non lo accettassero, ma Alana, la guerriera sarmatica con la quale era fuggito dalla scuola dei gladiatori, era sempre stata certa del contrario.

Sei un gladiatore di Roma, capace di combattere meglio di chiunque altro. Se c' qualcosa a cui il mio popolo d valore  proprio il saper combattere. Andr tutto bene gli aveva detto quando erano arrivati l. E cos era stato.

Inizialmente i Sarmati avevano nutrito qualche dubbio, e avevano perfino riso mentre Alana parlava nella loro lingua raccontando di quell'uomo indicandolo. Marzio aveva potuto leggere incredulit nei loro occhi, ma poi tutto si era rapidamente risolto.

Vogliono che combatti contro uno dei loro gli aveva detto Alana all'orecchio, nel latino rudimentale che la ragazza aveva appreso mentre era a Roma, alla scuola dei gladiatori, il Ludus Magnus, proprio dove aveva conosciuto Marzio. Combatti con lui ma non ucciderlo aveva concluso prima di lasciarlo.

Alana non aveva nemmeno contemplato la possibilit che Marzio potesse essere sconfitto, neppure da uno dei suoi compatrioti sarmatici. Ci aveva riempito il gladiatore di fiducia. Lo aveva fatto sentire pi forte. Con Alana tutto appariva possibile.

Marzio aveva visto che i Sarmati pi corpulenti gli si avvicinavano esibendo la pesante spada e protetti da una cotta di maglia. Lui, invece, aveva solo la spada. Aveva abbandonato tutte le sue protezioni, gambali e manicae, durante il lungo viaggio da Roma fino al Danubio, per potersi muovere pi comodamente. Il guerriero sarmatico non aveva atteso nemmeno un istante e si era lanciato all'attacco con vari colpi secchi e forti della lama, che Marzio aveva abilmente parato con la propria arma o schivato con rapidit.

Alana lo aveva osservato tesissima. Sapeva che Marzio era bravo a difendersi, ma ricordava anche quando era stato ferito durante il combattimento contro i pretoriani alle porte di Roma, mentre si aprivano il cammino lottando all'esterno di quella maledetta, enorme citt del Sud; da quel momento lui non aveva pi combattuto. Erano passati mesi e da allora Marzio sembrava essersi completamente ripreso, per...

I dubbi di Alana si erano per dissipati rapidamente. Marzio aveva contrattaccato con forza. Si era girato su se stesso e in un attimo aveva colpito con la sua spada il fianco del guerriero sarmatico che, seppur protetto, si muoveva molto pi lentamente, dovendo spostarsi con quella pesante cotta di maglia addosso. Il sarmata si era piegato ansimando. Marzio, per evitare di ferirlo, aveva allora tirato un fortissimo calcio con la suola del suo sandalo al volto scoperto del guerriero corazzato. Si era udito il lamento del sarmata mentre la sua spada cadeva a terra.

Marzio si era buttato sopra al suo avversario abbattuto e aveva puntato l'arma al collo dell'uomo che, disteso al suolo, sanguinava copiosamente dal naso.

Il gladiatore esperto aveva allora guardato Alana e questa, a sua volta, un anziano del popolo, che aveva pronunciato alcune parole nella sua lingua.

Lascialo vivere, Marzio aveva detto lei.  sufficiente.

Marzio respirava a fatica. Non era ancora in forma e ci lo irritava. Avrebbe voluto allenarsi ancora, ma dopo aver udito le parole di Alana si era fatto da parte.

Il sarmata si era rialzato portandosi le mani al naso ferito e balbettando qualcosa che doveva probabilmente essere un'imprecazione nella sua lingua; poi si era allontanato senza neppure guardarlo.

Alana si era avvicinata a Marzio e prendendolo per mano lo aveva condotto di fronte al vecchio capo della comunit. Questi era scoppiato a ridere. E tutti si erano uniti alla sua risata. Marzio non comprendeva bene cosa stesse succedendo, ma aveva abbozzato una specie di timido sorriso.

Tutto questo era successo un anno prima. Da allora non aveva pi avuto alcun problema. Nel frattempo aveva imparato nuove parole della lingua dei Sarmati, oltre a quelle gi apprese durante il viaggio da Roma.

Se vivrai con noi, dovrai parlare come noi gli aveva detto Alana.

Quando erano giunti l dal lungo viaggio da Roma, lei era gi in attesa di un bambino. Marzio non sapeva esattamente quando fosse rimasta incinta, ma poco dopo essere arrivati tra la sua gente, la ragazza aveva partorito. E quella volta non si era ripetuto ci che era accaduto nella scuola dei gladiatori, dove Alana aveva perso il bambino per un aborto causato da un colpo mentre si allenava nel combattimento. L, Alana non era pi stata costretta a combattere mentre era incinta. Ed era nata una bambina.

La chiameremo Tamura aveva detto lei come mia sorella, che mor presso il Danubio combattendo contro i Romani che mi catturarono.

Tamura aveva confermato Marzio. Gli era sembrato un bel nome.

In generale tutto appariva bello: stare con Alana, la nascita di Tamura, la sua vita l, lavorare nei campi (un lavoro sfiancante quanto combattere), cacciare, i loro pasti e il rispetto con cui tutti si guardavano. Tutto era bello.

Fin quando non erano iniziate le battaglie presso i confini.

Marzio aveva scoperto ben presto che i Sarmati erano alleati dei Daci e che questi si consideravano in guerra permanente contro Roma. L'imperatore Domiziano aveva accettato di pagare denaro al re della Dacia, Decebalo, in cambio della promessa di non attaccare le popolazioni romane situate a sud del Danubio, nella Mesia e nella Pannonia; per, a quanto pareva, i pagamenti si erano interrotti da quando Domiziano era stato assassinato a Roma, e cos il re dei Daci aveva dato ordine che i Sarmati e i Rossolani dei confini attraversassero il Danubio di quando in quando per attaccare le posizioni dei Romani e intimorirli.

Marzio non aveva paura di combattere di nuovo. Mai l'aveva avuta. Almeno non per se stesso. Di fatto tra i Sarmati si era rapidamente distinto, dimostrandosi uno dei migliori guerrieri, e tutti avevano cominciato ad apprezzarlo ancora di pi, perfino il guerriero al quale aveva rotto il naso. Akkas si chiamava, era un capo ed era molto valoroso.

No, Marzio non aveva alcun timore di combattere, per intuiva che qualcosa di grosso stava per cominciare e avrebbe potuto privarlo di quel piccolo angolo di pace che aveva trovato insieme ad Alana.

A questo pensava mentre guardava la piccola Tamura camminare verso di lui. La bimba vacill. Marzio corse rapidamente a sorreggerla e poi la prese in braccio.

Alana sorrise nel vedere l'enorme gladiatore romano abbracciare qualcosa di tanto piccolo e fragile come Tamura, e farlo con un'attenzione infinita.

Marzio guard Alana e le pass la bambina. Dovremmo spostarci pi a nord disse alla giovane mentre lei abbracciava la piccola che non smetteva di ridere.

Perch?

Ho il presentimento che scoppier una guerra.

Alana non parve preoccupata. Il mio popolo combatte da sempre.  questo che ci rende forti.

Marzio sospir. Era difficile persuadere Alana senza avere certezze, e lui non aveva altro che un'intuizione con cui confutare quell'argomento. Presentiva che quella guerra non sarebbe stata come le precedenti. A Roma c'era un nuovo imperatore, un ispanico. Questo contava qualcosa. Il mondo stava cambiando e loro si trovavano nel mezzo.

Alana rimise Tamura a terra e l'aiut a camminare tenendole le piccole mani.

15

IL QUARTO GIRO

Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta
Sulla pista del Circo Massimo

Il carro di Celer volava. Si stava avvicinando a una delle quadrighe degli Azzurri. Sapeva che quell'auriga non era facile da superare come quelle dei Bianchi: era un Azzurro, della squadra di Acleo, che continuava a essere in testa. Il resto delle quadrighe proteggeva sempre, e a ogni costo, il compagno che stava vincendo. Celer si volt indietro. Gli aurighi bianchi lo seguivano, ma i suoi cavalli Niger, Tigris, Raptore e Orynx avevano aperto un'ottima breccia. Non c'era pericolo da dietro. Doveva concentrarsi sul davanti per superare l'Azzurro a poca distanza da lui. Aveva gi superato l'ultimo Bianco dall'interno, nel rettilineo. Ora veniva il difficile.

Curva rapida. L'Azzurro si avvicin dall'interno e lo chiuse. Celer fren i suoi cavalli inclinandosi all'indietro con tutto il corpo cos che le briglie che portava legate alla vita e al petto facessero rallentare il galoppo dei cavalli. Curva completata. L'Azzurro ripart a tutta velocit verso l'arrivo. Celer lo imit animando i propri cavalli. Questi risposero bene e si avvicinarono alla spina pronti a ripetere il sorpasso compiuto con i Bianchi, ma appena l'Azzurro li vide avvicinarsi svolt bruscamente per bloccare loro il passo. Celer salv la situazione frenando nuovamente i cavalli e tirando all'indietro il suo corpo, ma comprese che un sorpasso dall'interno sarebbe stato impossibile. Doveva farlo da destra.

Dextrorum, dextrorum! [A destra, a destra!] grid, e Niger si allontan dalla spina. Il cavallo aveva capito immediatamente che doveva superare il carro che lo precedeva dall'esterno. Veloce, veloce! url Celer a pieni polmoni.

I cavalli dei due carri erano ora alla stessa altezza e galoppavano selvaggiamente; Celer sapeva di dover completare la manovra prima di arrivare alla curva o, correndo lui all'esterno, l'occasione sarebbe stata perduta, poich l'Azzurro avrebbe riacquistato vantaggio voltando dall'interno.

Una frustata in viso. Aveva quasi perso un occhio. Celer sanguinava dalla guancia. L'auriga degli Azzurri aveva risposto con la frusta. Valeva tutto. Non era nulla. Era normale. La squadra degli Azzurri aveva speso un mucchio di denaro per comprare i giudici. Era logico che i suoi aurighi lottassero con ogni mezzo. Celer non perse la concentrazione, e nemmeno i suoi cavalli. Stavano rimontando.

Ad laevam! grid Celer, e Niger chiuse il passo alla quadriga degli Azzurri che avevano appena superato.

Molti aurighi utilizzavano le parole sinistrorum e dextrorum per indicare ai cavalli la direzione verso cui voltare, per Celer aveva scoperto da tempo che i due termini erano troppo simili all'udito di una bestia, soprattutto nel fragore della corsa; per questo aveva scelto l'alternativa di ad laevam per ordinare un rapido cambio di direzione a sinistra, e Niger non sbagliava mai.

Celer ud le imprecazioni dell'auriga degli Azzurri che aveva appena superato. Non gli importava. Nulla gli importava. Voleva vincere, voleva vincere contro questi maledetti miserabili, anche se non restava molto tempo. Un altro delfino era caduto. Il quarto. Cominciava cos il quinto giro e aveva davanti ancora Acleo, un auriga dei Verdi e un altro degli Azzurri.

Posizioni di gara

Non c'era tempo, era vero, ma Celer non si diede per vinto. Mai. Avrebbe vinto questa gara a qualunque costo. Nessuno poteva prevedere ci che sarebbe potuto ancora accadere. Sarebbe potuto capitare un incidente e Acleo e gli altri sarebbero potuti scomparire dentro a un gigantesco polverone. Nel frattempo non poteva fare altro che correre oltre ogni limite. In questo momento non esisteva altro nella sua mente, n in quella di Niger, Tigris, Raptore e Orynx. I cinque erano una cosa sola e galoppavano insieme con l'ansia irrefrenabile della vittoria.

Sul palco imperiale

Marco Ulpio Traiano assent ammirato. L'auriga dei Rossi era ora al quarto posto. Sorprendente. In quel momento, l'imperatore vide che il prefetto del pretorio Suburano gli si avvicinava con un'espressione assai seria. Non poteva gi essersi scatenata la guerra. No, era sicuro che Decebalo avrebbe aspettato. Il re dacico, come lui stesso, aveva bisogno di tempo per riunire le forze. Forse sarebbe stato pi astuto scegliere di continuare a pagare quel maledetto re e colpire di sorpresa, ma a Traiano un tale comportamento appariva ben poco nobile. Inoltre, doveva provocare Decebalo affinch questi ordinasse gli attacchi sul confine e avere quindi la giustificazione per una nuova guerra davanti al senato. Fra l'altro, cessare il pagamento era l'opportunit data al re della Dacia di scegliere se mantenere lo statu quo: se loro non avessero attaccato e Roma non fosse pi stata costretta a pagare oro ai Daci, si sarebbe potuta mantenere la pace. Se invece Decebalo avesse sguinzagliato i suoi uomini, i Sarmati e i Rossolani tra gli altri, contro i confini, allora ci sarebbe stato un casus belli con cui presentarsi in senato e la guerra sarebbe stata dichiarata ufficialmente. Non c'era alternativa: pace o guerra.

Suburano era gi arrivato al suo fianco. Intanto, la gara continuava.

Cosa succede? chiese il Cesare.

Il prefetto del pretorio non rispose, invece guard la pista. Il pubblico stava ancora saltando sui propri posti dopo l'ultima geniale e brillante manovra di Celer.

Traiano inizi a intuire il motivo della preoccupazione di Suburano, ma poi fu lo stesso pretoriano a spiegare cosa stava capitando.

L'accusa  stata resa formale, augusto.

Traiano si accorse che sua moglie ascoltava con attenzione.

Formale? chiese l'imperatore.

S, Cesare precis il prefetto del pretorio. Il senatore Pompeo Collega ha accusato formalmente la vestale Menenia di aver commesso crimen incesti con l'auriga dei Rossi, Celer. Mentre parlava, Suburano seguiva con lo sguardo l'auriga sulla pista del Circo Massimo. Pompeo Collega ha presentato l'accusa davanti al Collegio dei pontefici e assicura di avere vari testimoni che deporranno contro la vestale.

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PAROLE NASCOSTE, PAROLE DIMENTICATE

Biblioteca della Porticus Octaviae, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta

Gaio Svetonio Tranquillo chiuse la porta e la finestra di quella stanza della Porticus Octaviae. Poi si guard attentamente intorno per assicurarsi che non ci fossero posti nascosti da dove si potesse osservare quello che succedeva l dentro. La stanza era illuminata da una lampada a olio. Era una luce debole ma sufficiente per leggere. Svetonio preferiva usare meno fonti di luce possibili per ridurre il rischio d'incendio, che l avrebbe significato una vera catastrofe.

Si avvicin al tavolo e capovolse del tutto il coperchio dello scrigno. Questo scricchiol per l'ossidazione causata dal tempo. Era mezzo vuoto, ma nel fondo si distingueva chiaramente una dozzina di rotoli di papiro. Si erano conservati ragionevolmente bene grazie al metallo che li aveva isolati dall'umidit che aveva invece deteriorato tanti altri rotoli custoditi nei vecchi armaria della biblioteca. Soprattutto, aveva protetto quei misteriosi papiri dalla potenza degli incendi.

Svetonio introdusse la mano nello scrigno ed estrasse, uno a uno, con somma attenzione, tutti i rotoli, disponendoli sulla parte del tavolo che rimaneva libera. Poi chiuse lo scrigno ormai vuoto, che emise di nuovo quello scricchiolio dato dal metallo rovinato e appena forzato dagli assistenti del bibliotecario, e con un notevole sforzo lo deposit a terra provocando un forte clangore.

Qualcuno lo chiam allora dalla porta, preoccupato.

Sto bene, per tutti gli dei! Tornate al lavoro! rispose. Nessuno torn a disturbarlo.

Si sedette su di un solium e spieg con molta cura il primo rotolo.

Si trattava di una serie di poemi. Titolo: Carmina et prolusiones. Non erano un granch. Non brutti, ma nemmeno tali da meritare una conservazione cos attenta. Prese il rotolo seguente. S'intitolava De astris liber: un volume su alcuni astri, una specie di studio sul calendario. Peculiare, ma nulla di pi. Poi c'era un rotolo che come intestazione recava le parole dicta collectanea, ovvero una collezione di detti o frasi di particolare rilievo per contenuto e forma, alcuni in greco. Interessante, certamente, ma Svetonio continuava a rimanere perplesso davanti a quella miscellanea di scritti che qualcuno aveva voluto conservare con tanta premura e, allo stesso tempo, nascondere.

C'era un altro poema, intitolato Iter. Il viaggio? Che strana scelta per un titolo. Svetonio lesse qualche riga. Alz le spalle. Era profondo, ma non rivelava nulla di particolare. Altri rotoli: Laudes Herculis, un poema di elogio a Ercole, e un'opera teatrale, una tragedia, o meglio la riscrittura di un'altra opera chiamata Oedipus. Svetonio lesse alcuni paragrafi. Nemmeno quella era male, per l'originale di Sofocle o la versione pi moderna di Seneca erano migliori. C'erano poi un rotolo intitolato De analogia, sulla tecnica oratoria, e un testo nominato Anticatonis: un'autentica diatriba contro Catone... il giovane, il grande nemico di Giulio Cesare.

Tutto ci appariva sempre pi come uno scherzo, fino a che Svetonio non scopr che i seguenti rotoli contenevano una lunga serie di lettere: alcune raggruppate sotto l'epigrafe Epistulae ad Ciceronem, altre come Epistulae ad familiares. Tutte erano firmate. E in tutte la firma era la medesima, con gli stessi praenomen, nomen e cognomen. E non solo quelle, ma anche altri rotoli erano firmati.

Gaio Svetonio Tranquillo cess di leggere. Il contenuto degli ultimi rotoli era militare, riguardava la difesa dell'Impero, dei suoi confini, le strategie, le legioni e gli spostamenti delle truppe. A quel punto il procurator bibliothecae augusti cominci a comprendere l'importanza di ci che aveva appena trovato. Quello scrigno conteneva i progetti di un... dio.

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IL QUINTO GIRO

Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta
Sul palco imperiale

Marco Ulpio Traiano annuiva lentamente. Stava ancora digerendo la terribile notizia che gli aveva comunicato il prefetto del pretorio: la vestale Menenia era stata accusata di crimen incesti con quell'auriga dei Rossi che ora stava lottando per una vittoria impossibile sulla pista del Circo Massimo.

Suburano si allontan lentamente dal seggio imperiale per ritornare alla sua posizione, in piedi, a una decina di passi dall'imperatore.

Il Cesare guardava l'arena. L'auriga accusato galoppava in quarta posizione in quella maledetta gara, velocissimo, sulla scia del terzo e del secondo che, molto vicini tra loro, lottavano per mantenere le loro posizioni dietro all'auriga Acleo.

Traiano alza allora lo sguardo e lo dirige, ancora una volta, sulla vestale Menenia. La giovane sacerdotessa tiene gli occhi bassi. Appare evidente che non ha il coraggio di continuare a guardare ci che succede nell'arena. Traiano deglutisce silenzioso. L'imperatrice  consapevole che quella mattina non le capiter un'altra occasione per avvicinarsi al suo obiettivo e mormora alcune parole all'orecchio del marito.

 un'accusa molto grave gli dice. Devi fare qualcosa.

Lo so! replica Traiano con rabbia, per poi riprendere immediatamente il controllo e abbassare la voce poich si  reso conto che tutti sul palco imperiale si sono voltati a guardarlo. So quello che devo fare. Sono il Pontifex Maximus e conosco il mio dovere.

L'imperatore tuttavia non poteva evitare di sentirsi tremendamente esasperato dall'essere costretto a cominciare un odioso processo contro una vestale che riteneva innocente, sulla quale non poteva nutrire dubbi, e contro un auriga che era, maledizione!, decisamente forte. Traiano era convinto che tutte quelle accuse fossero infondate, avanzate da coloro che volevano creargli problemi, innervosirlo, metterlo in situazioni difficili nella speranza che commettesse un grave errore nell'esercizio del potere, un errore che avrebbe potuto costargli caro. E nemmeno Plotina si stava dimostrando d'aiuto...

Traiano torn a guardare la pista.

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LA LIBERAZIONE DI GIOVANNI

Isola di Patmo, Mare Egeo
24 marzo del 101 d.C., hora sexta

La spessa porta di legno della cella si apr e un fascio di luce penetr nel lugubre interno di quella stanza dimenticata. Era solo un timido raggio filtrato da nubi, vento e maltempo, ma a Giovanni parve accecante. Il vecchio cristiano si port le mani sugli occhi per proteggersi. Era giunta l'ora della sua esecuzione? Doveva essere cos, poich di solito facevano passare il cibo attraverso una piccola grata alla base della porta di legno, e durante la notte, in modo da non far entrare la luce. L'unica ventilazione arrivava da un buco nel soffitto della cella, da dove s'insinuava un po' d'aria fresca di tanto in tanto. Non molta. Solo quanto bastava per sopravvivere.

Alzati! disse uno dei legionari che lo sorvegliavano.

Giovanni ubbid, ma con enorme fatica. Gli anni, il carcere, le sofferenze per le torture subite a Roma lo avevano assai debilitato. Inizialmente, le guardie gli lasciavano una lampada a olio, un papiro, l'inchiostro e uno stilus per scrivere, ma poi tutto era cambiato. C'era stato un cambio della guardia e lui era rimasto sepolto nell'oblio, o almeno questo era ci che pensava. Era cominciata cos la sua reclusione nell'oscurit assoluta.

Per tutti gli dei, alzati, maledizione! ripet quella voce, e Giovanni sapeva che il disprezzo con cui gli parlava era solo il preludio di un calcio.

Non vedi che non ci riesce? s'intromise qualcuno.

Per il poco che Giovanni poteva vedere si trattava di un altro legionario. Qualcuno di pi compassionevole. Quei guerrieri di Roma non erano n migliori n peggiori di altri; la maggior parte di loro si stava incattivendo per il ruolo che svolgeva, ma non tutti. Ricordava ancora l'alto ufficiale che aveva negoziato con lui la partenza dei cristiani dalle rovine dell'assediata Gerusalemme: un uomo onesto, che aveva permesso loro di abbandonare quella distruzione senza che fossero molestati dagli eserciti romani che circondavano la citt in fiamme.

Giovanni avvert allora la sensazione che qualcuno lo stava aiutando. Doveva essere, senza dubbio, il legionario che aveva interceduto.

Oggi li aiuti e domani vorranno ucciderci tutti disse quello che aveva parlato a Giovanni con disprezzo. Poi il silenzio.

Camminando lentamente, con gli occhi chiusi, guidato dalla guardia pi compassionevole, l'anziano cristiano arriv al patio esterno. Il sole era accecante, e lui mantenne gli occhi chiusi mentre il terzo uomo, sicuramente un altro ufficiale, gli parlava.

Ci  giunto l'ordine di liberarti. Io personalmente non lo avrei fatto, ma sono ordini provenienti direttamente dal palazzo imperiale di Roma, quindi sei libero.

Giovanni annu, ma corresse l'ufficiale. Saremo tutti liberi solo quando lasceremo questo mondo. Nel frattempo siamo schiavi di troppi crimini. Tutti noi.

L'ufficiale romano sbuff. Quelli che ti sorvegliavano prima ci avevano avvertito che parli sempre per enigmi, ma ora non ho tempo da perdere in indovinelli e giochetti. Sei libero. Portatelo alla porta e liberatelo.

In quel momento Giovanni ebbe paura. Era quasi cieco, e solo in mezzo a quell'isola... Il carcere era orribile, certo, ma avvert il panico dell'ignoto. Cerc di calmarsi mentre un legionario lo guidava verso la porta della prigione. Tentava di schiarirsi la mente. Se si fosse seduto un momento forse avrebbe recuperato la vista. Poi avrebbe riflettuto sul da farsi.

Ud il rumore di una grande porta di ferro che si apriva e si richiudeva alle sue spalle. Fece qualche passo a tentoni, fino a fermarsi sotto l'ombra di un albero. Non sapeva cosa fare e ci vedeva appena.

Alcune sagome gli si avvicinarono.

Maestro... disse uno di quei corpi confusi che lo stavano circondando. Qualche giorno fa ci  giunta notizia che l'imperatore avrebbe liberato Giovanni; il nuovo imperatore ha cessato le persecuzioni.  un segno di Dio. Siamo venuti per portare il maestro a Efeso. L potr recuperare le forze.

Giovanni prese la mano che gli veniva tesa e annu mentre ringraziava il Signore per la sua compassione; ma all'improvviso si ferm.

I miei scritti, i miei scritti disse. I miei scritti sono rimasti nella cella.

Andr io a prenderli rispose colui che gli aveva dato la mano, e scomparve mentre altri lo aiutavano a sedersi nell'attesa.

Gli chiesero come stava e se aveva fame, gli offrirono cibo e acqua, poi ricomparve l'uomo che era andato a cercare gli scritti.

Me li hanno consegnati senza protestare. Hanno detto che non volevano nulla di un cristiano... Sono questi?

Giovanni tast i rotoli di papiro e li cont, riuscendo ad aprire un poco gli occhi per controllarli un istante. S, sono questi. Grazie. Ora possiamo andare.

La comitiva di cristiani s'incammin scendendo in direzione del porto.

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IL SESTO GIRO

Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta
Nell'arena del Circo Massimo

Celer manteneva la quarta posizione, appena dietro al primo auriga dei Verdi e al secondo degli Azzurri, colui che chiamavano Taurus. Il Verde tentava gi da vari giri di oltrepassare l'Azzurro, ma questi, come prima aveva fatto il suo compagno con Celer, usava ogni tipo di stratagemma e brusche manovre per evitare che il Verde lo superasse e si avvicinasse ad Acleo che si manteneva in testa. Ci nonostante, l'auriga dei Verdi, un greco che aveva scelto il soprannome latino di Pulcher [bello], non era disposto a farsi intimorire dalla frusta che il suo avversario usava contro di lui o dagli spostamenti da un lato all'altro che quello faceva fare al proprio carro come se non gli importasse delle gravi conseguenze che poteva causare a entrambi. Da parte sua, il secondo auriga degli Azzurri, Taurus, era disposto a tutto per evitare che qualcuno si avvicinasse ad Acleo.

Qualunque cosa accada, fa' in modo che nessuno mi si avvicini, d'accordo Taurus? gli aveva detto Acleo nei carceres poco prima di iniziare quell'interminabile gara. Oggi c' troppo denaro in gioco. Gente molto importante ha scommesso un sacco di oro e dobbiamo vincere a qualunque costo. Che nessuno mi si avvicini. Se perdiamo, gli uomini che hanno scommesso su di noi saranno capaci di commettere qualunque crimine. Ma se invece vinciamo, ci sar oro per tutti.

Taurus aveva annuito varie volte. Gli era ben chiaro: nessuno sarebbe passato. Nella sua ingenuit non temeva gli uomini potenti con i quali Acleo aveva trattato, per l'ambizione di ottenere l'oro promesso era uno stimolo sufficiente perch fosse disposto a giocarsi la vita se necessario.

All'improvviso vide che il miserabile Pulcher tentava di nuovo di superarlo dall'interno. Si stavano avvicinando alla curva del settore occidentale della spina. Taurus decise di farla finita una volta per tutte con quel maledetto greco. Non sarebbe stato pi tanto bello quando avesse terminato con lui. E sorrise.

Pulcher not che Taurus, forse per aver perso il controllo dei suoi cavalli, si stava allontanando leggermente dalla spina. L'auriga greco dei Verdi sapeva che non gli rimanevano molte altre possibilit. La gara stava per terminare. Non c'era pi tempo. Aizz i suoi animali con le redini e la frusta. Le bestie gettarono bava di muco e saliva dalla bocca nel compiere lo sforzo estremo per arrivare all'altezza del carro degli Azzurri dall'interno. Stavano per raggiungere la curva. Le metae, le gigantesche colonne coniche di quell'estremit della spina, si stagliavano minacciose avvisando del pericolo mortale che comportava l'avvicinarsi troppo a esse, per Pulcher lanci il suo carro a tutta velocit. Ormai sarebbe stato impossibile frenare i cavalli.

Stava per superare la quadriga degli Azzurri dall'interno, quando, in un istante, Taurus fece spostare i suoi cavalli verso sinistra. Il carro degli Azzurri cominci a tagliare la strada a quello dei Verdi. Pulcher forz i suoi cavalli ad avvicinarsi sempre di pi alla spina. La cosa pi sensata da fare sarebbe stato tentare di frenarli e lasciare che Taurus riprendesse la sua posizione, ma il greco non retrocedette. Non lo avrebbe mai fatto. Era sicuro di avere tempo e spazio sufficienti per il sorpasso. Il minimo errore di calcolo sarebbe stato fatale, ma poteva farcela.

Al colmo dell'esasperazione Taurus vide che Pulcher lo stava superando. Per tutti gli dei! Forse aveva iniziato troppo tardi la sua contromanovra per chiudergli il passo. O forse no? Alla fine, la ruota del suo carro blocc quella del carro di Pulcher. Il rumore del raschiamento tra la ruota degli Azzurri e l'asse interno di quella dei Verdi fu assordante. Pulcher fece l'unica cosa che poteva fare. Assest vari colpi di frusta ai suoi cavalli per farli accelerare ancor di pi e allontanare il carro dal tocco mortale della ruota di Taurus, e ci riusc, anche se solo per un minimo spazio, che non arrivava alla lunghezza di un dito: separ l'asse della propria ruota da quella del nemico, ma intanto stava curvando, e l'asse scricchiol come se si spaccasse.

Pulcher temette il peggio. Il suo cavallo sinistro pass come un razzo sfiorando con la criniera la base dei coni delle metae, ma la quadriga riusc a completare la curva senza andare a sbattere. Lo scricchiolio apparteneva gi al passato. Un aneddoto della gara da raccontare agli amici in una delle taverne vicine al fiume.

Il greco era soddisfatto. Aveva conquistato la posizione. Taurus ora lo seguiva vicinissimo. A un tratto ud un secondo scricchiolio. La quadriga era stata eccessivamente danneggiata dall'attrito con la ruota di Taurus durante l'ultima manovra. Pulcher guard l'asse. Si stava spaccando del tutto. Si port una mano alla vita in cerca del coltello, ma non c'era pi tempo.

L'ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi e volare per aria fu l'asse che si rompeva in due, mentre un secondo scricchiolio secco echeggiava nei meandri della sua mente: era il suono della morte, un saluto inconfondibile per qualunque auriga.

Il carro dei Verdi si rovesci appena passata la curva e i cavalli lo avrebbero trascinato ancora per varie centinaia di metri se la quadriga di Taurus, che era troppo vicina per poter frenare o virare per evitare lo scontro, non li avesse raggiunti da dietro. I cavalli di Taurus si bloccarono davanti al carro rovesciato.

Taurus aveva visto il corpo di Pulcher rotolare a terra e si guard indietro. Celer, che lo inseguiva da vicino, riusc a evitare di calpestarlo, ma lo stesso non fecero i carri dei Bianchi che arrivavano dopo di lui, e Taurus sorrise mentre guardava Pulcher che veniva irrimediabilmente calpestato dalle quadrighe, una dopo l'altra.

In quel momento sent il proprio corpo tirato in avanti. Si gir ma ormai era tardi. Per la sua voglia di vedere il nemico cadere e morire calpestato, non pot evitare lo scontro con i resti del carro di Pulcher e che i suoi cavalli inciampassero in quell'ammasso confuso di ferro, legno, ossa di animali agonizzanti per l'impatto bestiale. Taurus balz fuori dal carro dal lato sinistro, andando a sbattere contro il muro della spina. Il suo sangue schizz da ogni parte. Era come se una catapulta lo avesse lanciato contro il muro di una fortezza. Non ebbe nemmeno il tempo di imprecare.

Posizioni di gara

Nell'arena del Circo Massimo

Celer, dietro al carro che si era schiantato, ebbe appena il tempo di manovrare la sua quadriga verso destra per evitare di entrare a far parte di quel disastro informe di pezzi di carro, sangue e animali feriti. Pass a fianco di quell'orribile cumulo di resti a tutta velocit. Davanti a lui aveva un solo carro: la quadriga di Acleo. Arriv all'estremit orientale. Nella spina s'indicavano i giri che mancavano non con i delfini ma togliendo le grandi uova di pietra in modo che tutti potessero vedere bene dalle gradinate. Restava solo un uovo. Restava solo un ultimo giro. Era troppo tardi. Maledizione! Maledizione! Per cos poco, per un soffio. Il carro di Acleo era davanti a lui, senza altre quadrighe tra loro, ma l'auriga Azzurro aveva troppo vantaggio. Celer sapeva che i suoi cavalli erano migliori, molto pi veloci, ma non aveva abbastanza tempo per recuperare terreno in un solo giro. Si guard indietro. Gli schiavi si affannavano a ritirare i carri accidentati e Celer comprese quanto brutale fosse stato lo scontro. I cavalli giacevano agonizzanti sulla sabbia della pista. Non avrebbero fatto in tempo a trascinarli via prima che Acleo e lui stesso passassero di nuovo su quella parte del percorso.

Torn a guardare davanti a s. Not che anche Acleo si voltava indietro. Anche il capo degli Azzurri si era reso conto di quello che stava succedendo, dell'incidente, dei resti, del fatto che ne sarebbero rimasti ancora in pista quando loro fossero passati di l. Non c'era nulla che si potesse fare. La vittoria era impossibile. Per non era da Celer dare per persa una gara prima della sua fine. Aveva cominciato la corsa dalla posizione peggiore, era partito settimo, e ora, all'ultimo giro, era secondo. Doveva tentare.

Svelto Orynx! La pista  tua! Svelto!

20

UN MESSAGGERO DAL NORD

Viminacium, Mesia Superiore
24 marzo del 101 d.C., hora sexta

Tettio Giuliano aveva appena finito il colloquio con quell'inviato da Roma che disponeva di un salvacondotto imperiale, quando un centurione entr nel praetorium.

E adesso che c'? Per Marte! chiese rabbioso il legatus della Mesia Superiore.

C' qualcun altro... cominci il soldato, ma poi s'interruppe.

Tettio Giuliano gli fece un gesto con la mano affinch continuasse invece di rimanere l fermo, impalato davanti a lui.

Il centurione allora prosegu: Si tratta di un ufficiale dacico, legatus.  giunto con un gruppo di guerrieri e si  consegnato a una turma di pattuglia presso il Danubio.

Che cosa significa che si  consegnato? chiese Tettio Giuliano. Dai Daci si aspettava di tutto, soprattutto cattive notizie, ma mai la resa di uno di loro.

Ha chiesto di parlare con il governatore della provincia. Gli abbiamo detto che il governatore della Mesia Superiore  il legatus. Stavamo per incarcerarlo, ma si  identificato come ambasciatore del re Decebalo.

Tettio Giuliano si alz e si vers un abbondante bicchiere di vino. Lo bevve tutto d'un fiato rimanendo in piedi. Portatelo qui disse, e risedette sulla sua cathedra mentre il centurione usciva dal praetorium.

Dopo pochi istanti venne portato l'ufficiale dacico, convenientemente disarmato. Sei legionari si trattennero nella sala del praetorium per controllare che lo straniero non tentasse di avvicinarsi troppo al legatus.

Il tuo nome disse Tettio Giuliano, che voleva sempre sapere a chi stava parlando.

Il mio nome  Diegis rispose il dace in latino. Sono pileatus della Dacia e vengo in qualit di ambasciatore del re Decebalo, signore del Nord del Danubio.

Tettio Giuliano sospir lentamente. Torn ad alzarsi senza dire nulla. Si vers un altro bicchiere di vino. Si diceva che anche l'imperatore bevesse molto. Come biasimarlo. Se il Cesare aveva delle giornate come la sua odierna, e sicuramente le aveva, non c'era da stupirsi che bevesse. Il legatus si avvicin a Diegis e si ferm davanti a lui.

Cosa vuoi?

Il mio re mi ha inviato per parlamentare con il vostro imperatore. Dovete lasciarmelo fare.

Gi rispose Tettio Giuliano. A quanto pare, questa mattina non fanno che dirmi quello che devo fare.

Diegis lo guard confuso ma mantenne in silenzio.

E il silenzio si prolung mentre il legatus tornava a sedere.

Il veterano romano guard il dace senza poter evitare di provare per lui una certa ammirazione: quel maledetto stava rischiando la vita, seguiva disciplinatamente gli ordini del suo re, si addentrava in territorio nemico e richiedeva un colloquio con l'imperatore in persona. Lo stesso Giuliano non aveva mai visto l'imperatore di persona e men che meno aveva mai avuto l'opportunit di parlargli.

Ho un messaggio importante per il tuo Cesare insistette Diegis con un tono pi conciliante, comprendendo di aver ferito l'orgoglio di quel romano. Non parlo bene la tua lingua e se ho detto qualcosa di sconveniente ti chiedo scusa.

Tettio Giuliano annu. Ti dar una scorta che vigiler su di te ed eviter anche una tua possibile fuga. I tuoi uomini rimarranno qui. Viaggerai solo con i miei cavalieri. Sar l'imperatore a decidere cosa fare di te.

Diegis non ebbe il tempo di rispondere. Immediatamente, i legionari lo circondarono e lo condussero, quasi a spintoni, fuori dal praetorium. A nessuno di loro piaceva quel dace impertinente.

Tettio Giuliano rimase solo. Guardava il tavolo. Inviati con salvacondotti imperiali diretti a nord. Messaggeri dacichi diretti a sud. Lui non credeva nei negoziati. Presto sarebbero cominciati i messaggi cifrati. Poi il sangue. E lui e i suoi uomini della VII si sarebbero trovati in prima linea nel combattimento.

21

IL SETTIMO GIRO

Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora sexta
Nell'arena del Circo Massimo

Non era stata una buona giornata per i Verdi. Due dei loro aurighi erano stati eliminati dalla gara, uno era morto e l'altro rimasto gravemente ferito e, infine, il terzo era stato superato dal secondo e poi dal terzo auriga dei Rossi. Un giorno infausto per quella squadra. I Bianchi mantenevano le posizioni intermedie della corsa, il quarto e quinto posto, mentre gli Azzurri dominavano con Acleo in testa e un altro auriga della stessa squadra in terza posizione.

Posizioni di gara

Nell'arena del Circo

I sostenitori dei Rossi continuavano a sognare grazie all'incredibile prestazione del loro campione Celer, ma tutti erano consapevoli che sarebbe stato impossibile ottenere la vittoria. Molti di loro discutevano del fatto che la gara fosse stata truccata per far vincere gli Azzurri, ma la corruzione era all'ordine del giorno... Altri invece si lamentavano dell'impossibilit di avere gare pulite. Di parere differente erano coloro che avevano scommesso sugli Azzurri e che gi cominciavano a calcolare l'esorbitante guadagno che avrebbero ottenuto quella mattina. Per loro la gara era stata perfetta; non avevano notato alcuna irregolarit.

Tuttavia, in pista, Celer non si dava ancora per vinto.

Acleo pass davanti alla tribuna imperiale con un vantaggio di pi di trenta passi sul suo inseguitore Rosso. Stringeva i denti e continuava a usare la frusta. Non voleva rischiare di perdere per un eccesso di fiducia nella vittoria e voleva prestare la massima attenzione alla penultima curva, sapendo che, dopo di quella, nel cominciare il nuovo rettilineo, avrebbe incontrato i resti dell'ultimo incidente e avrebbe dovuto virare tenendo la destra per evitare la collisione. Forse i cavalli avrebbero potuto passare sopra i resti, per qualunque impatto delle ruote con un pezzo di legno o di ferro avrebbe potuto scagliarlo fuori dal carro; gli animali sarebbero rimasti senza controllo e tutto sarebbe stato perduto. I suoi cavalli erano appena arrivati dall'Africa ed erano forti, ma avevano bisogno della mano ferma di un bravo auriga e del tocco della frusta per non perdere la concentrazione. Acleo era convinto di avere la situazione sotto controllo.

Celer, al contrario, pensava che fosse impossibile avvicinarsi all'auriga degli Azzurri e che non ci fosse speranza. Era riuscito ad avvicinarsi ad Acleo di soli pochi passi durante quel lungo percorso in linea retta; rimanevano sola una curva, un altro rettilineo, un'altra curva e mezzo rettilineo. Troppo poco per recuperare la distanza. O forse no?

Celer ebbe un'idea. Rischiosa. Troppo rischiosa. Addirittura mortale. Ma poteva portarlo alla vittoria. Era sicuro che Acleo stesse ovviamente sulla difensiva, quindi, nel ripartire dopo la nuova curva, proprio dove erano situati i delfini, sicuramente avrebbe costretto i suoi cavalli a indirizzarsi verso destra per evitare gli ultimi carri accidentati. Era la sua unica possibilit: doveva rischiare e passare sopra le quadrighe rovesciate. Sapeva che i suoi cavalli potevano farcela. Erano forti, abili, i migliori tra i migliori cavalli ammaestrati. Potevano farcela. Quello che invece lo preoccupava era di riuscire a mantenere il controllo del carro, che avrebbe potuto rovesciarsi. Poteva capitare di tutto, e se cos fosse andata per lui sarebbe stata la fine. Tuttavia... era l'unica possibilit o...

Celer trattenne il respiro per un istante. L'aria tagliata dalla velocit con cui i suoi cavalli correvano in pista gli schiaffeggiava il volto come una tormenta. Fu in quel momento che prese la decisione. Si stavano avvicinando alla curva con i delfini di bronzo e vide l'ultima di quelle creature marine cadere, a indicare che entravano nell'ultima curva. Erano alla fine. Forse la fine di tutto. In fin dei conti non avrebbe mai ottenuto quello che pi desiderava al mondo.

Celer prese le redini con una sola mano mentre con la destra cercava il coltello che portava legato al fianco. Non lo aveva mai utilizzato prima. Era il lasciapassare per la morte o per la vittoria, o forse per entrambe. Non poteva saperlo. Non gli interessava. Era disposto a sconfiggere quel miserabile di Acleo a ogni costo. In fondo, che cosa importava? L'unica cosa che desiderava davvero in quella vita contava ben pi di tutto il denaro che avrebbe mai potuto vincere, poich la donna pi bella di Roma, del mondo intero dal suo punto di vista, la vestale Menenia, rimaneva completamente fuori dalla sua portata; non gli era concesso neppure toccarla. Che importanza avevano tutte le vittorie che avrebbe potuto ottenere, o il denaro che poteva accumulare con quelle gare? Non erano nulla per lui. Menenia era sempre pi lontana, in un altro mondo. A volte, aveva perfino pensato di uccidersi, ma era meglio morire l, correndo in cerca della vittoria all'interno del Circo Massimo. Era questa l'unica cosa che gli aurighi e i patroni degli Azzurri non avevano calcolato: avevano comprato tutti i giudici, messo sotto contratto un grande auriga della Tracia e fatto arrivare i migliori cavalli dall'Africa, ma non avevano considerato l'enorme disperazione che Celer pativa. Inoltre, lo accusavano di aver giaciuto con la vestale che tanto amava, quando nemmeno l'aveva toccata. Magari quelle accuse fossero state fondate, e invece no... avrebbero condannato a morte Menenia...

Celer afferr il coltello e cominci a tagliare le corde che aveva legato alla vita senza mai lasciare la forte presa con l'altra mano, per continuare a controllare i cavalli.

L'intero rettilineo era passato come per incanto. Arrivarono alle colonne coniche delle metae. I giudici tolsero l'ultimo uovo. Li aspettava la penultima curva. Il suo corpo si liber, finalmente, delle redini. Ora doveva mantenerle solo con la mano. Non doveva perderle o i cavalli non avrebbero pi obbedito, e le bestie non dovevano fermarsi per nessun motivo. Senza le redini attaccate al corpo non aveva forza sufficiente per contenere l'impeto dei suoi animali.

Affrontarono la curva e, come si aspettava, Celer vide Acleo spostarsi a destra per evitare che la sua quadriga passasse sopra i resti dei due carri accidentati. Gli schiavi del Circo Massimo avevano avuto appena il tempo di ritirare i corpi di Taurus e Pulcher, gli aurighi coinvolti in quel disastro, e alcuni cavalli feriti. Sulla pista, vicino alla spina, giacevano ancora alcune bestie agonizzanti e pezzi di legno e di ferro. Doveva soprattutto evitare i cavalli caduti. Erano troppo grossi.

Celer indirizz i propri animali verso un passaggio dove sembravano esserci meno resti, anche se not che una delle ruote giaceva l, nel mezzo, sfidandolo minacciosa.

Dritto, dritto! grid Celer a suoi cavalli.

Niger nitr percependo il pericolo e sput una spuma biancastra dalle sue grandi e scure narici. Orynx, Tigris e Raptore non manifestarono alcuna obiezione e obbedirono ciecamente. Celer comprese allora che solo Niger era tanto intelligente da riconoscere il rischio verso cui il suo auriga li stava conducendo, eppure anche lui obbediva.

La strada  tutta tua, amico mio disse l'auriga, questa volta senza gridare. Lasci andare le redini e si gett nel vuoto, sulla sabbia del grande Circo Massimo.

Sul palco delle vestali

No, Celer, no! grid Menenia dal palco delle vestali senza poter evitare di alzarsi in piedi.

La Vestale Massima la guard sorpresa e indignata, e Menenia, chiudendo gli occhi e negando con la testa, torn a sedersi.

Non puoi esibire i tuoi sentimenti in questo modo la rimprover Tullia a bassa voce, ma Menenia non la udiva, poteva solo piangere lacrime soffocate.

La Vestale Massima si guard intorno. Per fortuna nessuno le aveva fatto caso. Tutti guardavano l'arena del Circo Massimo.

No, non tutti. Tullia avvert che qualcuno le osservava dal palco imperiale. Per un momento temette il peggio, che fosse di nuovo l'imperatore il testimone di quella stupida reazione di Menenia; invece no. Era Adriano, nipote del Cesare, colui che le stava guardando. Appena Tullia lo fiss negli occhi, questi distolse lo sguardo per portarlo sulla pista del Circo, come tutti gli altri. L per l, la Vestale Massima non diede importanza a quello sguardo.

Nell'arena del Circo

Avevano appena svoltato e quindi avevano ridotto la velocit. Celer lo aveva previsto. Non aveva paura di morire, ma l'istinto di sopravvivenza agiva per inerzia. Lanciarsi da un carro in corsa a tutta velocit sul rettilineo significava morte certa, ma farlo mentre era nella curva... sarebbe potuto sopravvivere... a meno che non fosse stato calpestato dai carri che arrivavano da dietro.

Celer atterr sulla sabbia del Circo Massimo e il pubblico si alz in piedi. Altre volte avevano visto un auriga lanciarsi dalla quadriga e di solito il risultato era stato la morte; invece, quell'auriga dei Rossi cominci a rotolare sull'arena con le braccia ben attaccate al corpo, come se fosse un tronco leggero. Approfittando della spinta datagli dalla velocit del suo carro, il suo corpo, pur ammaccandosi in ogni parte, si allontan cos sufficientemente per evitare la quadriga degli Azzurri e i carri dei Bianchi che lo inseguivano da vicino. Per un pelo. Anche perch l'auriga degli Azzurri non fece nulla per evitare di calpestare Celer, ma arriv tardi e proprio quando la sua quadriga stava per raggiungere l'auriga dei Rossi che rotolava sulla pista, questi, per pochissimo, riusc a evitare di essere investito. Alla fine, il corpo si ferm.

Celer si mise carponi. Faticava a respirare. Era stordito e dolorante, ma voleva vedere il risultato della sua manovra.

Niger, Tigris, Raptore e Orynx. Tutti e quattro avvertirono che il carro si era alleggerito e che andavano a briglie sciolte, ma continuarono a correre per istinto. Per istinto e perch Niger sapeva cosa doveva fare. Davanti a loro c'era quello stretto passaggio sgombro da resti, a parte una ruota sganciata. I quattro saltarono all'unisono sopra la ruota e la superarono senza problemi. In quell'istante la quadriga fu catapultata per aria per qualche istante. Se Celer ci fosse rimasto sopra il suo corpo avrebbe finito con lo schiantarsi a morte contro la spina o contro il suolo dell'arena, dato che Orynx aveva accelerato incredibilmente dopo la curva. Nonostante quel salto, la quadriga torn a toccare terra e continu a essere tirata normalmente, anche senza un auriga che controllava i cavalli. Il pubblico applaudiva impazzito.

Sul palco imperiale

Perch tutta questa esaltazione? chiese Plotina, l'imperatrice di Roma, al marito. Anche se i cavalli dei Rossi hanno superato i carri accidentati hanno perduto il loro auriga. La vittoria  degli Azzurri. Non capisco perch il pubblico si emozioni tanto.

Marco Ulpio Traiano sapeva che sua moglie non era una grande esperta di corse di quadrighe. Il suo commento lo confermava.

A Roma, Plotina, le spieg senza smettere di guardare ammirato la pista nel Circo Massimo, vince il carro che raggiunge per primo il traguardo; che il suo auriga ci sia o meno poco importa. La gara non  ancora terminata e la quadriga dei Rossi, ora pi leggera, ha appena percorso la met della distanza senza fare il giro pi lungo che l'auriga degli Azzurri ha dovuto invece compiere per evitare la collisione con i resti dei carri sulla pista. La gara sembrava gi vinta dagli Azzurri ma ora tutto  possibile. Per questo il pubblico  tanto emozionato.

Plotina aggrott la fronte. Ma... allora, se questo  valido, perch non lo fanno anche altri aurighi?  la prima volta che lo vedo accadere.

Traiano annu. Era una domanda sensata. Sua moglie poteva avere dei difetti, come tutti, ma non era affatto priva di logica.

Perch lanciarsi da un carro in mezzo alla pista, a meno che non sia assolutamente necessario,  sempre una cattiva idea. La cosa pi probabile  che t'investano i carri che ti seguono. Infatti l'auriga dei Rossi si  salvato per un soffio. Inoltre, i cavalli senza guida non sono soliti possedere l'intelligenza sufficiente per continuare la corsa, per sopravvivere ai pericoli e ai disastri sulla pista. In questo caso, l'auriga dei Rossi si  lanciato quando rimane ancora una curva. Ora, tutto dipende da quanto ha allenato bene i suoi cavalli. Poi Traiano aggiunse una conclusione personale che pronunci a voce bassa: Non so se quest'uomo abbia commesso il crimen incesti con la vestale Menenia, ma  impossibile negare che sia un auriga eccezionale.

Nell'arena del Circo

Dopo che tutti i carri ebbero superato i resti, vari medici si avvicinarono a Celer per visitarlo, ma questi li scans gridando: I miei cavalli, lasciatemeli vedere!. E rimase l come una statua, alzando il palmo della mano sanguinante verso il viso per proteggersi dal sole, biascicando parole comprensibili solo a lui. Andiamo Niger, forza Orynx, Tigris, Raptore. Siete migliori di loro, siete i migliori...

Acleo avvert l'esaltazione delle gradinate, ma non capiva bene cosa stesse succedendo. Si volt indietro per controllare la situazione alle sue spalle. Vide allora il carro dei Rossi che, senza pi auriga, gli stava sempre pi appresso. Come poteva essere? E Celer? Sicuramente era morto. S, tentando di attraversare il passaggio tra i carri rovesciati si era probabilmente lanciato fuori. Non doveva badarci. La cosa importante era che quei maledetti cavalli dei Rossi lo stavano inseguendo come a voler ottenere la vittoria pi di qualunque altra cosa. Maledetti animali! Perch non si fermavano, perch? D'istinto Acleo frust forte i lombi dei suoi cavalli. Questi accelerarono, ma non era stata una buona idea, dal momento che si stava avvicinando all'ultima curva della gara. Acleo si rese conto del suo errore, ma ormai era troppo tardi per rimediare. Non aveva commesso nemmeno uno sbaglio durante l'intera gara e capitava proprio ora. Erano dentro la curva e avendo obbligato i cavalli ad accelerare proprio in quel momento li aveva obbligati ad aprire il giro allontanandosi dalle colonne coniche di quell'estremit della spina.

Maledetti cavalli! Maledetti tutti! Andiamo, per Marte! Forza, miserabili! E li colp di nuovo con la frusta fino a farli sanguinare, mentre tentava di farli voltare tirando le redini.

I cavalli, furiosi per il dolore, risposero al castigo con odio, rabbia ed esasperazione, ma non poterono evitare l'inevitabile.

Dietro di loro, il furbo Niger aveva invece rallentato i suoi compagni vedendo che stavano per raggiungere l'ultima curva. Orynx fren l'impulso intendendosi perfettamente con Niger, dato che aveva imparato a lasciare che fosse quest'ultimo a condurre il carro quando svoltavano; Tigris e Raptore si lasciarono guidare dai due cavalli alle estremit del tiro. Niger s'impegn al massimo e, approfittando dell'enorme spazio lasciato dal carro degli Azzurri, tracci la curva dall'interno cos che, uscendo e affrontando il rettilineo, entrambi i carri, l'Azzurro e il Rosso, si ritrovarono affiancati.

Pi di duecentomila persone si alzarono in piedi. Perfino l'imperatore Marco Ulpio Traiano si alz, completamente assorbito da quell'inaspettato finale di una gara che era stata predisposta in tutto e per tutto per far vincere gli Azzurri. Gli allibratori non riuscivano a stare dietro a quel caos. Si ammettevano ancora le ultime scommesse, e i sostenitori degli Azzurri, che si erano giocati tutto il loro denaro, incluso se stessi, cominciarono a tremare dalla paura. Non poteva essere vero. Non era possibile. A questo pensiero si aggrappavano coloro che pi si erano arrischiati nello scommettere. Rimaneva ancora il rettilineo finale. Acleo poteva ancora vincere se avesse guidato bene i cavalli.

L'auriga degli Azzurri ce la mise tutta, pi grida e frustate, ma i cavalli dei Rossi erano pi veloci, molto pi veloci, e correvano con una determinazione incredibile, quasi illogica considerando che galoppavano da soli, senza che nessuno glielo ordinasse. Perch lo facevano?

Niger era sfinito, e cos anche Tigris e Raptore. Sul rettilineo era Orynx a tenere il ritmo e a spingere gli altri tre. Era stato addestrato solo per questo: per correre pi velocemente possibile in linea retta. Orynx, come Niger, non poteva sopportare che un cavallo galoppasse davanti a lui. Piuttosto sarebbe morto di sfinimento.

Acleo sudava copiosamente mentre si trasformava nel testimone principale della sua sconfitta pi dolorosa. I cavalli dei Rossi lo avevano appena superato, non di molto, ma quanto bastava perch, nel toccare il traguardo, nessun giudice potesse dubitarne. I maledetti Rossi avevano vinto, quei maledetti cavalli che continuavano a galoppare nonostante la gara fosse terminata, mentre lui frenava il proprio tiro. Acleo guard i Rossi che si allontanavano come fossero stati spinti dal vento.

Fine della gara

Molti volevano correre nell'arena e abbracciare Celer, ma i soldati disposti lungo tutta la pista lo impedirono, e alcuni di loro si videro costretti a sguainare le spade per intimidire i pi esaltati. Ripristinato l'ordine dalla guardia pretoriana, il pubblico si concentr allora nell'acclamare il vincitore Celer, mentre questi si dirigeva verso i suoi cavalli che, dopo aver realizzato una curva in pi mantenendo la stessa velocit, gi cominciavano a rallentare, soprattutto perch, non vedendo altri carri in pista, Orynx non sentiva pi la necessit di continuare. Niger vide il suo padrone che agitava le braccia di fronte a loro e sbuffando energicamente fren la sua corsa; lo stesso fecero Orynx, Tigris e Raptore. I quattro erano stremati e sudavano abbondantemente su tutto il corpo. Si arrestarono proprio di fronte all'auriga.

Sulle gradinate

Quella prova di domatura, di controllo sui propri cavalli, impression ancor di pi la plebe. Gli allibratori avevano cominciato a pagare coloro che avevano scommesso sui Rossi, mentre quelli che avevano optato per gli Azzurri calcolavano le proprie perdite, accettabili in alcuni casi, brutali in altri. Alcuni non avevano il coraggio di tornare a casa quella notte, e molti non avevano pi una casa a cui fare ritorno, o addirittura il diritto sulla loro vita poich, avendo puntato la propria libert in cambio di denaro, si sarebbero consegnati come schiavi. Persa la scommessa, sarebbero stati venduti in poche ore.

Nelle scuderie del Circo

Celer risal sul carro vincitore e ordin rapidamente ai suoi stanchi cavalli di condurlo al trotto fino ai carceres. L fu ricevuto come un eroe da armentarii, sparsores, conditores e aurigatores della sua squadra. Nessuno di loro aveva sperato che quella gara potesse essere vinta e, tuttavia, Celer, sanguinante e tutto ammaccato, ma ancora in piedi, vigoroso e inamovibile, aveva ottenuto l'impossibile. Molti di loro, fra l'altro, avevano scommesso solo per lealt a favore della propria squadra, per i Rossi, anche dopo il risultato del sorteggio truccato. E cos Celer aveva fatto loro vincere una gran quantit di denaro.

22

UN MESSAGGERO SENZA NOME

Mesia Inferiore
24 marzo del 101 d.C., hora sexta

Mario Prisco, inginocchiato a terra, stava controllando i condotti in mezzo alle rovine attraverso i quali avrebbe dovuto circolare aria calda per riscaldare la casa. Di fronte all'incapacit dei suoi schiavi aveva deciso di arrangiarsi da solo, che fosse governatore e senatore non importava, e di analizzare personalmente lo stato del forno della domus e i condotti adiacenti per vedere come poterli riparare. Erano gi alla fine di marzo, ma in quel remoto angolo settentrionale dell'Impero la primavera non sembrava avere fretta di arrivare e il freddo continuava implacabile.

Padrone... qualcuno vuole vederti.

Mario Prisco si alz.

Chi? chiese irritato. Qualche giorno prima si erano presentati alcuni contadini per lamentarsi dell'assenza di protezione ai loro campi e ai raccolti contro i banditi della zona. Come se questo potesse importargli qualcosa. Li aveva ricevuti e ascoltati solo per ottenere informazioni su quella regione. Nulla di ci che aveva appreso lo aveva soddisfatto: come aveva previsto, la Mesia Inferiore era per lo pi abbandonata, mancava di risorse, di truppe, di organizzazione, e oltretutto alcuni gruppi di Daci e Sarmati attraversavano il Danubio di quando in quando per saccheggiare la regione. Le truppe romane erano concentrate nella Mesia Superiore, a Viminacium, molto lontano da l, e nella Mesia Inferiore esistevano solo piccole guarnigioni o ridotte unit sulle torri di sorveglianza vicino al Danubio, comunque insufficienti per vigilare i confini in maniera efficace.

La prima cosa che Prisco aveva fatto dopo aver mandato via quei contadini era stata far costruire un muro pi alto intorno alla villa e assumere alcuni liberti, certo che fossero dei rinnegati della legione, per avere un piccolo esercito personale con cui proteggersi dai barbari. Ecco a cosa lo avevano esposto Traiano e suoi seguaci.

Quest'uomo che  venuto per te non ha voluto dirci il suo nome rispose lo schiavo.

Immediatamente Prisco cambi espressione: non pi irritazione ma evidente preoccupazione si dipinse sul suo volto. Non ha voluto dire il suo nome. Mario Prisco prov a immaginare di chi potesse trattarsi, e lo sorprese che qualcuno si fosse spinto fin l per parlare con lui. A ogni modo non perse tempo e si diresse il pi rapidamente possibile verso l'atrio della sua residenza.

L, in mezzo al patio ancora in pessime condizioni, un uomo alto, magro ma possente, vestito come il tribuno di una legione, con un'espressione seria e impenetrabile sul viso caratterizzato da un grosso e largo naso, lo guardava in silenzio.

 una sorpresa e un onore ricevere una visita da... cominci Mario Prisco inchinandosi, ma l'uomo dal grande naso lo interruppe bruscamente.

Non sono venuto per essere adulato da un senatore condannato all'esilio per corruzione.

Cadde il silenzio.

Prisco si guard intorno e tutti gli schiavi compresero immediatamente. In un istante il senatore esiliato e il visitatore furono soli.

 gi passato del tempo da quando ti  stato offerto molto denaro in cambio dei tuoi servigi disse l'uomo riprendendo la conversazione, ma non abbiamo ancora visto dei risultati significativi. A Roma cominciano a spazientirsi.

Mario Prisco assent lentamente per prendere tempo e riflettere attentamente sulla risposta da dare.

 difficile agire da cos lontano... forse se mi si aiutasse a tornare a Roma o in un luogo pi vicino all'Urbe potrei ottenere risultati pi rapidamente...

Sai benissimo che chi serviamo non ammette scuse n ritardi insistette l'uomo alto e magro senza muoversi di un passo dal centro dell'atrio.

Era un individuo abituato a una posizione di potere e di controllo e, tuttavia, Prisco sapeva che non era nulla di pi che un emissario di qualcuno ben pi potente. Solo il visitatore conosceva il nome di colui a cui stava alludendo. Mario Prisco aveva anche pensato di tentare di corromperlo per scoprire chi lo inviasse da Roma, poich preferiva sapere per chi stava lavorando, ma i modi marziali, distanti e freddi di quell'uomo non invitavano a un tale rischio.

Prisco meditava ci quando il tribuno riprese a parlare: Sai che non  ancora possibile ottenere il perdono, e nemmeno il permesso dell'imperatore per un tuo ritorno o avvicinamento a Roma. Ottieni dei risultati e avrai tutto ci che desideri.

Vendetta inclusa?

Ottieni dei risultati prima di chiedere qualcosa, Mario Prisco. La pazienza ha dei limiti. Ottieni dei risultati. L'imperatore deve iniziare ad avere dei problemi il prima possibile. E senza aggiungere altro, l'uomo si volt e usc dal patio.

Prisco cammin fino all'uscio della porta e guard il tribuno mentre montava a cavallo e raggiungeva galoppando un nutrito gruppo di cavalieri delle legioni di Roma, per poi cominciare la cavalcata verso sud.

Arriveranno presto questi problemi biascic tra i denti. Non era difficile creare problemi all'imperatore se si aveva sufficiente denaro, e Prisco era sicuro di averlo ottenuto. Ci che lo preoccupava era se avessero intenzione di chiedergli di pi. Un giorno gli avrebbero forse ordinato di attentare alla vita di uno degli uomini pi vicini al Cesare? Prisco conservava ancora un tale rancore nei confronti di quel maledetto invalido di Longino che lo aveva arrestato nella sua residenza di Roma per condurlo al senato con l'accusa di corruzione. Quell'infame di Longino! No, non lo aveva dimenticato. Lo avrebbe visto morto, un giorno o l'altro lo avrebbe guardato morire. O chiss se gli avrebbero perfino chiesto di attentare alla vita dello stesso Cesare. Si sarebbero arrischiati a chiedere tanto?

Mario Prisco continuava a guardare i cavalieri che si allontanavano fino a scomparire a poco a poco. Fece un gesto con la mano e gli schiavi richiusero le porte delle mura che proteggevano la sua residenza nella Mesia Inferiore. Rientr nell'atrio. Quanto gli sarebbe piaciuto che prima o poi gli affidassero un simile compito. Avrebbe potuto assumere qualcuno e guadagnare molto denaro per quella impresa. Aveva delle idee, ma nessuno con abbastanza coraggio a cui chiedere di compiere una tale vendetta... O forse s?

23

LA LEGGE DI ROMA

Circo Massimo, Roma
24 marzo del 101 d.C., hora septima
Sul palco delle vestali

Credo che sia venuto il momento di ritirarci disse Tullia guardando il resto delle sacerdotesse di Vesta.

Tutte annuirono, inclusa Menenia, si alzarono e si avviarono per fare ritorno alla Casa delle vestali nel centro del Foro di Roma. Menenia camminava a testa bassa: era felice ma si sforzava di non far trapelare alcun sentimento. La tensione per la gara, in particolare per il momento in cui Celer si era lanciato dal carro, l'aveva tradita, e ora tentava di dimostrarsi pi fredda, distante, nei confronti di ci che era capitato nell'arena del Circo Massimo. Tullia era grata per quel contegno assunto dalla giovane.

Nelle scuderie del Circo

Appena Acleo arriv ai carceres chiese dell'acqua. Era disidratato. Non la smetteva di sudare.

Qui disse uno dei suoi aurigatores porgendogli una grande caraffa piena di acqua fresca.

Acleo la bevve tutta d'un fiato. Tieni rispose restituendo la brocca vuota al suo aiutante. Non riusciva a smettere di pensare a coloro che aveva deluso: i suoi patroni avevano investito molto denaro per comprare i giudici e lui aveva perso nonostante tutto l'impegno mosso a favore della sua vittoria. Non se lo sarebbe mai perdonato, e nemmeno sapeva cosa fare per risarcirli. Continuava a sudare, ma non era pi a causa dello sforzo fisico. Ora sudava per la paura.

Sul palco imperiale

Traiano si alz e guard Suburano. Il prefetto del pretorio gli si avvicin, e pure l'imperatore avanz di alcuni passi per potergli parlare da solo, lontano dagli altri.

Plotina lo osservava in silenzio senza muoversi dal suo posto. Le gare sarebbero continuate, ma quella appena conclusa era stata la pi importante della giornata e il Cesare aveva probabilmente deciso di ritirarsi dal Circo Massimo. Forse per questo stava parlando con Suburano, affinch preparasse la guardia per scortarlo nel suo ritorno al palazzo imperiale.

Tutti erano in attesa quando, alla fine, Suburano se ne and. In quel momento Lucio Licinio Sura si avvicin al Cesare.

Una gara magnifica, non  vero, augusto? disse l'editor di quei giochi, soddisfatto della spettacolare competizione.

Magnifica, senza dubbio rispose Traiano.

Mentre l'imperatore parlava con Sura, Adriano si affianc alla propria prozia, l'imperatrice di Roma. L'accusa contro la vestale  gi stata formalizzata, me lo ha riferito un senatore. Cosa farai? le chiese Adriano in un sussurro.

Non lo so rispose Plotina a bassa voce, senza smettere di guardare verso l'arena del Circo Massimo, ma questo non  n il posto n il momento giusto per parlarne.

Adriano strinse i denti e si ritir senza aggiungere altro.

Nelle scuderie del Circo

Celer abbracciava i suoi cavalli, tra l'ammirazione e la gioia di tutti gli aiutanti dei Rossi, ma anche tra il rispetto di molti dei Bianchi, dei Verdi e perfino di qualche Azzurro. Era stata una vittoria conquistata con intelligenza e brillante talento, davanti alla quale tutti s'inchinavano. Tutti?

Intanto Acleo si apriva il passo a spintoni. Desiderava mettere in discussione la tattica del Rosso, che si era scagliato fuori dal carro e aveva lasciato i cavalli a correre da soli verso la vittoria. Pur consapevole dell'inutilit delle sue azioni, quel che desiderava era mostrare pubblicamente il proprio disprezzo verso quel miserabile. Era l'unica soddisfazione che poteva prendersi, ormai.

Celer lo vide avvicinarsi e si separ da Niger, Orynx, Tigris e Raptore, concedendo loro un'ultima carezza affettuosa sul collo, prima di ricevere il suo avversario dietro ai carceres. Di fronte allo sguardo impassibile del vincitore, tutti si voltarono e automaticamente si apr un varco tra l'auriga dei Rossi e quello sconfitto degli Azzurri, che procedeva con passo marziale.

Sono ancora vivo disse Celer dando il benvenuto ad Acleo, con il volto illuminato da un grande sorriso vittorioso e soddisfatto. Era ancora ricoperto dal sangue dei tagli e delle scorticature che si era procurato lanciandosi dal carro, ma quel sangue lo faceva apparire ancor pi eroico di fronte al nemico.

Acleo non poteva recriminare alcunch. Celer aveva corso bene, era stato pi coraggioso e possedeva dei cavalli addestrati in modo infinitamente migliore, ma l'auriga degli Azzurri non aveva intenzione di andarsene senza aver prima turbato l'animo di Celer. Acleo voleva a ogni costo, in un modo o nell'altro, rovinare la sua vittoria perfetta.

Io non ho mai detto che saresti morto in gara dichiar con tono enigmatico.

Obiettivo raggiunto. Acleo interruppe la conversazione e s'incammin verso l'uscita di quelle maledette scuderie. E, intanto, le domande che Celer gridava alle sue spalle lo appagarono tanto da regalargli la calma necessaria per affrontare le peggiori conseguenze della propria sconfitta.

Che cosa vuoi dire con questo, Acleo? Celer alzava sempre pi il volume della voce mentre guardava il silenzioso auriga degli Azzurri allontanarsi senza rispondere. Che cosa vuoi insinuare, maledetto?

La risposta alle domande di Celer arriv presto in una forma alquanto inattesa, e dal lato opposto rispetto alla direzione presa da Acleo. Una ventina di pretoriani avanzava nelle scuderie del Circo Massimo spingendo con voce autoritaria tutti i presenti, che si fecero da parte.

Largo alla guardia dell'imperatore! Largo, per Giove, largo alla guardia dell'imperatore!

Il piccolo passaggio da dove era arrivato Acleo qualche istante prima si fece ora tre volte pi grande, affinch i pretoriani potessero transitare senza essere infastiditi.

Chi tra di voi  l'auriga Celer? chiese bruscamente Suburano guardando da una parte all'altra delle scuderie.

Il prefetto del pretorio di Roma era conosciuto da tutti. Il silenzio si fece grave. All'improvviso nessuno pensava pi alla grande vittoria, alla magnifica gara, alle spettacolari tattiche dell'auriga dei Rossi. L'atmosfera stava cambiando.

Celer fece un passo avanti. Sono io l'uomo che cerchi, vir eminentissimus.

Sesto Attio Suburano lo guard dall'alto al basso. Apprezz la decisione di Celer di identificarsi subito, non solo perch semplificava enormemente il suo compito, ma anche perch il prefetto, da vecchio militare qual era, stimava sempre, per quel che valeva, il coraggio e l'onore. Se quell'auriga avesse tentato di nascondersi, lo avrebbe disprezzato all'istante; invece ebbe l'impressione di trovarsi di fronte un uomo valoroso.

Bene disse quindi, poi tacque un momento e deglut. Non era facile dire quello che doveva. Durante la sua lunga vita al fronte aveva dovuto arrestare moltissimi uomini, per un'infinit d'infrazioni e delitti, spesso con accuse terribili contro di loro, ma mai aveva arrestato qualcuno per uno dei peggiori crimini per cui un uomo poteva essere accusato a Roma. Celer, auriga dei Rossi, io, Sesto Attio Suburano, prefetto della guardia imperiale, ti arresto per ordine dell'Imperator Caesar Augustus e Pontifex Maximus Marco Ulpio Traiano con l'accusa di aver compiuto crimen incesti con la vestale Menenia.

Tutti tacquero. Si udivano solo i ronzii delle mosche e il nitrito di qualche cavallo che stava ancora recuperando il fiato dopo l'eccessivo sforzo in gara. Celer annu molto lentamente. Ora era chiaro ci a cui si riferiva Acleo, e lo angosciava il fatto che l'auriga degli Azzurri sapesse che lo avrebbero accusato formalmente di una menzogna tanto grande quanto pericolosamente mortale.

Non ho mai commesso una tale atrocit ribatt con convinzione.

Non compete a me deciderlo replic il prefetto del pretorio. Ma sta a te renderlo facile o difficile.

Celer sapeva di non avere scelta. Se anche si fosse messo a correre per tentare la fuga, ci avrebbe solo peggiorato le cose, soprattutto per Menenia. La cosa pi logica era accettare il processo. L si sarebbe chiarito tutto.

Non opporr resistenza, vir eminentissimus, se ti riferisci a questo.

Bene, allora andiamo disse Suburano, e si fece da parte perch Celer si portasse di fronte a lui circondato dal resto dei pretoriani.

Era la prima volta che un auriga vincitore veniva arrestato dalla guardia pretoriana. Gli aiutanti della squadra dei Rossi erano perplessi; il resto dei presenti rimaneva in silenzio. Il rumore dei pesanti passi dei pretoriani che circondavano Celer pareva triturare i pensieri di tutti.

Nel corridoio dal Circo Massimo alla Domus Flavia

Traiano camminava di buon passo, col viso serio, guardando a terra, mentre attraversava la galleria che lo riportava al palazzo imperiale. Lo seguivano Plotina, Quieto, Longino, Adriano, Vibia Sabina e le sue sorelle, Marcia e gli altri membri della famiglia imperiale. Il Cesare, che aveva incontrato Plinio uscendo dal palco, lo aveva invitato ad accompagnarlo nel percorso di ritorno alla Domus Flavia e aveva iniziato la conversazione con lui parlando della gara delle quadrighe. Stavano discorrendo sul buon addestramento dei cavalli dei Rossi, che erano usciti vittoriosi dalla corsa, quando, improvvisamente, l'imperatore abbass la voce.

Il senatore Menenio  tuo amico, non  vero, Plinio? chiese.

S, augusto rispose Plinio controllando anche lui il volume della propria voce. Gli era parso strano che l'imperatore avesse cominciato a conversare gi dall'uscita dal palco e ora intuiva che, come sempre accadeva con Traiano, non era stato un caso.

Le accuse contro sua figlia sono divenute ufficiali continu l'imperatore che poi, senza guardare Plinio, formul la domanda chiave: Menenio ti ha chiesto di difenderla in caso di processo? Sei un buon avvocato, forse il migliore di Roma.

Plinio esit a rispondere. Non sapeva esattamente cosa dire: aveva dato la sua parola a Menenio ma non poteva neppure contravvenire a una richiesta pervenuta direttamente dall'imperatore se questi fosse stato contrario alla cosa, ovvero se Traiano gli avesse ordinato, o anche solo suggerito, di non immischiarsi in quella fastidiosa questione.

Menenio  un uomo onesto rispose Plinio per tentare di uscire da quel labirinto di dubbi.

Traiano non disse nulla e continu a camminare. Comprese che Plinio aveva gi parlato con Menenio promettendogli di difendere la figlia e che certamente temeva che il Cesare gli ordinasse il contrario.

La figlia di Menenio merita la miglior difesa possibile disse allora l'imperatore a Plinio, il quale rimase ancor pi confuso e fin per non capirci pi nulla: Traiano, infatti, in qualit di Pontifex Maximus, era obbligato a schierarsi con l'accusa. Ma il Cesare non aveva ancora concluso. Avr molto da fare nei prossimi mesi. Lascio a te il compito di occuparti della difesa di Menenia. Lo fiss negli occhi per un istante. Non deludermi, Plinio.

Non sar una difesa facile si arrischi ad ammettere il senatore avvocato.

Certo che no. Non sar per nulla facile conferm Traiano. Ma non lo era nemmeno il processo contro Mario Prisco e in quell'occasione sei stato bravo. Ora devo conferire con Quieto e Longino. A partire da questo momento  meglio se tu e io non parliamo fino a quando la questione del processo non sar risolta. E acceler il passo alzando la mano destra senza nemmeno voltarsi.

Plinio si ferm e si fece di lato mentre il resto della comitiva imperiale gli passava davanti. Abbass lo sguardo. Traiano gli aveva affidato la difesa di Menenia. Perch? Inoltre il Cesare sperava che tutto andasse com'era stato per il caso di Prisco, ovvero che lui vincesse la causa. C'era solo un piccolo grande problema: a Roma era molto pi facile ottenere una condanna, com'era avvenuto per il corrotto governatore Prisco, piuttosto che un'assoluzione. E le ultime quattro vestali accusate di crimen incesti erano morte.

La comitiva imperiale procedette di fianco a lui, poi fu il turno di tutta la guardia pretoriana. Gaio Plinio Cecilio Secondo rimase solo nella penombra di quel lungo tunnel.

LIBRO II

L'OMBRA DELLA GUERRA

Anno 101 d.C.

(853 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma)

Nullum bellum suscipi a civitate optima, nisi aut pro fide, aut pro salute.

Nessuna guerra viene intrapresa da uno Stato ottimo se non per fedelt ai patti o per la propria salvezza.

Cicerone, De Re Publica, III, 23, 34

24

LE PORTE DI FERRO

Gole del Danubio, nord della Mesia Superiore
Fine di marzo del 101 d.C.

Apollodoro era affranto. Aveva deciso di spostarsi da Viminacium verso oriente, ovvero a valle, con la speranza di trovare qualche punto in cui fosse pi semplice attraversare il grande Danubio, ma da ben due giorni continuava ad avanzare attraverso le pi profonde gole che avesse mai visto. Il fiume scorreva incassato tra alte mura di roccia che si elevavano fino a centinaia di piedi ed emergevano come mostruose divinit decise a impedire qualunque possibilit di costruire un ponte. L'architetto si era fermato varie volte, con la speranza che in quel punto la profondit del fiume si riducesse, e, favorito dal restringimento, fosse possibile un tentativo, ma le misurazioni offrivano solo risultati scoraggianti.

La corda non arriva a toccare il fondo, architetto! disse uno dei legionari che si erano addentrati nel fiume con la chiatta che avevano costruito appositamente per quelle indagini. E gi misura cinquanta piedi!

Il soldato gridava per riuscire a farsi udire in mezzo al frastuono della corrente del Danubio, che sembrava ruggire nel mezzo di quelle pareti infinite. Ad Apollodoro non serviva che gli ricordassero la lunghezza della corda che stavano utilizzando. La conosceva fin troppo bene. Quella era una missione da pazzi: quando il fiume era meno profondo diventava troppo largo, e quando si restringeva si faceva immensamente profondo.

Ho bisogno di sapere la profondit esatta. Cercate una corda pi lunga, se serve! gli grid Apollodoro dalla riva, disperato.

Il soldato lo guard con disprezzo, proprio come i suoi compagni, considerando quella richiesta un'assurdit, ma poi vide lo sguardo rabbioso che il duplicarius, Tiberio Claudio Massimo, secondo ufficiale della turma, gli stava rivolgendo. Il legionario allora sput e and a cercare dell'altra corda nel punto in cui tenevano i cavalli, sulla riva del fiume.

Tiberio Claudio Massimo era salito di grado grazie alla sua disciplina. La missione ora era quella di assistere l'architetto e ci non si poteva evitare; per chi non era d'accordo era meglio tacere o affogarsi in quel maledetto fiume. Il duplicarius si avvicin ad Apollodoro. Aveva ricevuto dal decurio, che li aveva preceduti per ispezionare il luogo con altri cavalieri, l'ordine di proteggere quell'uomo, e quello stava facendo, pur nutrendo anche lui dei dubbi sul senso di quella missione.

Da quello che so io, si misura la profondit di un fiume solo quando si vuole costruire un ponte disse, ma non ottenne risposta. Tiberio rispett il silenzio mentre guardava i soldati che legavano tra loro tre diverse corde.

Apollodoro si separ da lui e torn a passeggiare avanti e indietro su quel sentiero di pietra e fango che serpeggiava lungo la riva. Perch  tutto cos fangoso se nemmeno ha piovuto? chiese al duplicarius.

 per il fiume. Ha spesso delle piene che inondano tutto rispose Tiberio.

Apollodoro si rendeva conto sempre pi di quanto il Danubio rappresentasse un rivale immenso, incontrollabile.

Ecco, stanno immergendo le corde disse il duplicarius.

Bene, allora conosceremo una volta per tutte la profondit di questo punto comment l'architetto.

Apollodoro aveva gi abbandonato l'idea di tentare di costruire il ponte l, poich, anche se era il punto pi stretto incontrato fino a quel momento, largo solo quattrocento o cinquecento piedi, la profondit era eccessiva. Per era curioso di sapere fino a che punto sprofondavano quelle acque. Inoltre non sarebbe stato un calcolo inutile. Conoscendo la profondit in quel punto poteva farsi un'idea dello spazio che il fiume necessitava in larghezza per ripartire tutta quell'acqua nelle zone meno profonde. Esasperato, vide che la corda maneggiata dai soldati scendeva e scendeva nelle spumose acque della corrente, senza toccare il fondo.

I soldati romani sulla chiatta si guardarono attoniti tra loro. Avevano gi sommerso l'equivalente di due corde, cento piedi, e continuavano a non trovare il fondo.

Per tutti gli dei! esclam Apollodoro. Ma non  possibile che sia cos profondo!

La corda per continuava a immergersi, sempre pi gi. Per un momento l'architetto consider la possibilit che la corrente fosse tanto forte da trascinare la pietra legata all'estremit della corda e che, di conseguenza, questa si stesse immergendo in diagonale anzich in linea retta, ma scart subito l'idea: la pietra era molto pesante ed era rotonda e liscia per evitare che opponesse resistenza alla corrente; infatti erano stati necessari vari soldati per spostarla. No, non si trattava di questo. Purtroppo, in quel punto il fiume era incredibilmente profondo.

Il fondo! Il fondo! esclam finalmente uno dei soldati.

Avevano quasi calato le tre corde intere legate insieme. In quel punto, il Danubio era profondo centocinquanta piedi. Apollodoro non aveva mai visto nulla di simile in vita sua.

Centoquarantanove piedi! strill uno dei soldati.

D'accordo! Tornate a riva! esclam il duplicarius.

Apollodoro formul alcuni calcoli. Era certamente possibile trovare un altro punto del fiume profondo solo una ventina di piedi, e situato dov'era pi conveniente costruire il ponte, o per lo meno tentare di farlo, questo s; ma in quel caso sarebbe stato incredibilmente lungo. Un ponte lunghissimo aveva bisogno di un maggior numero di pilastri per sostenere la struttura. E sarebbe stato un lavoro di anni, e lui era convinto che l'imperatore non fosse disposto ad attendere tanto a lungo.

25

L'AVVOCATO

Roma
Aprile del 101 d.C.

Plinio aspettava un visitatore nel tablinum della sua grande domus. Era l'hora duodecima e l'oscurit della notte si stava gi allungando sulle vie di Roma. Non era esattamente l'ora adeguata per ricevere visite, eppure era preferibile che certi incontri non fossero notati dai vicini. Pompeia, sua moglie, era gi a letto, e non c'erano figli in quella casa. La seconda moglie di Plinio non aveva infatti potuto offrire una discendenza. I due neppure si amavano, per si rispettavano.

Plinio stava per sedersi di fronte al tavolo del suo tablinum quando l'atriense, l'anziano schiavo che da anni era al servizio del vecchio senatore e avvocato in quella domus, apparve da dietro la tenda che separava il piccolo studio dall'atrio centrale della residenza.

 arrivato, mio padrone.

Fallo passare rispose Plinio.

Lo schiavo apr del tutto le tende e un uomo maturo e di carnagione molto scura - da qui il suo nome - apparve rimanendo in piedi e voltandosi da una parte all'altra.

Salve, Atello, avanti disse il senatore, senza per invitarlo a sedere.

Plinio non era abituato a concedere troppa familiarit a coloro che non erano n patrizi n cavalieri, e nemmeno liberti onesti. Atello era un uomo misterioso. Uno dei tanti a Roma. Si diceva fosse stato un veterano delle legioni di Domiziano durante le campagne contro i Catti. Quando l'imperatore era stato assassinato, si vociferava che Atello avesse ampliato il campo delle sue presunte gesta militari passando alle campagne del gran legatus Agricola in Britannia. Ma Plinio sapeva che era tutto falso. Il suo misterioso invitato aveva almeno il buon gusto di non fingere di essere ci che non era, davanti a lui.

Sono sempre al servizio di Plinio rispose Atello al brusco saluto del senatore, e rimase in piedi al centro della piccola sala.

Plinio sospir. Atello non era uomo dai metodi ortodossi, essendo per lui ricorso ai suoi servigi durante altri processi, sapeva che poteva ottenere informazioni utili e, cosa ancor pi sorprendente, veritiere. Ogni informazione, ovviamente, arrivava in cambio di una ragionevole quantit di denaro, ma Plinio sapeva che tutto aveva un prezzo. Atello non era certamente un veterano di guerra, tuttavia era un veterano della sopravvivenza nelle pi pericolose strade di Roma: conosceva i peggiori tuguri della Suburra e del porto fluviale; le prostitute gli passavano qualunque tipo d'informazioni, nomi e segreti in cambio di pochi sesterzi o anche come pegno per la sua protezione dai malvagi ruffiani o dagli esattori che sempre esigevano denaro dalle donne di strada. D'altro canto, i malintenzionati delle notti romane evitavano di scontrarsi con quell'oscuro personaggio, anche perch Atello si faceva proteggere da cinque corpulenti liberti germanici pronti ad ammazzare la prima ombra che osava avvicinarsi a loro mentre attraversavano i vari quartieri della citt. Prima ammazzavano e poi chiedevano. Non cambiavano mai tale sequenza. Era gente dai modi radicali.

Atello aveva cominciato il suo particolare cursus honorum nei bassifondi romani come un volgare ladro, ma aveva ben presto scoperto qualcosa che rendeva molto di pi: l'informazione. I senatori, gli avvocati, le patrizie che sospettavano le infedelt dei mariti, i commercianti i cui debitori non si facevano trovare... tutti coloro erano disposti a pagare molto per ottenere informazioni. Rendersi conto di questo era stata la sua fortuna.

All'inizio Atello aveva lavorato per chiunque, ma poi aveva imparato che era pi conveniente rimanere leali a pochi clienti che ricorrevano ai suoi servizi con regolarit. Anche la lealt aveva un prezzo. Plinio era uno di questi: pagava bene e si rivolgeva sempre e solo a lui.

Ho di nuovo bisogno del tuo aiuto cominci il senatore. Atello si limit ad annuire. Plinio and dritto al punto. Si tratta della questione della vestale Menenia e dell'auriga Celer.

Atello spalanc gli occhi. Quello era un processo importante. Non gli interessava granch che Plinio vi fosse coinvolto come accusatore o come difensore: la cosa fondamentale era che lui ci avrebbe guadagnato un sacco di denaro.

Una sporca faccenda disse.

Senza dubbio ribatt Plinio. Sono l'avvocato difensore della vestale. Suo padre  un vecchio amico.

Capisco.

Eppure Plinio non era sicuro che Atello percepisse davvero la gravit della cosa.

Il senatore continu il ruffiano pensando di avere gi chiara la missione desidera che io raccolga prove che dimostrino l'innocenza della vestale e dell'auriga.

Plinio rimase in silenzio per un istante. Naturalmente Atello non aveva capito nulla. Era incredibile che dopo averlo aiutato in tanti processi ancora non comprendesse le regole del gioco. Tanto era abile per certe cose, quanto ottuso lo era per altre.

Non importa a nessuno dell'innocenza della vestale spieg Plinio o almeno non alle persone che contano. Inoltre, sono assolutamente certo della sua innocenza, non si tratta di dimostrarla. Anche se ottenessimo che varie matrone di riconosciuta onorabilit esaminassero la vestale e che testimoniassero la sua verginit, continuerebbe a esserci gente che la crede colpevole, e gli accusatori sosterrebbero che l'accusata ha usato la magia per occultare la sua colpa. No, Atello, tentare di raccogliere prove della sua innocenza  ci che farebbe un avvocato principiante. Sono il suo difensore, ma non giocher questa partita difendendo, bens attaccando. Questa  l'unica cosa che pu salvarla.

Atello lo ascoltava attentamente, ma lo sguardo era confuso. Allora... il senatore cosa vuole che faccia?

Voglio che tu riunisca prove contro l'accusatore, il senatore Sesto Pompeo Collega;  un uomo importante, un ex console dei tempi di Domiziano. Voglio sapere tutto di lui: chi e quali case frequenta, a quali terme si reca, in quali postriboli. Voglio sapere perfino se  vigoroso o impotente a letto... Tutto. Solo cos potremo scoprire qualcosa d'importante con cui vincere il processo. Ma, soprattutto, voglio sapere... E qui Plinio, preso dalla foga del momento, si alz dal suo solium e si avvicin ad Atello, che istintivamente fece qualche passo indietro. Voglio sapere perch. Perch un vecchio senatore che  stato anche console tiene tanto a lanciare un'accusa falsa contro una nobile vestale? Perch, Atello, perch? Si ferm, si pass una mano sulla fronte e recuper il contegno tornando a sedersi; poi continu a parlare, ma con un tono pi tranquillo. Capisci, ora, quello che voglio che tu faccia?

S, senatore. Il senatore Plinio sapr tutto quello che fa il senatore Sesto Pompeo Collega. Ho solo bisogno di qualche settimana...

Non abbiamo qualche settimana, Atello lo interruppe Plinio. Per qualche strano motivo tutto in questo processo si muove troppo rapidamente, a una velocit incomprensibile...

A quel punto tacque. Celerit. Rapidit. Celer. Celer. In quel momento ebbe un'illuminazione. O forse no? Era confuso. Forse era solo la sua immaginazione. Scosse la testa. Torn a guardare Atello. Non voleva dilungarsi in quella conversazione per non disperdere le idee. Tir fuori una piccola borsa colma di sesterzi e la gett sul tavolo.

Questo  solo un anticipo. Servimi bene, Atello, e otterrai molto altro. La solita cifra, anzi perfino qualcosa di pi, se riuscirai a sorprendermi.

L'uomo dal viso scuro s'inchin, prese la borsa piena di denaro e se ne and, lasciando il senatore solo nel suo tablinum. Una volta in strada, circondato dalle sue cinque guardie del corpo germaniche, Atello decise di assicurarsi la loro lealt dividendo equamente il denaro. Lui si sarebbe tenuto la maggior parte del secondo pagamento. La cosa importante, in quel momento, era attraversare ben protetto i peggiori angoli di Roma. I Germani accolsero le monete sorridendo. Quegli uomini lo adoravano.

Andiamo alla Suburra disse. E tutti lo seguirono controllando che nessuno osasse avvicinarsi.

26

IL PROCURATOR BIBLIOTHECAE

Domus Flavia, Roma
Aprile del 101 d.C.

Longino osservava il Cesare dal lato opposto del tavolo. Il legatus aveva pensato di essere stato chiamato dall'amico, l'imperatore di Roma, per discutere i preparativi della campagna militare al Nord, ma da quando era entrato in quella stanza Traiano non aveva fatto altro che parlare di faccende personali.

Quindi, amico mio, disse l'imperatore ci sto girando intorno, e non  da me; dunque, c' qualcosa che credo dovresti fare, che tutti quelli che mi stanno vicino dovrebbero fare. E rimase in silenzio per un istante, mentre i suoi occhi percorrevano di nuovo il tavolo pieno di mappe. Voglio dire, ci si dovrebbe sposare. Sposarsi bene, intendo. Ho bisogno che tutti i miei collaboratori siano felicemente sposati. ... importante.

Mi pare una buona idea disse Longino, anche se non troppo convinto.

Pi che buona, amico mio.  essenziale. I senatori Sura, o Celso e Palma, sono ben imparentati, con ottime famiglie. Anche altri, come Plinio... che fra l'altro  gi al secondo matrimonio. Per anche tu e Lucio dovreste sposarvi. Nel tuo caso con una giovane patrizia della famiglia Giulia: ho gi parlato con i genitori e si potrebbe organizzare tutto di comune accordo. Sarebbe un'ottima cosa per te, per me, per tutti.

Longino sorrise. Mi pare che non ci sia altro da aggiungere o sbaglio? Come spesso accadeva quando si trovava con l'imperatore in privato, il legatus non usava alcun appellativo per rivolgersi a lui.

Quindi sei d'accordo? chiese Traiano aspettando una conferma.

Se  la cosa migliore per tutti, gi sai che sono pronto ad aiutarti.

L'imperatore lo guard rilassato e grato. S, lo so, Longino. Tu sei sempre al mio fianco.  sempre stato cos. Da molto tempo.

Va bene, va bene... disse l'altro alzandosi.  tardi e so che devi visionare molte mappe,  meglio non abbandonarsi alla nostalgia o mi farai sentire vecchio.

Anche Traiano sorrise. Lo siamo, siamo vecchi disse l'imperatore.

Questo mai neg Longino, deciso. Mettimi in prima linea di combattimento e ti far vedere chi  il vecchio!

Traiano si alz, aggir il tavolo e, con un gesto assai poco abituale per lui, abbracci l'amico. Fu un lungo abbraccio. Il Cesare, infine, si separ da Longino. Questi sorrise un'ultima volta e, annuendo nel lasciarlo, attese di fronte alla porta chiusa.

Aprite! ordin l'imperatore con decisione.

I battenti di bronzo della camera imperiale si separarono e l'amico scomparve dietro di essi. Poi si richiusero. Traiano rimase solo. Sospir. Lentamente ritorn al tavolo e si sedette ancora una volta di fronte alle mappe del Danubio. Longino aveva ragione. Aveva ancora molto lavoro da fare. Aveva dato ordine di non essere disturbato, quindi era sicuro di poter rimanere tranquillo per il resto della serata.

Tuttavia, era appena tornato al lavoro quando uno dei pretoriani apr la porta.

Gaio Svetonio Tranquillo, il procurator bibliothecae augusti,  qui e insiste nel parlare con l'imperatore.

Il messaggio del pretoriano fece alzare lo sguardo del Cesare dalle mappe sparse sul tavolo. Traiano aggrott la fronte. Svetonio? Ora perfino il silenziosissimo bibliotecario voleva interromperlo mentre lui analizzava i problemi dei confini dell'Impero.

E dire che Plinio lo aveva descritto come un valido collaboratore.

Traiano si reclin contro il sedile. Gli avete detto che sono molto occupato?

Almeno una dozzina di volte, augusto, ma non vuole andarsene e...

E... cosa? Per tutti gli dei, pretoriano, almeno termina la frase quando ti rivolgi a me! grid Traiano irritato.

Il guardiano annu col volto arrossato. S, Cesare. Il procurator ha detto che si tratta di qualcosa di assoluta importanza e della quale l'imperatore deve essere informato con la massima urgenza disse infine rapidamente, e poi tacque, rimanendo immobile davanti al Cesare con lo sguardo a terra.

Segu un prolungato silenzio fino a che Traiano lasci andare un sospiro.

Che passi. E speriamo che ne valga la pena.

Gaio Svetonio Tranquillo entr nella stanza dell'imperatore camminando lentamente per il peso della grossa cesta che portava con entrambe le braccia; tutta la mimica appariva alquanto esagerata, quasi ridicola. Traiano considerava la propria opinione su quell'uomo peculiare. Non aveva ancora deciso se fosse positiva o negativa.

Ave, Cesare. Mi scuso per aver interrotto il lavoro dell'imperatore disse il procurator bibliothecae augusti.

Il danno  fatto, procurator. Vediamo se hai almeno una giustificazione valida. Sono davvero molto occupato.

Certo, augusto, certo. Mi dispiace davvero, ma se l'imperatore permette... continu Svetonio allargando le braccia e mostrando la cesta segnalando la volont di avvicinarsi al tavolo dell'imperatore.

Appoggiala qui disse Traiano indicando il tavolo.

Svetonio si avvicin, ma nel vedere le mappe esit.

Non c' bisogno di tutta questa delicatezza con i papiri e le mappe. Appoggiaci pure sopra la cesta. Le mie legioni resisteranno certamente al suo peso.

Svetonio annu, ma l'imperatore si rese conto che per quel bibliotecario appoggiare una cesta su delle mappe spiegate appariva come un sacrilegio, forse per il timore di rovinarle, o forse per il contenuto della cesta. O forse per entrambe le cose.

Svetonio fece un passo indietro allontanandosi dal tavolo prima di riprendere a parlare. Ho trovato alcuni rotoli che ritengo che il Cesare, solamente il Cesare, dovrebbe esaminare, e... Ma non fin la frase.

E...? Traiano s'innervos. Decise che quell'uomo non gli piaceva affatto. E cosa, procurator? Parla con chiarezza. Non mi piacciono gli indovinelli. Forse quelli di Dione Cocceiano, ma non altri.

Svetonio assent di nuovo. Credo che il Cesare dovrebbe leggere questi manoscritti e decidere cosa farne.

Traiano lo fiss senza nemmeno degnarsi di dare un'occhiata alla cesta. Sei tu il procurator bibliothecae augusti. Ti ho nominato per questo incarico esattamente con lo scopo che sia tu a decidere cosa fare dei rotoli delle diverse biblioteche di Roma: come classificarli, come ordinarli, come distribuirli nei vari edifici. Se vieni a consultarmi ogni volta che trovi qualcosa di interessante io non potr occuparmi di altro se non di leggere tutto ci che ritieni importante. E sinceramente ho cose ben pi urgenti di cui farmi carico.

Svetonio assent ancora, ma non si avvicin al tavolo per raccogliere la cesta e ritirarsi, cosa che invece l'imperatore si aspettava; al contrario, s'impett come un'autentica sfinge di pietra e mosse solo la bocca, per parlare. In qualit di procurator bibliothecae augusti, Cesare, considero mio dovere informare l'imperatore di quanto sia importante che legga questi manoscritti e decida in prima persona cosa farne.

Traiano si appoggi allo schienale della sedia e apr i rotoli. Ne prese uno a caso. Lo spieg sul tavolo e cominci a leggere. Si prese il suo tempo, ma poi torn a rivolgersi al bibliotecario con disprezzo. Poesie... disse, mi hai disturbato per delle poesie?

Svetonio fece un passo avanti. Se il Cesare me lo permette disse introducendo la mano nella cesta e guardando al suo interno per estrarre proprio ci che cercava ritengo che l'imperatore dovrebbe leggere questo per primo.

Traiano prese in mano il nuovo papiro e ripet l'operazione. Era una lettera, anzi no, erano diverse lettere. Il contenuto non gli diceva nulla ma arriv velocemente a leggere il nome che appariva in calce alla prima di quelle epistole. Rilesse praenomen, nomen e cognomen pi volte.

Gaio Giulio Cesare?

Svetonio annu.

L'imperatore torn a guardare il papiro e verific ancora una volta la firma di quelle lettere. Poi il suo sguardo si spost sul procurator bibliothecae augusti.

D'accordo, bibliotecario di Roma, hai trovato delle poesie e alcune lettere del divino Giulio Cesare. Sono documenti importanti, questo non lo nego, ma non avresti potuto riferirmene nel corso della tua udienza mensile? Era proprio necessario interrompere il mio lavoro?

Il procurator non parve offeso, men che meno nervoso. Traiano ammir la sua caparbiet; chiunque altro avrebbe desistito gi da tempo, per timore di perdere il posto da bibliotecario imperiale, ma Svetonio no. L'imperatore lo vide avvicinarsi di nuovo alla cesta, scrutare con attenzione al suo interno ed estrarre un altro papiro.

Questi sono i papiri importanti, quelli che sembrano essere i pi recenti; sicuramente gli ultimi che scrisse il divino Gaio Giulio... E fece una pausa prima di concludere con l'appellativo che corrispondeva anche al suo interlocutore: Cesare.

Marco Ulpio Traiano spieg il nuovo papiro e lo osserv con attenzione. Svetonio vide che gli occhi dell'imperatore di Roma cominciavano a brillare in un modo speciale.

Segu un lungo silenzio durante il quale il Cesare si prese il tempo necessario per leggere una buona parte del papiro, finch, finalmente, distolse lo sguardo e si appoggi lentamente, ancora una volta, allo schienale della sedia.

Qualcun altro ha visto questi scritti? domand.

No, Cesare. Solo l'imperatore... l'imperatore e io, volevo dire.

Bene rispose Traiano. Mi hai servito bene, procurator. Per Castore e Polluce, quanto mi hai servito bene.

Gaio Svetonio Tranquillo s'inchin davanti al Cesare e rimase in piedi in attesa d'istruzioni.

Terr io questi documenti, procurator sentenzi Traiano.

Svetonio s'inchin nuovamente e si diresse verso la porta.

Aprite! disse l'imperatore.

I battenti di bronzo si spalancarono e Svetonio usc dalla stanza imperiale. L'imperatore rimase a osservare la piccola figura di quell'uomo silenzioso che svaniva dietro l'ombra della porta che i pretoriani stavano richiudendo. Forse Plinio aveva ragione. Quel procurator era qualcuno di cui potersi fidare.

Un istante dopo, Traiano era di nuovo chino sull'ultimo papiro che aveva spiegato. Strinse i denti. Lo aspettavano delle udienze che non potevano attendere. Ripieg allora i tre papiri aperti con cura, li mise nella cesta, si alz e li depose in un angolo della stanza imperiale.

Aprite!

La porta si apr di nuovo, spinta dai due pretoriani, e l'imperatore usc dalla sua stanza personale.

Che nessuno entri ordin, e fu sul punto di dirigersi verso l'Aula Regia, per poi si ferm, si volt e ripet ai pretoriani che custodivano il suo studio: Nessuno vuol dire nessuno,  chiaro?.

I pretoriani annuirono, ma l'ufficiale al comando decise d'intendere meglio quell'ordine.

Cesare... e se un membro della famiglia imperiale... l'imperatrice, per esempio, o...? Il pretoriano non riusc a terminare la domanda.

Nessuno ripet l'imperatore.

L'ufficiale si port il pugno chiuso al petto e inclin il capo, mentre Marco Ulpio Traiano si voltava e riprendeva il cammino verso l'Aula Regia.

27

IL MESSAGGERO FERITO

Viminacium, Mesia Superiore
Confine col Danubio, aprile del 101 d.C.

Il cavaliere giunse alle porte della fortezza di Viminacium. Era ricoperto di sangue. Lo condussero rapidamente al valetudinarium, l'ospedale delle legioni. Data la gravit delle sue condizioni, chiamarono il legatus della VII Claudia. Tettio Giuliano, intuendo che quel cavaliere era un messaggero imperiale, si present immediatamente nell'ospedale militare della citt, si sedette accanto all'uomo ferito e osserv il suo viso emaciato. I medici lo avevano gi avvertito sulle sue poche possibilit di sopravvivenza.

Il legatus ne fu dispiaciuto, ma non aveva tempo per la compassione, sentimento da deboli. Non ti mentir, soldato, disse i medici non credono che sopravvivrai. Se puoi dirmi qualcosa su chi  stato ad attaccarti, ti ascolto.

L'ufficiale ferito tent di parlare, ma pot solo rigettare altro sangue dalla bocca. Il legatus si scans. Il cavaliere era vestito come un pretoriano. Ci significava che si trattava di un corriere inviato dall'imperatore in persona, non dal consilium augusti.

Il messaggio doveva essere importante. Non appena il ferito sembr essersi ripreso, il legatus torn a sedersi al suo fianco. C'era odore di vomito e uno schiavo prov ad avvicinarsi per ripulire, ma il legatus lo allontan con un gesto della mano. La bile di un coraggioso non lo infastidiva affatto e c'erano ben altre urgenze.

Se riesci a parlare, ti ascolto, pretoriano insistette Tettio Giuliano.

Il ferito annu. Chiuse gli occhi come per riprendere energia e cominci a farfugliare una parola dietro l'altra con un tale sforzo che pareva si stesse lacerando dall'interno.

Messaggio... del... imperatore... attaccati dai Daci... ieri...

Lo hanno ferito al petto, al ventre e ha un taglio sulla gola. Per questo fatica a parlare sussurr uno dei medici all'orecchio del legatus.

Questi alz la mano destra. Sapeva gi che gli avevano lacerato met della gola, per tutti gli dei, non c'era bisogno di un medico per capirlo. Voleva solo ascoltare quel messaggero. Era fondamentale sapere se avesse perduto il messaggio che custodiva.

Il pretoriano continuava a vomitare sangue e parole allo stesso tempo.

Messaggio rubato... dai Daci... messaggio... sigillo... per... E s'interruppe di nuovo.

Stava morendo. Tettio Giuliano si avvicin al volto del pretoriano ferito per ascoltarlo meglio.

Possiedo... una... copia... E il pretoriano affond la mano destra nell'uniforme insanguinata per estrarre il papiro copiato e con il sigillo.

Il legatus lo prese. Il moribondo esal un rantolo inquietante e smise di respirare.

Tettio Giuliano si alz. Seppellitelo con tutti gli onori disse. Ha compiuto il proprio dovere fino alla fine.

Poi usc dall'ospedale con il messaggio del pretoriano in mano. I Daci si erano impossessati dell'altra copia o forse anche di altri messaggi. Forse il cavaliere ucciso aveva il compito di trasmettere pi messaggi, alle diverse guarnigioni dei confini. Ma ora la cosa pi importante era leggere il papiro e informare Roma del fatto che quello era stato intercettato dal nemico. I Daci usufruivano di molti rinnegati romani che conoscevano il latino, e il re Decebalo poteva ottenere facilmente una traduzione del messaggio.

Tettio Giuliano aggrott la fronte. A meno che... Erano forse gi entrati in guerra?

Sarmizegetusa, capitale della Dacia
Nord del Danubio

Abbiamo intercettato un messaggio dell'imperatore romano disse Vezinas con orgoglio.

Diegis aveva ricevuto l'onore di recarsi in qualit di ambasciatore a Roma per parlamentare con il nuovo Cesare e cos, in quelle settimane, Vezinas aveva potuto approfittare della sua assenza per distinguersi nel suo servizio al re e dimostrare a Decebalo che Diegis non era affatto necessario.

Gli uomini di Vezinas erano destinati al pattugliamento dell'intero confine del Danubio, e talvolta lo attraversavano. Vezinas aveva loro ordinato di attaccare le piccole pattuglie romane e di impossessarsi di qualunque cosa potesse apparire importante. E cos quel messaggio in latino era arrivato nelle sue mani. Vezinas non sapeva leggere bene. In verit, quasi per nulla. Per sapeva riconoscere l'alfabeto romano, i simboli che lo rappresentavano, e quel messaggio utilizzava gli stessi simboli. Inoltre, pur ignorando il contenuto del papiro, era sicuro che fosse di vitale importanza per il re.

Decebalo afferr ansioso la missiva che Vezinas gli porgeva. La spieg completamente e la esamin aggrottando la fronte. Il re della Dacia si vantava di aver appreso abbastanza bene il latino, e perfino di poterlo parlare, poich era sempre conveniente conoscere il pi possibile il nemico. Eppure quel messaggio gli risult incomprensibile; non riusciva a intendere una sola di quelle strane parole.

Abbiamo bisogno di uno dei rinnegati romani fu costretto ad ammettere il re.

Vezinas si gonfi di orgoglio. In effetti ho gi ordinato che uno di essi mi accompagnasse, per essere sicuri d'interpretare il messaggio rispose, soddisfatto per aver anticipato la necessit del re.

Che passi, dunque, per Zalmoxis replic Decebalo spazientito. Voleva sapere che cosa diceva quel maledetto messaggio. Se avesse conosciuto i propositi del nuovo imperatore riguardo ai confini, avrebbe potuto giocare d'anticipo sul nemico, e quella era esattamente la chiave per vincere non solo una battaglia, ma l'intera guerra. Proprio ci che pretendeva di fare.

Decimo entr guardandosi intorno. Era nervoso. Era stato un centurione, poi lo avevano bandito quando avevano scoperto che si dedicava al commercio di schiavi per arricchirsi. Era successo proprio mentre stava vendendo una guerriera sarmata a un buon prezzo a uno dei mercanti che cercavano gladiatori e gladiatrici per l'Anfiteatro Flavio. Gli avevano confiscato il denaro e gli avevano dato decine di frustate. Aveva ancora le cicatrici sulla schiena. Forse non se ne sarebbero mai andate. Poi lo avevano degradato a munifex, come una recluta appena entrata nelle legioni, senza pi un grado n diritti, costretto a lavorare incessantemente. Era stato troppo per Decimo e, alla prima occasione, aveva disertato, attraversato il Danubio e si era alleato con i Daci. L aveva vissuto insegnando agli ufficiali dacichi a maneggiare le catapulte romane sottratte alle legioni dopo la terribile sconfitta che i Romani avevano subito a Tape anni prima. Inoltre, insegnava loro il latino. I suoi servigi erano stati apprezzati e ora Decimo viveva decisamente bene, anche se, dal momento che l'ambizione  come un fiume che mai interrompe il suo corso, aspirava a conquistare sempre di pi.

Uno dei pileati di maggior fiducia del re gli aveva ordinato di presentarsi presso il palazzo reale di Sarmizegetusa, quella mattina stessa. Decimo era nervoso. Desiderava impressionare il re e fare un salto di qualit. Non si faceva alcuno scrupolo. Aspirava a vivere nella ricchezza e non gli interessava con quali mezzi l'avrebbe ottenuta.

Avrebbe fatto qualunque cosa.

Appena fu di fronte al re, Decimo s'inginocchi, ma subito gli consegnarono un papiro che riportava uno strano testo, chiedendogli di leggerlo, quindi gli permisero di alzarsi. Lui sapeva leggere. Non perfettamente, ma abbastanza per comprendere che quelle parole non avevano alcun senso.

Non  latino disse in un rudimentale dacico, che aveva appreso durante i sei anni passati a nord del Danubio, mentre restituiva il papiro a Vezinas.

Come sarebbe che non  in latino? Il pileatus non occult la propria rabbia. Quel rinnegato lo stava forse ingannando? E in che lingua scrive l'imperatore di Roma? Stai forse cercando di...?

Ma Decebalo, che era un uomo intelligente, interruppe immediatamente Vezinas. Fammi guardare meglio quel messaggio. Potrebbe essere in greco.

Vezinas diede nuovamente il documento al re. In greco? Come aveva fatto a non pensarci? Per poi neg con la testa. No, lui aveva identificato i simboli del latino, ne era sicuro.

No, non  greco conferm Decebalo esasperato, e i suoi occhi, come quelli di Vezinas, tornarono al rinnegato in cerca di una spiegazione.

Decimo comprese che doveva assolutamente trovare una risposta. L'istinto di sopravvivenza lo stava riempiendo di adrenalina e, a un tratto, l'ex centurione romano ebbe un'illuminazione. Si avvicin a Vezinas e riprese in mano il papiro, inchinandosi davanti al pileatus in segno di rispetto. Sforzandosi, parola per parola, pronunci come pot quelle incomprensibili parole:

Gefbr hkrxhrkrkx bf Nbebfrtbg lxo dxzbgfxl hkg fgnxe exflbl Bnfbb

Beh Trxl Zxke HH Mkrbrfnl

Ebbene? chiese il re della Dacia.

 un messaggio cifrato, mio re rispose Decimo, certo di aver fornito la chiave di quel mistero. L'imperatore, talvolta, invia messaggi cifrati, occultando le parole latine con un codice conosciuto da pochissimi.

Decebalo si abbandon sullo schienale del trono regale.

E chi conosce il codice segreto? chiese Vazinas.

Solamente l'imperatore, i suoi uomini di maggior fiducia e... Decimo stava ragionando come non faceva da molto tempo. Sicuramente i legati, gli ufficiali che stanno al comando...

Il re lo interruppe. So chi sono i legati dell'Impero romano. Che portino via quest'uomo. Non pare che possa esserci di grande utilit.

Decimo fu rapidamente trasportato fuori dalla sala del trono. Vezinas si rivolse al re per scusarsi.

Sono desolato, mio re. Mi dispiace che questo imbecille non sia stato in grado di decifrare il messaggio.

Decebalo sospir. Non  colpa tua rispose con tono magnanimo. Ora restituiscimi il papiro e lasciami solo.

Vezinas s'inchin e usc dal salone.

Il re esamin di nuovo quelle parole e le lesse a voce alta come aveva fatto il rinnegato romano pochi istanti prima, come se cos potesse trovarvi un senso. Niente. Decebalo era furioso. Per Zalmoxis, era come se quel maledetto nuovo imperatore gli stesse ridendo in faccia.

Viminacium, Mesia Superiore
Impero romano

Tettio Giuliano, legatus della legione VII Claudia situata presso il confine settentrionale dell'Impero, teneva in mano il messaggio giunto da Roma. Il pretoriano che lo aveva portato era appena morto nel valetudinarium. Il legatus dispieg il documento sul tavolo del praetorium: era cifrato.

Lasciami solo disse.

L'optio che aveva accompagnato il legatus usc dal praetorium. Tettio continu a osservare quel messaggio apparentemente incomprensibile:

Gefbr hkrxhrkrkx bf Nbebfrtbg lxo dxzbgfxl hkg fgnxe exflbl Bnfbb

Beh Trxl Zxke HH Mkrbrfnl

Era l'annuncio dell'inizio della guerra. Anche se ancora non poteva leggerlo, ne era sicuro. I messaggi provenienti da Roma venivano criptati solo se in gioco c'erano questioni di vitale importanza. Lo aveva gi visto, in passato, anche se solo una volta, durante la guerra contro Saturnino. Trattandosi di una guerra civile, i codici venivano cambiati di frequente. Ma adesso si trattava di una guerra contro i barbari. Se ci aveva visto giusto, quel codice cifrato era l'ultimo a essere stato comunicato da quando lui aveva assunto la carica di legatus della VII Claudia.

Appena la porta della sala centrale del praetorium si chiuse, il legatus della VII legione prese un foglio di papiro, uno stilus, dell'inchiostro nero e si mise al lavoro. Anche Giulio Cesare aveva impiegato differenti sistemi cifrati, come quello che sostituiva alcune lettere dell'alfabeto con altre, in particolare la A con la D, la B con la F, e cos via di seguito. Augusto aveva mantenuto quel metodo, ma sembrava che il nipote del divino Giulio avesse rimpiazzato la A con la B, la B con la C e al posto della X la AA. Traiano si era accordato con tutti i legati di cambiare la chiave del criptato ogni anno e che la nuova sarebbe stata trasmessa da un messaggero. L'ultimo era arrivato da un paio di mesi, quando la situazione nel Nord era molto pi tranquilla.

Tettio allung la mano e apr un piccolo scrigno che si trovava sul tavolo del praetorium. L era contenuto, arrotolato, il papiro con la chiave. Lo apr. Septem [sette] disse leggendo il numero scritto in quel foglio. E sia aggiunse, e subito si mise a scrivere l'alfabeto latino:

a b c d e f g h i k l m n o p q r s t v x y z

Poi cont sette lettere a partire dalla prima e riscrisse l'alfabeto sotto la prima fila di lettere:

a b c d e f g h i k l m n o p q r s t v x y z

a b c d e f g h i k l m n o p q

Adesso, doveva completare le prime lettere della seconda fila con le lettere finali corrispondenti dell'alfabeto.

a b c d e f g h i k l m n o p q r s t v x y z

r s t v x y z a b c d e f g h i k l m n o p q

Bene sussurr. Prese allora il papiro con il messaggio portato dal pretoriano morto quella mattina e, parola dopo parola, scrisse secondo le corrispondenze del codice che aveva appena elaborato. In breve scopr le due prime parole cifrate: Gefbr hkrxhrkrkx equivaleva a omnia praeparare [preparare tutto]. Ma non aveva finito. Tettio continu a copiare le lettere secondo il codice che aveva decifrato. Dopo alcuni minuti ottenne la prima riga del messaggio in un perfetto e comprensibilissimo latino:

Gefbr hkrxhrkrkx bf Nbebfrtbg lxo dxzbgfxl hkg fgnxe exflbl Bnfbb

Omnia praeparare in Viminacio sex legiones pro novem mensis Ivnii.

[Preparare tutto a Viminacium per sei, nove legioni nel mese di giugno.]

Era un messaggio conciso e diretto. Rimaneva ancora la seconda riga. Tettio Giuliano non aveva bisogno di decifrarla, lo fece solo per essere metodico, ma era evidente che si trattava della firma che identificava l'autore di quell'ordine: Beh equivaleva a Imp, l'abbreviazione d'imperatore; Trxl era l'abbreviazione di Cesare; Zxke si riferiva al titolo di Germanico, che Traiano aveva ottenuto nell'anno 97, quando era ancora sotto il governo di Nerva; HH significava PP, ovvero le iniziali di Pater Patriae, titolo che gli era stato nel 98 e, finalmente, Mkrbrfnl era Traianvs.

Bene, ora sappiamo cosa vuole l'imperatore: e non  una cosa da poco disse alzandosi rapidamente. Doveva parlare con il quaestor della legione e calcolare con lui le scorte di viveri e di armi. Sul tavolo, aperto con le sue enigmatiche parole, era rimasto il messaggio originale e, sotto di questo, trascritta lettera per lettera da Tettio, la versione in latino.

Gefbr hkrxhrkrkx bf Nbebfrtbg lxo dxzbgfxl hkg fgnxe exflbl Bnfbb

Beh Trxl Zxke HH Mkrbrfnl

Omnia praeparare in Viminacio sex legiones pro novem mensis Ivnii.

Imp Caes Germ PP Traianvs.

[Preparare tutto a Viminacium per sei, nove legioni nel mese di giugno.

L'imperatore Cesare Germanico Padre della Patria Traiano]

Un colpo d'aria accarezz il papiro e lo spost sul tavolo, come se il foglio volesse fuggire silenzioso, finch non si ferm sul bordo. Proprio in quel momento Tettio torn dentro la sala centrale del praetorium, si avvicin al tavolo, prese il papiro che stava per cadere a terra e lo avvicin alla fiamma della lanterna a olio che ardeva per illuminare la stanza. Il legatus sostenne il papiro con la mano per tutto il tempo, finch il calore della fiamma si fece insopportabile; quindi lo lasci cadere. Il papiro termin di consumarsi mentre si accartocciava trasformandosi in cenere. Tettio Giuliano, allora, abbandon definitivamente il praetorium, per cominciare i preparativi di una guerra.

[...] si qua occultius perferenda erant, per notas scripsit, id est sic structo litterarum ordine, ut nullum verbum effici posset; quae si qui investigare et persequi velit, quartam elementorum litteram, id est D pro A et perinde reliquas commutet.

[...] quando voleva fare qualche comunicazione segreta, si serviva di segni convenzionali, vale a dire accostava le lettere in un ordine tale da non significare niente: se si voleva scoprire il senso e decifrare lo scritto bisognava sostituire ogni lettera con la terza che la seguiva nell'alfabeto, ad esempio la A con la D, e cos via.

Svetonio, Vita di Giulio Cesare, 56

Quotiens autem per notas scribit, B pro A, C pro B ac deinceps eadem ratione sequentis litteras ponit; pro X autem duplex A.

Ogni volta che doveva scrivere usando un cifrario, sostituiva la A con la B, la B con la C e cos di seguito per tutte le altre lettere; la X poi la indicava con due A.

Svetonio, Vita di Augusto, 88

28

LE OSCURE STRADE DI ROMA

Quartiere della Suburra, Roma
Aprile del 101 d.C.

Acleo usc dalla taverna mezzo ubriaco ma abbastanza cosciente da riconoscere ci che avveniva intorno a lui. Aveva ordinato una caraffa di buon vino per celebrare l'arresto di Celer. Quel miserabile non sarebbe pi stato un ostacolo. Era improbabile che il maledetto riuscisse a scampare alla morte. O forse s? Si strinse nelle spalle. In ogni caso non era pi un suo problema.

S'incammin barcollando leggermente, seguito dalle sue guardie del corpo: due numidi scuri come la notte romana, che aveva personalmente assunto per proteggerlo, appena giunto in citt. Il trace era consapevole dei pericoli di Roma e non aveva risparmiato denaro per evitarli.

A un tratto il veterano auriga degli Azzurri si ferm di colpo e si gir. La strada era deserta. Eppure aveva provato la sciocca sensazione d'essere seguito, per non c'era anima viva. Le uniche luci erano quelle provenienti dalle porte delle taverne, e solo le ombre popolavano la strada. Si udivano risate. La gente continuava a bere nei locali. Acleo, nonostante i festeggiamenti, era preoccupato perch la sconfitta con Celer non aveva ancora mostrato le sue conseguenze e sapeva che, prima o poi, i patroni degli Azzurri sarebbero arrivati a chiedergli come avesse potuto perdere la gara quando tutto era stato predisposto per la sua vittoria; senza dubbio, qualcuno aveva perso molto denaro, ma Acleo, tranquillizato dall'incoscienza data dall'alcol, si strinse nelle spalle e riprese il cammino.

All'improvviso ud due colpi secchi e quando si volt un pugno lo colp al basso ventre arrestandogli il respiro. Acleo vide i suoi Numidi stesi a terra con la testa fracassata, in mezzo a una pozza di sangue.

Aspetta... te... fu tutto quello che riusc a dire, mancandogli il fiato.

Arriv allora un calcio sul viso, cadde di lato e rimase accovacciato in posizione fetale mentre attendeva il colpo di grazia. Ma passarono alcuni istanti e il colpo definitivo non arrivava. Si udirono delle voci. Doveva vomitare ma si trattenne. L'aria ricominci a circolare nei polmoni. Il dolore, invece, continuava acuto.

 sufficiente, per ora si ud in un sussurro, e poi una voce pi alta: Per Giove, alzati, imbecille!.

Dato che Acleo non riusciva ad alzarsi, due uomini dalle forti braccia lo presero da sotto le spalle e lo appoggiarono in piedi contro una delle luride pareti della Suburra. Apr gli occhi e vide i suoi aggressori: quasi una dozzina di uomini, tutti armati di spade, che parevano gladi militari. Oppure erano legionari o, tenendo conto che sembravano piuttosto anziani, forse veterani di guerra.

Sei un imbecille, Acleo. Per Marte! Sai quanto denaro ci hai fatto perdere? Chi gli stava parlando gli sput in faccia. Era stato tutto preparato, tutti i giudici comprati, i cavalli forti, Celer che partiva dalla posizione peggiore, e tu non sei stato capace di vincere. Dovremmo ammazzarti ora.

Io voglio farlo disse un altro di quei veterani. Ho perso una fortuna per questa gara, ed era una vittoria sicura.

Celer...  stato arrestato... non sar mai pi un problema... tent di spiegare Acleo a propria difesa.

Pu darsi ribatt l'aggressore, che sembrava essere il capo della banda, ma ci non ci restituisce il denaro perduto, e se  stato arrestato non  certo grazie a te.

Vi restituir tutto quello che avete perso. Ho molto denaro in casa. Portatemi l e vi ripagher di tutto.

Segu un breve silenzio.

A me sta bene disse quello che prima voleva ammazzarlo.

Acleo sospir sollevato, ma subito ricevette un secondo colpo nel ventre dal capo di quegli uomini, e stavolta non riusc a trattenere il vomito mentre cadeva in ginocchio.

 ovvio che ci restituirai il denaro. E poi ti uccideremo.

Con uno sforzo sovrumano, l'auriga riusc a pronunciare ancora alcune parole. Far quello che vorrete... qualunque cosa... per tutti gli dei... piet... posso ancora vincere altre gare per voi... e tutto il denaro sar vostro... far... Arriv un altro conato e vomit bile, ma si riprese appoggiando la schiena alla parete. Far tutto quello che vorrete.

Io lo ucciderei subito e poi andrei a casa sua a cercare il denaro. Lo troveremo ugualmente, anche se lui muore disse l'uomo che continuava a sostenere la sua uccisione.

Il capo sembrava dubbioso. Diresse allora lo sguardo oltre le spalle dei suoi seguaci, verso le ombre della strada.

Aspettate! disse qualcuno dietro di loro, una voce roca, rovinata dagli eccessi di una vita, eppure decisa, abituata a comandare.

La figura di uomo vestito con una toga senatoriale avanz nella poca luce che si diffondeva attraverso la strada polverosa; nell'ombra che proiettava a terra si distingueva un grande naso.

La faccenda di Celer non  ancora finita. Questo imbecille pu ancora esserci utile.

29

L'UDIENZA

Domus Flavia (palazzo imperiale), Roma
Aprile del 101 d.C.

Diegis entr nella grande sala - Aula Regia, la chiamavano, o almeno cos gli avevano detto - a testa alta e con passo deciso, ma facendo attenzione a non apparire eccessivamente arrogante.

Non veniva a pavoneggiarsi o a insultare, ma a tentare di persuadere il nuovo imperatore del fatto che fosse meglio pagare oro e argento piuttosto che entrare di nuovo in guerra con un popolo unito, se necessario aggressivo e ben preparato al combattimento; era convinto che il popolo dacico fosse un nemico temuto a Roma. Tuttavia, appena mise piede nella sala, percep che qualcosa era cambiato dall'ultima volta che vi era entrato, anni prima, quando si era giunti a un accordo con l'imperatore Domiziano, e anche allora era stato lui a essere scelto per ratificarlo a Roma.

Ci nonostante, il pileatus, bene attento alla reazione del nuovo imperatore romano che lo osservava dal suo trono, non pot dedicare tempo ed energie a cercare di comprendere cosa fosse cambiato in quel luogo.

Il nobile dacico si ferm di fronte al Cesare. Non s'inginocchi, ma inclin solo leggermente la testa e la parte superiore del corpo, in un lieve inchino.

Ti saluto, Marco Ulpio Traiano, imperatore di Roma, e ti porto il saluto del mio re, il grande Decebalo, re della Dacia. Il latino di Diegis continuava a essere limitato, nella pronuncia come nei vocaboli, ma era sufficiente per comunicare un messaggio e comprendere un romano se questi parlava in maniera semplice e diretta.

Traiano lo aveva visto entrare nell'Aula Regia con un portamento audace. Quell'ambasciatore non era uno qualunque nel suo regno. Aveva la presenza propria di un uomo abituato a impartire ordini e a riceverli esclusivamente dal proprio re. A Traiano apparve evidente che Decebalo considerava l'insoluto da parte di Roma come qualcosa di estremamente importante. Tutto quell'oro e argento si era rivelato assai utile al re dacico per potenziare la propria posizione a nord del Danubio, rafforzare i suoi accampamenti sui confini, assumere rinnegati romani di ogni condizione sociale e tenere a bada le province limitrofe della Pannonia e della Mesia. Era ovvio che Decebalo voleva continuare a ricevere quell'oro che Domiziano, in un modo tanto codardo quanto irresponsabile, gli aveva offerto, e perci inviava qualcuno capace di negoziare il recupero di quel flusso di denaro che si era rivelato tanto produttivo nel cuore del suo regno.

L'imperatore guard Diegis inchinarsi leggermente davanti a lui e ascolt il suo saluto pronunciato correttamente ma con distacco, percependo la freddezza del guerriero del Nord. Traiano avvertiva sulla sua persona gli sguardi dei presenti; tutti erano curiosi di vedere come avrebbe risposto.

Oltre a un nutrito gruppo di pretoriani, nella sala si trovavano il nipote Adriano, i tribuni veterani Lusio Quieto e Longino, l'astuto Sura, il giovane Nigrino, i leali Celso e Palma, e altri consiglieri e senatori insieme all'anziano Dione Cocceiano, il quale, come d'abitudine, rimaneva in disparte, tra le ombre in un angolo della grande Aula Regia.

Anch'io ti saluto, nobile Diegis della Dacia, come saluto il tuo re Decebalo. In che modo Marco Ulpio Traiano, Caesar Imperator, pu aiutarti?

Diegis aggrott la fronte, confuso. Non si aspettava che l'imperatore avrebbe finto di non sapere il motivo di quell'ambasciata. No, non se lo aspettava da un guerriero, quale dicevano Traiano fosse. Forse il nuovo Cesare si era messo eccessivamente comodo sul trono di Roma e si era trasformato in un rammollito che evitava le faccende complicate appena poteva. Se cos fosse stato, tanto meglio per loro. Ci avevano sempre guadagnato con il debole Domiziano, circondato da nemici e traditori.

Sono due anni che Roma non paga il denaro convenuto mediante il patto stipulato dopo la guerra replic Diegis, cercando di mantenere la calma e guardando diffidente da un lato all'altro della sala. La presenza di tutti quei pretoriani intorno a lui cominciava a turbarlo. La sua falx sarebbe stata ovviamente insufficiente se quella conversazione fosse sfociata in qualcosa di ben pi grave. Eppure non si erano nemmeno preoccupati di disarmarlo.

Traiano respirava lentamente. Il silenzio si fece pesante per tutti. Dione Cocceiano usc dall'ombra. L'inizio di quella conversazione tra l'imperatore di Roma e l'ambasciatore dei Daci aveva catturato la sua attenzione. Non sarebbe stata una semplice udienza.

Non pagheremo altro denaro al tuo re rispose Traiano con tono sereno, pacato, senza alzare la voce, semplicemente parlando in modo chiaro.

Diegis, allora, mosse inconsciamente un piccolo passo indietro. Si rese conto che il nuovo imperatore non si era adagiato poi cos tanto sul trono come aveva supposto un attimo prima. La sua risposta era indubbia e non lasciava margini alla minima possibilit di negoziazione.

Dunque... cominci, ma gli costava continuare, pronunciare quello che doveva dire.

Traiano lo interruppe con la medesima domanda. Dunque...?

La richiesta del Cesare parve tagliare, come una lama, la pesante atmosfera che opprimeva la sala imperiale.

Dunque saremo costretti ad attaccarvi dichiar infine Diegis, con audacia, deglutendo pur non avendo pi saliva, sforzandosi di trattenere la tosse che inopportunamente voleva uscirgli dal petto. Nessuno in quella sala doveva avere l'impressione che Diegis, pileatus dacico, avesse paura.

Traiano lo fiss intensamente. Ci avete gi attaccato disse. Pi di una volta precis.

S, perch non pagavate si giustific Diegis.

L'imperatore si concesse allora un lieve sorriso. Sarebbe interessante investigare su chi sia stato il primo, voi ad attaccarci o noi a non pagare. Ma sai una cosa, nobile Diegis della Dacia?

A quel punto Traiano tacque, aspettando una reazione. Diegis, diffidente, si limit a negare leggermente con la testa. Allora fu l'imperatore a rispondere.

Non m'importa chi  stato il primo, nobile Diegis della Dacia. L'unica cosa di cui m'importa  che comprendiate che Roma non pagher mai pi le trib a nord del Danubio o del Reno, o di qualunque altro luogo, affinch non ci attacchino. Quel patto si  infranto.

Allora l'attacco che vi aspetta sar il primo di una lunga serie che non potrete sopportare asser Diegis risoluto.

Traiano strinse le labbra un istante.  una minaccia? chiese mantenendo lo stesso tono sereno con cui aveva cominciato quella conversazione.

 un avvertimento, Cesare.

A voi  sembrato un avvertimento? chiese Traiano ai suoi tribuni e consiglieri.

Solamente Longino ebbe il coraggio di rispondere. A me  sembrata una minaccia, Cesare.

L'imperatore assent. Poi si alz molto lentamente dal proprio trono.

Discese avanzando, fino a rimanere ad appena un paio di passi da Diegis, il quale, come ben poterono notare i pretoriani, era armato. Traiano fece un altro passo. Diegis non si mosse.

Un avvertimento allora, d'accordo. Gli amici si avvertono tra loro, gli amici si consigliano l'un l'altro. In quel momento, anche se solo il filosofo pot percepirlo, Traiano incroci, per un minimo istante, lo sguardo di Dione Cocceiano, poi torn subito a fissare quello teso e agguerrito di Diegis. Anch'io ho un avvertimento da darti, un consiglio, nobile Diegis della Dacia, che vale anche per il tuo re Decebalo, per tutti i Daci e per le trib che appoggiano spesso i vostri attacchi e le vostre sfide, i Sarmati, i Rossolani, i Bastarni e tutti gli altri.

Quindi si avvicin a un lato del guerriero dacico, che continuava a guardare davanti a s, impassibile. Traiano gli sussurr all'orecchio, ma la sua voce era ben udibile in quel silenzio assoluto che permeava l'Aula Regia.

Se fossi in te non attraverserei mai pi il Danubio, perch nessun dace, guerriero o nobile o re, che lo attraverser ancora una volta ritorner vivo nella propria patria. E voglio dirti qualcos'altro... L'imperatore si allontan dall'orecchio di Diegis, girandogli intorno per parlargli dall'altro lato. Perch vi piace avere una patria, non  vero?

Marco Ulpio Traiano termin il giro intorno a Diegis e torn a sedersi sul trono imperiale di Roma. Solo in quel momento il nobile dacico comprese cosa fosse cambiato in quella sala. Le decorazioni. Le tante lussuose tele che una volta ricoprivano ogni parete erano scomparse, rimanevano solo pietra e mattoni nudi, e marmo sul pavimento; non vi erano pi le decine di statue raffiguranti l'imperatore, ma solo i suoi dei; e, soprattutto, non c'erano pi sguardi di paura o di rancore tra i presenti rivolti a colui che sedeva sul trono di Roma. No, tutti, o quasi tutti, guardavano con ammirazione e rispetto quell'uomo.

Diegis cap allora la grandezza del cambiamento che stava avvenendo a Roma e avvert l'urgenza di tornare a Sarmizegetusa per informare Decebalo.

Stava per andarsene quando l'imperatore di Roma riprese a parlargli.

Inoltre, nobile Diegis della Dacia, fammi il favore di uscire di qui senza aggiungere un'altra sola parola, senza che la tua bocca emetta il minimo suono, oppure... E s'inclin in avanti prima di continuare ...sar l'ultima cosa che pronuncerai nella tua vita, perch ti restituir alla tua patria con la lingua tagliata cos che il tuo re intenda bene la mia risposta. Ah, e non provare nemmeno a fingere un inchino come hai fatto poco fa. A differenza di Domiziano a me non interessa se un dace s'inchina o s'inginocchia. A me interessa solo se qualcuno di voi oltrepassa il Danubio. Questa non  una minaccia, amico mio,  un avvertimento. Come si usa tra amici. Uno scambio di avvertimenti.

Marco Ulpio Traiano si appoggi di nuovo allo schienale del trono imperiale di Roma e osserv Diegis che, dritto come se avesse una tavola incollata alla schiena, si voltava e, senza muovere altri muscoli che non fossero quelli delle sue gambe, se ne andava sotto gli sguardi di disprezzo che tutti i presenti gli indirizzavano. Be', quasi tutti. Traiano si accorse che Quieto, Longino e Dione Cocceiano sembravano non condividere l'opinione negativa nei confronti dell'uomo che stava abbandonando l'Aula Regia.

Il silenzio torn a impadronirsi della sala. Anche se l'ambasciatore dacico aveva abbandonato il palazzo imperiale, nessuno osava pronunciarsi. Marco Ulpio Traiano guard di nuovo Dione Cocceiano. Il vecchio filosofo teneva gli occhi bassi, ma non per evitare chiss chi o che cosa. L'imperatore sapeva che stava riflettendo su quello che era appena accaduto. Traiano era sicuro che tutti fossero d'accordo con la condotta che aveva appena tenuto, in particolare Longino e Quieto, e cos pure Celso e Palma, ma in quel momento gli interessavano di pi le opinioni di Sura, di Adriano e del vecchio filosofo. Cominci dall'anziano Sura.

Che cosa ne pensi, Lucio Licinio Sura? Sai che apprezzo sempre i tuoi consigli chiese l'imperatore andando dritto al punto.

Il senatore si avvicin un poco agli altri membri del consilium augusti per essere visto e udito da tutti. Il Cesare  stato particolarmente duro con l'ambasciatore dacico, ma i continui inadempimenti da parte di Decebalo riguardo al trattato stipulato dopo la guerra sono imperdonabili. A mio parere il Cesare ha agito con giustezza e fermezza, e ci fortifica l'immagine di Roma.

Traiano annuiva mentre ascoltava. Intuiva che Sura stava parlando non tanto a lui, quanto piuttosto agli altri, in particolare a coloro che potevano pensarla diversamente.

L'imperatore si rivolse allora al nipote Adriano, da poco sposatosi con Vibia Sabina, la sua pronipote prediletta. E cosa ne pensa Publio Elio Adriano? Avrei dovuto comportarmi in maniera diversa?

Adriano fece un passo in avanti, mentre Sura retrocedeva per ritornare al posto che occupava prima, tra i senatori Celso e Palma. Sono d'accordo con il senatore Sura, Cesare. L'imperatore si  comportato com'era necessario. Non aggiunse altro. Una risposta breve e concisa.

Traiano lo guard pensieroso. Se c'era una cosa che lo innervosiva di suo nipote era il fatto di non riuscire mai a capire fino a che punto le sue parole e le sue idee fossero sincere. Ma dato che Adriano non aggiunse altro, nemmeno Traiano lo fece.

Infine, l'imperatore si rivolse a Dione Cocceiano. E qual  l'opinione del nostro filosofo?

Dione non si avvicin per parlare. Avendo studiato oratoria, si era abituato a usare la voce con la giusta modulazione per farsi udire da tutti senza occupare una posizione centrale. Era pur vero che l'usanza prevedeva che ci si avvicinasse, che si assumesse una posizione ben visibile per attirare l'attenzione su di s, ma Dione aveva deciso di distaccarsi da quel consilium, dove sapeva bene che alcuni non lo vedevano di buon occhio, e prefer pronunciare la sua opinione dall'angolo in ombra in cui si trovava.

 stato molto interessante, Cesare. Non avevo mai assistito a una dichiarazione di guerra tanto chiara come quella alla quale abbiamo appena presenziato, senza che nemmeno si pronunciasse la parola guerra. Credo che Roma dovr aprire ancora una volta le porte del tempio di Giano, che sempre devono rimanere aperte mentre le legioni combattono ai confini del mondo.

Traiano lo osserv con attenzione e un mezzo sorriso accennato sul volto: era chiaro che al filosofo piaceva chiamare le cose col proprio nome.

30

L'ACCUSATA

Atrium Vestae [Casa delle vestali], Foro di Roma
Aprile del 101 d.C.

Plinio si sedette di fronte alla giovane vestale. Erano soli. Menenia, come la maggior parte delle sacerdotesse di Vesta, era molto bella. Plinio capiva perch l'auriga Celer fosse innamorato di lei. L'amore non era un delitto, ma se entrambi, auriga e vestale, fossero stati incapaci di occultare i loro sentimenti di fronte al tribunale del Collegio dei pontefici, sarebbe stato un grave problema durante il processo.

Menenio gli aveva rivelato che sua figlia e quell'auriga si amavano davvero; ci non significava assolutamente che avessero tradito Roma commettendo crimen incesti, ma, purtroppo, la maggior parte della gente era incapace di comprendere l'enorme differenza tra un fatto e un pensiero. Per loro era la stessa cosa.

Sai chi sono? chiese il vecchio senatore.

La vestale rispose senza esitare. Plinio, uno dei pi importanti senatori di Roma e... il mio avvocato.

Esatto disse lui sospirando.

La ragazza aveva una voce gentile. Questo avrebbe giocato a loro favore. Un testimone che possiede una voce piacevole da ascoltare trasmette pi fiducia di chi ha una voce sgradevole o irritante, troppo acuta o stridula o rauca. La voce di Menenia era soave, dolce, e suonava... sincera. Plinio si concentr allora sui lineamenti del viso della giovane mentre la interrogava.

In quanto vestale, anche se sei una donna, riprese hai il permesso di parlare in qualit di testimone. Non so ancora se sia preferibile che sia tu a deporre in tua difesa o che lo faccia la Vestale Massima. Devo ancora decidere quale sia la scelta migliore.

Se il mio avvocato ritiene che io debba deporre come testimone lo far. Ma ho fiducia anche nella testimonianza sulla mia condotta che pu fornire la Vestale Massima.

Segu un silenzio imbarazzante per Plinio. La ragazza lo guardava con occhi limpidi e sereni. Era evidente che fosse innocente. Tuttavia, c'era qualcosa nei suoi lineamenti... Plinio stava pensando al viso di Menenio, il padre della vestale. L'avvocato non pot evitare di corrugare la fronte.

S, una delle due dovr deporre... La verit, Menenia,  che non ho molto con cui difenderti. Purtroppo chi ti accusa  molto potente e ha ottenuto testimoni che deporranno contro di te, contro di voi. Sono persone di varie classi sociali che assicureranno, in una forma o nell'altra, che hai rotto il tuo sacro voto di castit. E temo perfino che ci saranno molti sacerdoti disposti a credere a tali testimonianze...

Per  il Pontifex Maximus, l'imperatore, colui che ha l'ultima parola lo interruppe Menenia.

Non esattamente. Ovviamente l'opinione dell'imperatore, in qualit di Pontifex Maximus,  molto importante, senza dubbio la pi importante, ma non so fino a che punto l'imperatore si schierer da una parte o dall'altra. Se optasse affinch a deliberare fossero i sacerdoti del Collegio dei pontefici,  probabile che la maggioranza sceglierebbe la tua condanna.

Anche se non ci sono prove contro di me, solamente pettegolezzi?

Anche se non ci sono prove, ammise Plinio sospirando tra i denti malauguratamente abbiamo i penosi precedenti delle due sorelle vestali Oculatae, quello di Varronilla e quello della Vestale Massima Cornelia, durante l'epoca di Domiziano. Furono tutte condannate a morte, senza alcuna prova evidente...

Per Domiziano  stato condannato a una damnatio memoriae intervenne Menenia, interrompendo nuovamente Plinio.

L'avvocato non se la prese. Anzi, prese nota dell'informazione che la giovane aveva appena ricordato: era un ottimo punto per il processo.

Questa  una buona idea per la difesa: ricordare la damnatio memoriae di Domiziano. Perfetto. Probabilmente vi ricorrer, per, Menenia, ci non cambia il fatto che il nostro nemico sia molto forte. I senatori che ti accusano sono potenti. La vestale stava per pronunciarsi nuovamente, ma Plinio sollev la mano e lei tacque. Per non importa. Voglio difenderti. Sto facendo delle ricerche, possiedo alcune informazioni, credo di poterti aiutare. Non posso prometterti nulla, ma spero di ottenere abbastanza per screditare le accuse che hanno lanciato contro di te e l'auriga. Senza contare che l'imperatore sembra essere dalla tua parte... A proposito... E guard attentamente la ragazza. Tu sai perch l'imperatore desidera che tu sia assolta?

Menenia non esit un istante a rispondere. Perch egli  il Pontifex Maximus.  come se fosse mio padre.

Altri imperatori non hanno difeso le proprie vestali.

Ma Traiano  un imperatore esemplare replic lei.

Plinio assent, abbassando lo sguardo. Ebbene, s, da quando sei vestale, da un punto di vista puramente legale, Traiano  tuo padre. S,  cos conferm. Anche se sei nata da Menenio e Cecilia, sua moglie. E torn a fissarla.

Menenia dal canto suo rimase in silenzio, imperturbabile. O quella giovane non aveva la minima idea di ci che stava venendo a galla, oppure sapeva mentire davvero bene. Nessuna delle due ipotesi piaceva a Plinio.

Il vecchio senatore si volt guardandosi intorno. Non c'era nessuno.

Un'altra cosa, giovane vestale disse a voce bassa. Se c' una cosa che un buon avvocato non pu assolutamente permettersi sono le sorprese che emergono durante il processo, men che meno in questo caso, in cui  in gioco la tua vita. Quindi, Menenia, ascoltami bene, te ne prego, fidati di me: quello che sto per chiederti  molto importante. Ti fidi di me?

Mio padre, il senatore Menenio, ha fiducia in te, Plinio, e se mio padre si fida io stessa mi fido. Infatti, proprio mio padre mi rivel che fu l'imperatore in persona a suggerirgli di assumere Plinio come avvocato se mi avessero accusata di crimen incesti. E come vestale non posso che fidarmi del criterio e dei consigli dell'imperatore e Pontifex Maximus.

Plinio tacque per un istante. L'imperatore aveva dunque consigliato a Menenio di ricorrere a lui se sua figlia fosse stata accusata? Quindi, non solo glielo aveva chiesto di persona nel corridoio del Circo Massimo, ma lo aveva prima suggerito a Menenio. Perch il Cesare voleva cos fortemente che lui, Plinio, fosse difensore al processo? Perch era uno dei migliori avvocati di Roma? E perch Traiano voleva difendere cos bene quella vestale? Troppe domande senza risposte. E il bel viso della giovane continuava a generare dubbi. Sospir.

D'accordo. Ti fidi di me. Per ora veniamo alla mia richiesta, alla mia domanda. Pensaci molto attentamente prima di rispondere. So che hai incontrato l'auriga Celer, so che vi rispettate reciprocamente e che non avete mai avuto rapporti fisici che suppongano una condanna, so che la vostra amicizia dura dall'infanzia e che vi volete bene da molto tempo, e so che su questi sentimenti reciproci si basano le accuse. Sono praticamente sicuro che siate innocenti. No, non dire nulla, ancora no. Non sono ancora arrivato alla mia domanda. Sono sicuro di tutto questo, ho lavorato molto e bene in questi giorni e posso combattere contro queste false accuse; non so se per vincere, di questo  impossibile essere certi, ma ho elementi sufficienti per la difesa. Ma la mia domanda  questa: c' qualcos'altro, in vista di questo processo e date le terribili accuse che pesano contro di te, che dovrei sapere? Qualche fatto che dovrei conoscere? Qualcosa che potrebbe influire negativamente sulla decisione finale? Fece allora una breve pausa prima di aggiungere: Qualche segreto nella tua vita, Menenia, che dovrei conoscere? Perch se esiste e tu non me lo riveli ora ma salter fuori durante il processo, allora, giovane sacerdotessa di Vesta, allora non potr fare nulla per salvarti.

Questa volta il silenzio fu pi prolungato. Fuori, il sole tramontava e la brezza entrava dalle finestre aperte della Casa delle vestali, nel Foro di Roma. Si udivano passi all'esterno della stanza.

La porta era rimasta aperta e Tullia, la Vestale Massima, si trovava senz'altro nei paraggi, forse nel corridoio. Ma Menenia e Plinio stavano parlando in modo pacato e a voce bassa, la sala era grande, ed era improbabile che potessero essere uditi. Era il momento giusto per una confessione, se ci avrebbe favorito la sua assoluzione.

S, qualcosa c' disse Menenia sorprendendo Plinio.

L'avvocato, basandosi sullo sguardo innocente di quella giovane sacerdotessa e sui suoi silenzi precedenti, si era aspettato un semplice no, ma sembrava che gli dei desiderassero complicare ancora di pi quel processo. O, forse, la ragazza avrebbe ammesso quello che lui cominciava a intuire.

Di che si tratta? chiese Plinio con un certo nervosismo.

Non credo che si tratti di qualcosa che possa essere usato direttamente durante il processo, ma sento che potrebbe nuocermi, anzi, mi sta sicuramente nuocendo;  qualcosa che potrebbe mettere il Pontifex Maximus contro di me.

L'imperatore potrebbe mettersi contro di te? Era una vecchia strategia dell'avvocato ripetere una frase o una domanda, ma era fondamentale chiarire bene quello di cui si stava parlando.

S replic la vestale.

Plinio si alz e passeggi per la sala alcuni istanti. Infine, torn a sedersi di fronte alla vestale.

Chi potrebbe avere interesse a indurre l'imperatore a schierarsi contro una vestale?

La ragazza comprese che il senatore voleva conoscere tutti i dettagli.

Ho visto qualcosa che non avrei mai dovuto vedere cominci a raccontare. Plinio annu e la giovane continu. Era notte, venivo trasportata da una lettiga, come d'abitudine quando usciamo di pomeriggio e potrebbe calare l'oscurit prima del nostro rientro. Le strade erano deserte. Ero ben protetta da alcuni schiavi e pretoriani e tutto era tranquillo.

Quando?

A gennaio rispose la vestale.

Plinio assent mentre rifletteva tra s e s. Prima dell'accusa...

Da dove arrivavi? la interrog a voce alta e chiara.

Da una visita a mio padre, il senatore Menenio rispose la ragazza, e Plinio annu nuovamente per incitare Menenia a proseguire. Fu proprio ai piedi del Palatino, dietro la basilica Giulia.

Cosa accadde?

Qualcuno, che si trovava in un'altra lettiga, m'imped il passo disse la giovane.

Qualcuno imped il passo a una vestale? chiese Plinio incredulo; nessuno sano di mente avrebbe commesso un atto sacrilego tanto grave.

Fu solo per un istante. A quanto sembrava, colui che occupava l'altra lettiga aveva dato ordine di non far passare nessuno. Mi affacciai e vidi che anche lui era circondato da numerosi pretoriani. Doveva essere qualcuno d'importante, pensai.Poi, come c'era da aspettarsi, non appena fu chiarito che era una vestale a dover attraversare la strada, subito mi cedettero il passo; ma commisi l'errore di affacciarmi di nuovo dalla tenda della mia lettiga. Fu allora che vidi chi occupava l'altra. Un uomo si nascondeva, ma anche se solo per un momento, potei vederlo. Non l'avessi mai fatto!

Menenia esit per un istante, incerta se rivelare i nomi delle persone che si trovavano in quella lettiga, ma poi ricord l'insistenza di Plinio che, in qualit di suo avvocato in quella terribile causa, doveva conoscere tutto ci che avrebbe potuto influire sulla risoluzione del processo, quindi si decise a parlare.

Plinio rimase a bocca aperta per lunghi istanti, e la vestale comprese che quello che aveva appena rivelato era molto grave, forse pi di quanto avesse immaginato. Alla fine, l'avvocato richiuse la bocca e chin la testa sulle ginocchia mentre si portava le mani alla nuca. Poi, lentamente, di raddrizz. Riacquist il contegno e appoggi la schiena sul quel vecchio solium.

Qualcun altro ne  al corrente? chiese a voce bassa. Lo hai raccontato ad altri?

No. Volevo dirlo alla Vestale Massima, ma poi ho pensato che sarebbe stato meglio non farlo. Non l'ho raccontato nemmeno ai miei genitori.

Hai fatto bene, hai fatto bene; non devi raccontarlo a nessuno, hai capito? A nessuno.

Il senatore si alz e ricominci a passeggiare per quella sala le cui pareti parevano ora schiacciargli le tempie. Fino a quel momento aveva creduto di dover lottare contro senatori potenti ma di avere dalla sua l'appoggio dell'imperatore. Ora, invece, l'entit delle forze che si stavano muovendo contro la giovane e l'auriga Celer si era definitivamente chiarita.

Plinio si ferm e guard a terra. Il processo sarebbe stato perso senza l'appoggio dell'imperatore. L'unica cosa da fare era usare ci che dicevano le tavole di Ipparco - un altro dei suoi trucchi da avvocato - e sperare che il Cesare fosse forte abbastanza da non accettare pressioni da alcuno, assolutamente da alcuno. Ma Traiano sarebbe stato abbastanza forte da riuscirci?

31

LA TORRE DI SORVEGLIANZA

Confine del Danubio
Aprile del 101 d.C.

Ormai da alcuni giorni non pioveva, e tutto appariva tranquillo dalla torre di sorveglianza che s'innalzava sulla riva del Danubio, sul confine nord con la Mesia Inferiore. I due legionari si trovavano sulla palizzata esterna che circondava la torre, a controllare lo stato dei cumuli di paglia ricevuti con l'ultimo invio di provviste pervenute con i battelli della flotta militare del Danubio.

Dobbiamo portare parte della paglia al pianterreno, finch  ancora secca disse Caio, il legionario principalis al comando di quell'appostamento di confine. L non c'erano ufficiali di alto rango. Le torri di sorveglianza erano luoghi pericolosi e gli optiones dovevano prestare molta attenzione quando avevano il compito di occuparsene.

D'accordo rispose Quinto, il legionario immunis che aiutava Caio in quell'ispezione; e si diresse immediatamente all'interno della torre senza raccogliere nemmeno un filo di quella paglia.

Caio rimase fuori a osservare il paesaggio intorno: in quel punto del suo gigantesco letto il Danubio scorreva calmo. Non si vedeva anima viva per varie miglia. Solo alberi e sterpaglia. Avrebbe giurato che ci fossero pi cespugli del solito accanto al sentiero che costeggiava la riva del fiume, ma non diede troppa importanza alla cosa. Era piovuto talmente tanto nelle ultime settimane che le piante erano probabilmente cresciute da un giorno all'altro.

Forza, per Marte! Caio ud la voce di Quinto nel patio della torre. Forza, tre di voi, munifices, a trasportare la paglia secca al pianterreno! Sbrigatevi, maledetti!

Caio ignor il tono duro di Quinto. Andava bene cos. Quell'avamposto di sorveglianza era composto da un contubernium di otto legionari, con un principalis al comando, da un immunis e da sei munifices o milites gregarii. Caio e Quinto possedevano il privilegio di saper leggere e scrivere. Non troppo bene, ma quanto bastava per essere al comando di una torre di confine. Chi non sapeva leggere e scrivere non poteva comandare un simile luogo, come i sei munifices, ai quali toccava il lavoro duro, come trasportare la paglia da un posto all'altro o scaricare le provviste dai carri, o qualunque altra cosa che fosse necessario fare. Caio non capiva perch non ci fossero pi uomini interessati a stare in quelle torri. Di fatto, lui e Quinto l facevano la bella vita, e inoltre erano mesi che non subivano attacchi. Durante l'inverno erano stati sorpresi da un gruppo di Sarmati, o Daci, o Rossolani: Caio non riusciva mai a distinguerli. Si erano trincerati dietro la palizzata e, lanciando frecce e pila dalla galleria del secondo piano della torre, avevano ferito molti dei loro aggressori. Il freddo e la neve avevano fatto il resto. I barbari avevano abbandonato l'attacco e prima della mezzanotte tutti quei miserabili avevano gi lasciato la zona intorno alla torre. Uno dei munifices era stato ferito, gli era salita la febbre ed era morto. Si trovavano troppo distanti dal valetudinarium della legione, ma Caio aveva scritto una richiesta e avevano subito inviato un altro per rimpiazzarlo; quindi tutto era finito bene. Per questo era necessario saper leggere e scrivere.

Sorrise guardando i tre legionari che Quinto aveva selezionato per raccogliere le grandi balle di paglia e trasportarle all'interno della piccola fortificazione. Tutto andava come doveva andare. Dopo l'estate avrebbe terminato l'incarico su quella torre e fatto ritorno all'accampamento fortificato della legione, e finalmente se la sarebbe spassata con qualche prostituta. C'era una tracia, in particolare, che non gli sarebbe dispiaciuto rivedere. Aveva gli occhi verdi e uno sguardo perverso che lo invogliava a spendere l'intera paga per lei; per lei e per il vino a buon mercato. Quella s che era una bella vita. All'interno dell'esercito sarebbe stato protetto, fino al termine del suo servizio, e poi gli avrebbero assegnato qualche piccolo terreno dove coltivare viti, ulivi e grano. Fino ad allora voleva spassarsela pi che poteva. Carpe diem, aveva scritto un poeta. Non sapeva chi. Ma gli sembrava una frase azzeccata.

Guard verso il sentiero lungo il fiume e gli parve che i cespugli fossero pi vicini. Corrug la fronte. Poi tutto avvenne rapidissimamente. Stava ancora pensando alla prostituta tracia quando ud la voce di uno dei suoi munifices dalla parte alta della torre.

Ci attaccano!

Caio si gir verso la torre e poi di nuovo verso il sentiero, ma una freccia improvvisa gli perfor la gola. Barcoll all'indietro, afferrando con le mani il dardo che gli attraversava il collo da parte a parte. Vomit sangue; il suo corpo si schiant contro il suolo; la vista si offusc, ma riusc ancora a vedere un uomo alto e forte che si fermava al suo fianco e gli conficcava una spada in mezzo al cuore.

Entrerai tu, gladiator disse Akkas, il guerriero sarmatico che dirigeva l'attacco.

Si erano avvicinati alla torre nascondendosi dietro ad alcuni arbusti che avevano trascinato dal fiume. Quegli stupidi romani se ne erano accorti solo quando ormai era troppo tardi. Avevano appena ucciso cinque legionari che si trovavano all'esterno, tre accanto alle grandi balle di paglia e due che sembrava stessero impartendo loro degli ordini, ma ce n'erano senz'altro altri all'interno della torre. Uno di questi stava tentando di chiudere la porta della palizzata, ma nel ricevere una pioggia di frecce desistette e fugg lasciandola aperta.

Marzio guard Akkas. Questi lo chiamava sempre gladiator per via della sua vita passata nell'arena dell'Anfiteatro Flavio di Roma. Non voleva essere un appellativo dispregiativo, piuttosto lo usava con rispetto. Akkas era il guerriero al quale Marzio aveva rotto il naso per convincere i Sarmati che lui era un uomo capace di combattere. Il sarmata non gli aveva portato rancore. Aveva accettato quel naso rotto come ricordo di un combattimento leale. Entrambi gli uomini si rispettavano reciprocamente.

Era gi la seconda torre che attaccavano quel mese, e nella precedente era stato Akkas a entrare per primo. Era giusto che ora toccasse a lui rischiare. Marzio annu. Si ripar con lo scudo sguainando la spada con decisione mentre attraversava la porta della palizzata. Non vide anima viva. Poi avvert un colpo secco sullo scudo. Gli stavano lanciando frecce dall'alto. Corse per ripararsi ai piedi della torre. L i legionari non potevano raggiungerlo con le frecce a meno di uscire dalla galleria, e se lo avessero fatto i guerrieri sarmatici li avrebbero crivellati con dardi e lance.

Sono dentro la torre! grid Marzio.

D'accordo! rispose Akkas. Torna qui! Gli lanceremo delle frecce mentre esci!

Marzio cominci a correre proteggendosi con lo scudo. Nessuno osava avvicinarsi alle finestre della torre per tentare di lanciare un pilum, dato che i Sarmati stavano gettando un'ondata di dardi contro il secondo piano.

Che facciamo? chiese Marzio ad Akkas.

Il guerriero sarmatico sorrise. Comprendeva l'esitazione del gladiatore. Nel precedente avamposto di sorveglianza romana avevano ucciso tutti i legionari prima che potessero ripararsi all'interno; dopodich, i Sarmati erano fuggiti a tutta velocit non appena avevano visto avvicinarsi alcuni cavalieri della cavalleria romana per attaccarli e proteggere il posto di guardia.

Qui non c' cavalleria per miglia e miglia disse Akkas con un sorriso che si faceva sempre pi ampio e macabro. I Romani hanno ucciso troppi dei nostri. Quelli che si trovano all'interno non se la passeranno bene. Hai visto quante frecce gli abbiamo lanciato?

Marzio guard verso la torre. Tra le pietre della parete si erano conficcati molti dardi e una lancia sarmatica. Ma questo non aveva senso. Le frecce sarmatiche erano come tutte le altre: non potevano in alcun modo attraversare la pietra.

Quella non  pietra dichiar Akkas come se stesse leggendo i suoi pensieri. Sembra pietra, ma la torre  in realt di legno. La ricoprono di una pasta secca di mattone per poi dipingerla perch sembri di pietra, ma le torri dei Romani sono di legno. In quel momento uno dei Sarmati si avvicin ad Akkas con una torcia. E il legno, gladiator, brucia molto bene.

Akkas si volt e si diresse verso il resto del gruppo. Parl loro nella sua lingua, quindi Marzio non intese ogni cosa. Aveva ancora molto da apprendere. Subito, alcuni di loro iniziarono a trasportare la paglia delle balle vicino ai legionari uccisi fino alla palizzata.

Ed  pure secca! esclam Akkas ai suoi uomini. Tutti scoppiarono a ridere.

Fino a quel momento Marzio non aveva capito perch trasportassero torce accese ogni volta che attraversavano il fiume, anche di giorno, ma ora gli era tutto chiaro. Accendere un fuoco richiedeva tempo, ma avere una fiamma gi pronta era la scelta migliore in incursioni come quella. I portatori di torce erano arrivati per ultimi per non essere visti e per dare tempo ai guerrieri di sorprendere il nemico.

Li bruceremo vivi disse Akkas a Marzio.

Il gladiatore not quanto il sarmata godesse a insegnargli nuove tattiche.

Si presero il loro tempo. Nessun cavaliere nemico apparve nei dintorni. Quando la maggior parte della paglia fu sparsa intorno alla palizzata, Akkas prese la torcia e diede fuoco. Le fiamme si propagarono rapidamente. La paglia secca ardeva con facilit e in breve la palizzata di legno che circondava la torre fu consumata.

Prima il fumo disse Akkas, divertendosi mentre continuava a illustrare ci che sarebbe accaduto.

Il fumo delle fiamme saliva verso l'alto della palizzata e circondava la torre. Cominciarono a udire i legionari romani che tossivano, ma non era finita l: le fiamme iniziarono a bruciare lentamente il muro di legno della torre, lambendo con le loro lingue gialle il mattone secco, fino a raggiungere il cuore di legno della struttura; poi, anche la torre cominci ad ardere.

Per Bendis, ora il fuoco! esclam poi soddisfatto.

Tutti si misero a ridere. A Marzio non importava nulla del destino di quei legionari intrappolati nella torre, ma continuava a guardarsi intorno: scrutava l'incendio dell'avamposto di sorveglianza romano e i resti di paglia secca accanto ai cadaveri dei due soldati che avevano ucciso all'esterno della piccola fortificazione. Aggrott la fronte.

Aaaah! grid uno dei poveri disgraziati dall'interno della torre.

I guerrieri sarmatici scoppiarono in una fragorosa risata, ma subito Akkas disse loro qualcosa e questi impugnarono le armi. Si ud correre all'interno della torre.

Escono! disse Marzio.

Lo fanno sempre! grid Akkas. Il fragore del fuoco, gli scricchiolii del legno, le grida dei Sarmati, le urla di dolore e paura dei legionari li circondavano. Questa  la parte pi divertente, gladiator! Escono sempre!

La porta della torre in fiamme si apr, o meglio fu buttata gi dai calci provenienti dall'interno.

Immediatamente, tre uomini avvolti dal fuoco si precipitarono fuori terrorizzati poich stavano bruciando vivi. Ardevano come torce umane. I Sarmati non li attaccarono, ma li lasciarono correre da una parte all'altra, tra strazianti grida di dolore, senza fare nulla, semplicemente controllando che non si gettassero nel fiume. Anche Marzio si limitava a osservarli, ma continuava a tenere la fronte aggrottata. Uno dei legionari ebbe l'intelligenza o l'istinto di buttarsi a terra e rotolando su se stesso riusc a spegnere le fiamme che lo avvolgevano, ma rimase ricoperto dalle bruciature su tutto il corpo. Tent di alzarsi.

Piet... disse in latino.

I Sarmati, che non lo comprendevano, si limitarono a ridere. Marzio pens che se lo avessero inteso avrebbero riso anche di pi. Akkas si avvicin al legionario ustionato e in ginocchio e lo attravers con la spada. In fondo gli aveva fatto un favore a mettere fine alla sua orribile agonia; ma vollero divertirsi ancora un po' guardando gli altri due che continuavano a bruciare, ormai senza pi forze per correre e nemmeno per strisciare. Potevano solo gridare e urlare come bestie, peggio che maiali scannati.

Infine, cessarono anche le grida. L'odore di carne bruciata permeava l'aria e Akkas ordin di partire. Marzio osserv la torre romana sgretolarsi in mezzo alle fiamme.

Oggi  andata bene sentenzi il sarmata.

Marzio annu, ma il guerriero not il volto crucciato del gladiatore e per un istante pens che l'ex combattente dell'arena non fosse d'accordo su come avevano ucciso quei legionari.

C' qualche problema? Questa  una guerra aggiunse con tono sospettoso.

Anche se Marzio aveva sposato Alana, una di loro, e l'aveva tratta con s dal Sud per riportarla sana e salva al suo popolo, quel gladiator era pur sempre un romano.

Non ho il minimo problema per quanto riguarda la morte scelta per quei legionari chiar Marzio per tranquillizzare Akkas,  solo che non capisco per quale motivo i Romani stessero accumulando tanta paglia vicino alla torre di sorveglianza. Ci ci ha solo facilitato il compito nel momento in cui abbiamo deciso di incendiarla.

Il capo sarmatico lo guard quasi sdegnato. Quel gladiator si stava ponendo delle domande assurde. Che cosa importava? I Romani sono stupidi dichiar e s'incammin verso il fiume.

Marzio non rispose, ma sapeva che Akkas si sbagliava: i Romani potevano essere molte cose, ma non certo stupidi.

32

IL VIAGGIO DI IGNAZIO

Tragitto da Antiochia a Efeso
Maggio del 101 d.C.

Stava morendo. Questo gli avevano comunicato. Giovanni stava morendo.

Ignazio osservava il panorama da quel carro procuratogli da un ricco commerciante di Antiochia che si era recentemente convertito al cristianesimo.

Ho delle attivit commerciali a Efeso; questi carri sono diretti l e sar un onore portarti fino alla citt se questo  ci che desideri gli aveva detto il commerciante.

Mi faresti davvero un gran favore aveva ammesso Ignazio.

Erano in viaggio da due giorni, percorrevano la provincia della Cilicia e dovevano ancora attraversare l'intera Licia prima di poter raggiungere la provincia romana dell'Asia. La strada si addentrava tra le montagne e talvolta passava vicino al mare. Era un viaggio lungo, e lui era un vecchio di pi di settant'anni. Ci nonostante si sentiva forte, poich, come nel caso di Giovanni, il Signore aveva voluto donargli una lunga vita, senza dubbio perch continuasse la missione di diffondere la parola di Ges nel mondo. Tuttavia, pur avendo vissuto a lungo, entrambi rimanevano dei semplici mortali, e Giovanni, il suo amato Giovanni, suo mentore e maestro, stava morendo a Efeso. La lettera che aveva annunciato la sua fragile salute era arrivata qualche giorno prima e lui aveva compreso immediatamente che doveva stare vicino al maestro durante le sue ultime ore.

Ignazio sorrise. Non erano sempre andati d'accordo, Giovanni e lui. In particolare, il loro primo incontro non era stato affatto amichevole, eppure, per Ignazio, quello era stato il miglior giorno della sua vita, un giorno che per fortuna era accaduto. Chiuse gli occhi. La brezza del mare gli accarezzava la barba e rinfrescava l'aria torrida di una primavera che pareva estate. Se si concentrava poteva ancora ricordare ogni dettaglio: quell'enigmatico profeta presso la fonte del villaggio, circondato da un gruppo di uomini che lo ascoltavano con attenzione; suo padre, come gli altri padri, lo aveva portato l, lui e alcuni suoi amici, tutti bambini, perch il profeta misterioso imponesse le mani su di lui e lo benedicesse.

Avvicinati gli aveva detto suo padre a bassa voce.

E Ignazio, ingenuamente, aveva obbedito. Il profeta lo aveva guardato negli occhi, e non vedendo opposizione nel suo sguardo aveva continuato a camminare verso di lui; ma in quel momento gli si era parato davanti Giovanni, forte e impettito.

Lasciate stare il maestro, non vi avvicinate, non disturbatelo avevano ammonito Giovanni e suoi compagni.

Ma il profeta si era alzato e con voce serena, senza gridare, aveva ordinato loro di farsi da parte.

Lasciate che vengano a me aveva detto. E tutti si erano scansati di lato.

Ignazio, a occhi chiusi, lo ricordava perfettamente. Il profeta li aveva ricevuti vicino alla fontana e, uno alla volta, aveva appoggiato le sue mani sulla fronte di tutti i bambini. Era arrivato il suo turno.

Come ti chiami? gli aveva chiesto quell'uomo misterioso che lui credeva essere un semplice profeta.

Ignazio aveva risposto con un filo della voce infantile che aveva all'epoca, cos tanto tempo addietro.

Ges aveva allora posato le mani sulla sua testa e Ignazio aveva avvertito una pace che non aveva mai pi provato, un sollievo che sempre ritornava vivido nella sua mente quando quella vita crudele e ingiusta, incomprensibile per loro, semplici uomini, recava dolori e patimenti. Anche solo il ricordo della pace ricevuta quel lontano giorno della sua infanzia gli dava le forze necessarie per continuare.

Poi, con il passare degli anni, la sua vita e quella di Giovanni erano tornate a incontrarsi in varie occasioni, fino a unirsi in una profonda amicizia.

Ignazio apr gli occhi.

Ges non c'era pi, n c'erano le sue mani e la sua pace. Rimaneva il mondo degli uomini pieno di dolore. E anche Giovanni stava per lasciarli, come avevano fatto, uno dopo l'altro, tutti i discepoli di Cristo. Ogni volta che aveva rivisto Ges predicare, i discepoli erano sempre meno. Ignazio era preoccupato, profondamente angosciato da un pensiero che lo tormentava e che non lo lasciava nemmeno dormire: che cosa sarebbe successo quando tutti i discepoli di Ges fossero scomparsi? Che ne sarebbe stato del resto dell'umanit? Doveva lottare per evitare che tutto precipitasse nell'oblio. E doveva farlo alla svelta. La fine del mondo era prossima, e pochissimi erano preparati. Troppo pochi. Forse Giovanni avrebbe avuto una risposta per quella terribile domanda. In fondo, stava compiendo quel viaggio verso il suo maestro nella stessa maniera con cui li aveva sempre compiuti in passato, cercando risposte.

Tunc oblati sunt ei parvuli, ut manus eis imponeret, et oraret. Discipuli autem increpabant eos. Jesus vero ait eis: Sinite parvulos, et nolite eos prohibire ad me venire: talium est enim regnum caelorum.

Allora gli furono portati dei bambini perch imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproveravano. Ges per disse: Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi  come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli.

Vangelo secondo Matteo, 19, 13-14

33

CONSILIUM AUGUSTI

Roma
Maggio del 101 d.C.

I problemi si stavano accumulando. Traiano aveva ordinato che tutti i membri del gran consiglio imperiale si radunassero nell'Aula Regia della Domus Flavia. L si trovavano, ancora una volta, Longino, Quieto e Nigrino, oltre agli altri militari di fiducia. Erano venuti anche i senatori Celso, Palma e il veterano Lucio Licinio Sura, insieme all'anziano Frontino. Naturalmente Liviano, in qualit di nuovo prefetto del pretorio, era proprio dietro al trono imperiale, sempre attento a vigilare sui pretoriani che custodivano ogni accesso a quella grande sala delle udienze. Perfino al filosofo Dione Cocceiano era stato permesso assistere, per esplicito ordine dell'imperatore.

Traiano non li aveva pi fatti riunire dal giorno dell'udienza con l'ambasciatore della Dacia, quindi il motivo di quella convocazione doveva essere di assoluta importanza. E difatti lo era. Si trattava di denaro, delle finanze dello Stato: tanto l'aerarium pubblico quanto il patrimonium o fiscus privato dell'imperatore stavano per esaurirsi.

Fedele alle proprie abitudini, il Cesare arriv subito al punto. Sapete gi perch vi ho convocato. Se qualcuno di voi ha dei suggerimenti, lo ascolto.

Longino, Quieto e Nigrino erano pi abili in questioni militari, quindi abbassarono lo sguardo. Celso e Palma si scrutarono l'un l'altro. Sura stava per intervenire, consapevole del suo ruolo di veterano, ma si ferm appena vide l'anziano Frontino fare un passo avanti. Frontino era un uomo di un'onorabilit indiscussa: durante l'epoca buia della tirannia di Domiziano era sopravvissuto rimanendo nell'ombra, con sublime discrezione; poi Nerva lo aveva nominato curator aquarum, sovrintendente degli acquedotti, affinch risolvesse il cronico problema della mancanza di rifornimento d'acqua potabile a Roma. Il vecchio Frontino aveva svolto quel mandato con estremo rigore, al punto da elaborare un dettagliato resoconto che per Nerva non aveva potuto vedere, essendo morto prima, e cos le conclusioni sulla questione erano state riferite direttamente all'imperatore Traiano. Questo era successo tre anni prima, durante una delle prime riunioni del nuovo consilium augusti. Sura ricordava ancora l'espressione di sorpresa di Traiano di fronte alle rivelazioni di Frontino riguardo al suo resoconto De Aquaeductu urbis Romae [Sugli acquedotti della citt di Roma].

Non capisco bene cosa vuoi dire con questo resoconto dettagliato aveva detto l'imperatore a Frontino, senza timore di ammettere la propria ignoranza riguardo ai calcoli e ai numeri di tutto quel prolisso scritto sul complesso di tubature dei diversi acquedotti della citt.

L'anziano senatore aveva annuito e cominciato a spiegare. Esistono due problemi principali, augusto, riguardo alla fornitura di acqua a Roma: in primo luogo, la pessima gestione che  stata fatta ultimamente, mescolando tubature di differenti acquedotti; ci ha provocato che l'acqua pura e fresca dell'Aqua Marcia si mescolasse con quella dell'Anio Novus o con quella dell'Aqua Claudia. Cos ho potuto comprovare che la Marcia, assolutamente limpida e fresca, si utilizzava per i bagni, le lavanderie e altri bisogni che la decenza non mi permette di nominare. Questo  solo il primo dei problemi, che ha a che vedere soprattutto con la qualit dell'acqua, ma rimane l'altro, ben pi serio, della mancanza di rifornimento: ripassando tutta la documentazione ufficiale, ho notato che esisteva disparit tra l'acqua che teoricamente proveniva dai laghi e dalle sorgenti a cui sono collegati gli acquedotti che poi la trasportano alla citt e quella che entrava effettivamente a Roma. Questa incongruenza era davvero incredibile, poich, secondo i rapporti, a Roma si distribuivano molte meno quinariae1 di quante gli acquedotti ne raccogliessero dalle fonti, il che  assurdo. Decisi allora di essere il pi metodico possibile e di misurare tutti i tubi degli acquedotti, uno a uno, sia nel punto di raccolta dell'acqua che in quello in cui essa arriva alla citt. Proprio questo  stato il motivo della presentazione del mio rapporto finale.

Sura ricordava ogni cosa come fosse successo ieri.

E dunque? aveva ribattuto Traiano esprimendo una certa impazienza. Cos'hai scoperto?

Frontino aveva annuito e poi cercato di abbreviare la conclusione. Ho scoperto, Cesare, che in verit in citt entrano 10.000 quinariae in meno di quelle che si prelevano dalle fonti. Tutta quest'acqua si disperde: due quinti del totale.

Traiano lo guardava serio. Due quinti del totale era una quantit incredibile, quasi la met di quella che si raccoglieva. Non era possibile perdere tanta acqua solo per il cattivo stato delle condutture. O invece s?

E a cosa  dovuta questa perdita, curator?

I motivi sono vari, Cesare, ma la causa principale  la corruzione dilagata durante gli ultimi anni del governo di Domiziano, che ha permesso, grazie alla compiacenza di alcuni funzionari del dipartimento degli acquedotti, la costruzione di opere private per grandi ville e latifondi vicini alla capitale, che rubano acqua alla rete della citt. Questo, augusto,  il problema principale.

Da quella conversazione erano passati tre tumultuosi anni. Sura ricordava che Traiano, una volta resa di pubblico dominio la scoperta di Frontino - l'imperatore stesso aveva infatti fatto in modo che la notizia si diffondesse -, aveva poi ordinato che tutte le costruzioni private fossero completamente distrutte e che coloro che avevano beneficiato della rete pubblica pagassero il canone appropriato per i servizi di cui si erano illegalmente appropriati. Traiano aveva inoltre ordinato che, cos come aveva cominciato a fare Nerva, il denaro ricavato da quelle tasse non andasse a ingrassare il patrimonium privato dell'imperatore, bens giungesse direttamente all'aerarium pubblico.

Di fatto, in breve tempo il servizio era migliorato, a eccezione della Suburra, il quartiere vicino al fiume, la cui densit di popolazione richiedeva una soluzione aggiuntiva.

Nel particolare caso della Suburra aveva precisato Frontino, solo la costruzione di un nuovo acquedotto potrebbe risolvere la carenza di rifornimento.

Un nuovo acquedotto richiedeva una gran quantit di denaro e, nonostante le nuove tasse, l'aerarium pubblico non disponeva dei fondi necessari per costruire quella gigantesca opera. Gran parte del patrimonium privato dell'imperatore era stato investito nella riparazione delle strade, negli alimenta, nella distribuzione di cibo per i poveri della citt e in qualche progetto segreto come la costruzione del ponte sul Danubio che il Cesare aveva ordinato ad Apollodoro di Damasco. Non rimaneva denaro per altro. E una nuova guerra era probabilmente alle porte. In tutto questo, la pesante atmosfera che aleggiava sulla citt di Roma dopo le accuse mosse da parte di vari senatori contro una vestale non aiutava certo ad acquietare gli animi.

Cos, quando Sura vide che il vecchio Frontino, che nel passato recente aveva servito cos bene il Cesare, voleva intervenire ancora una volta in un consiglio imperiale, scelse di tacere e ascoltare. S'imparava sempre qualcosa da quell'anziano senatore, sopravvissuto a tante follie imperiali.

Se Cesare me lo permette, cominci Frontino credo che sarebbe utile per tutti ricapitolare e analizzare la situazione. Per esperienza ho appreso che esporre a parole gli avvenimenti in un dato momento rechi agli ascoltatori, o almeno lo spero, l'opportunit di rivedere il problema da un punto di vista diverso, e forse in questo modo, Cesare, potremmo trovare tutti insieme una soluzione alla delicata questione delle finanze dello Stato.

Traiano annu e Frontino prosegu dunque con una dettagliata descrizione della situazione finanziaria dell'Impero.

Bene, ricapitoliamo: da un lato abbiamo l'aerarium pubblico, che ricava il denaro dai portuaria o tasse doganali dei porti, e oscilla tra il due e il cinque per cento per la maggior parte dei prodotti, fino a un venticinque per cento per quelli di lusso importati dai pi distanti luoghi del mondo, come la seta, per esempio, che arriva dalla lontana Seres [Cina]. In secondo luogo, abbiamo i tributa o imposte generali, che dovrebbero arrivare dalle province, solo che questi tributi si possono offrire sia in effettivo che in natura, come avviene solitamente, cosa che non aiuta ad accumulare liquidit per finanziare le opere pubbliche. In terzo luogo, si possono creare indictiones o tasse specifiche aggiuntive, con la finalit di ottenere entrate straordinarie per finanziare alcune particolari costruzioni; ma l'imperatore non si  dimostrato favorevole ad attivare questa fonte speciale di finanziamento. Tutto ci che ho elencato finora riguarda l'aerarium pubblico. Rimane il fiscus privato del Cesare, che si suddivide tra la propriet personale dell'imperatore, ereditata dai cesari fin dai tempi del divino Augusto (il patrimonium privato dell'imperatore) e la ratio privata, ovvero la propriet posseduta precedentemente da colui che viene nominato Cesare e indossa la toga purpurea. Il patrimonium, o fortuna imperiale ereditata, pu ampliarsi grazie alla bona vacantia o bona caduca (l'imperatore si appropria delle fortune di coloro che non hanno fatto testamento), o alle bona damnatorum (il denaro posseduto da coloro che sono stati condannati per tradimento). Entrambe le soluzioni erano assai comuni ai tempi di Domiziano, quando l'imperatore maledetto forzava i testamenti affinch apparissero scorretti e a lui toccasse il denaro; o grazie alla gran quantit di senatori e altri patrizi condannati per tradimento; ma Traiano non ha mai forzato testamenti n condannato alcuno per tradimento, cos che il patrimonium non  aumentato.  pur vero che ci sono stati vari processi per corruzione, che hanno obbligato i condannati a restituire il denaro, ma questo  finito soprattutto nell'aerarium pubblico; tuttavia queste quantit, pur essendo significative in alcuni casi ben noti a tutti noi, come quello di Mario Prisco, non sono state sufficienti a compensare i troppi sprechi e l'assenza di entrate. Insomma, la situazione si  fatta insostenibile.

A quel punto Frontino tacque. Traiano attese osservandolo. Quell'uomo non esitava a descrivere le cose con crudo realismo. La vecchiaia gli dava quella forza. A una certa et s'impara a non temere d'irritare un Cesare.

La descrizione dei fatti risulta, come sempre nel tuo caso, Frontino, precisissima conferm l'imperatore. Ora sarebbe il caso di raccogliere qualche suggerimento da parte degli altri.

Di nuovo, cadde il silenzio. Lo sguardo del Cesare si ferm su Sura, e questi comprese che non poteva tacere oltre.

Io temo, augusto, che esistano solo due possibili vie d'uscita da questa crisi.

Ti ascolto, Sura.

O si riducono le spese o il Cesare dovr aumentare le tasse. Forse le specifiche indictiones rappresentano il solo modo per finanziare, per esempio, un nuovo acquedotto a Roma. E sicuramente si dovranno introdurre altre tasse per le spese militari: la situazione sul confine del Danubio sta peggiorando.

Abbiamo gi il centesima rerum venalium e il vicesima hereditatum per questo scopo replic Traiano.

Sura mosse la testa pi volte in segno affermativo, ma non era del tutto convinto.

Questo  vero, augusto, per la prima di queste tasse prevede solo l'un per cento sulle vendite di qualunque prodotto, e la seconda solo il cinque per cento che si deve pagare allo Stato per i diritti ereditari. Potrebbero non essere sufficienti...

Non ho intenzione di aumentare le tasse intervenne Traiano interrompendo Sura.

Il senatore tacque e fece un passo indietro. Lo sguardo dell'imperatore continu a passare sui diversi membri del consiglio, ma tutti lo evitavano. Solamente Dione Cocceiano non abbass il capo.

 davvero lodevole la nobilt d'animo del Cesare cominci a dire il filosofo nell'evitare di cadere nella tentazione di inventare nuove condanne di tradimento o forzare i testamenti come fece Domiziano in passato; ed  encomiabile che non voglia far pagare ai cittadini la mancanza di denaro nelle casse dell'aerarium; eppure io trovo che i suggerimenti di Sura siano senz'altro l'unica soluzione. Il Cesare ha avuto il buonsenso di mantenere la trasparenza nei conti pubblici e perfino in quelli privati. Ricordo che solo pochi mesi fa, il Cesare ha deciso di rendere pubbliche tutte le spese della famiglia imperiale, inclusi i viaggi, cosa inaudita fino a questo momento. Ci rinforza la moralit dell'imperatore, poich egli ha dimostrato a tutti di essere una persona austera e, di conseguenza, ora  nella posizione di poter esigere pi sforzi da parte degli altri.  certamente un errore reclamare denaro dal popolo incrementando le tasse quando non si  stati un esempio di austerit, un errore che si ripete da generazioni; ma l'imperatore Traiano in questo  stato un'eccezione. Perci, io credo che la proposta di Sura, ben ponderata, potrebbe essere accettata da molti.

Traiano inspir profondamente. Sentiva che, forse, proprio come ritenevano Sura e il filosofo, quella poteva essere l'unica scelta possibile. Eppure continuava a non essere d'accordo.

Sar sincero con voi, replic dato che voi lo siete stati con me, proprio come sempre dovrebbe avvenire in un consilium augusti; gli elogi li ho infatti gi ricevuti con le parole di Plinio quando sono arrivato a Roma. Si riferiva al panegyricus che il senatore gli aveva dedicato per celebrare la sua salita al trono imperiale. S, sar sincero: la mia reticenza ad alzare le tasse non deriva solo da motivazioni altruistiche; in realt temo che in questo modo il popolo avrebbe meno denaro per comprare e, alla fine, ci rimetteremmo. Inoltre, temo che quelli del senato che non hanno mai visto di buon occhio che io abbia rimpiazzato Nerva possano utilizzare lo scontento che questa scelta causer per attaccarmi in un momento in cui necessito appoggio, non divisioni; poich, come ha appena detto Sura, la situazione sui confini del Danubio  grave e...

Proprio in quel momento un pretoriano, che era appena entrato nella sala, si diresse verso il prefetto del pretorio parlandogli alle spalle a voce bassa. Liviano si avvicin allora all'imperatore e gli ripet il messaggio.

Che passi disse il Cesare a Liviano, poi, guardando tutti i presenti, aggiunse: Sembra proprio che sia successo qualcosa di grave presso il Danubio. Ho appena dato ordine di lasciar passare un ufficiale proveniente dalla Mesia Superiore con un messaggio del legatus.

Immediatamente, un centurione della legione VII Claudia entr nell'Aula Regia e si ferm di fronte all'imperatore.

Ave, Cesare!

Traiano lo salut e lo invit a spiegare il motivo del suo arrivo a Roma.

S, augusto disse il centurione. Il legatus Tettio Giuliano desidera informarti che ci sono stati degli attacchi da parte dei Daci: varie torri di sorveglianza sono state distrutte presso i confini della Mesia Superiore e della Mesia Inferiore. Egli teme che la cosa stia peggiorando. Dice anche che ha ricevuto un messaggio cifrato e sta preparando tutto secondo i desideri del Cesare.

C' altro, centurione? chiese Traiano.

No, Cesare. Questo  il messaggio.

Bene. L'imperatore alz la mano destra indicando al centurione che poteva ritirarsi, ma poi all'improvviso lo richiam. Un momento, ufficiale. Voglio che tu riferisca a Tettio Giuliano che ordino che si ricostruiscano tutte le torri e che, cosa molto importante, che tutte siano ben equipaggiate di paglia. Hai inteso il messaggio, centurione?

S, Cesare.

La paglia  essenziale insistette l'imperatore.

S, Cesare. Trasmetter le tue esatte parole al legatus.

Bene. Ora puoi ritirarti.

Non appena l'ufficiale della legione VII Claudia usc dall'Aula Regia, Longino, felice di poter finalmente affrontare temi militari, cominci a parlare.

Questa sembra essere la risposta di Decebalo all'udienza dell'altro giorno.

Cos pare, in effetti conferm Traiano che, con la fronte corrugata, guard Frontino. Senatore, quando hai riassunto le fonti delle finanze dello Stato te ne sei dimenticato una.

L'anziano, interpellato, rimase a braccia conserte, riflettendo.

Mi sto riferendo alle manubiae dichiar allora Traiano, la parte dei bottini destinati all'imperatore in caso di vittoria in una guerra.

Questo  vero, Cesare ammise Frontino. Non le ho menzionate, pur essendo una fonte di finanziamento. Ma per esse manca una guerra e...

S'interruppe vedendo che l'imperatore si alzava dal trono.

E una vittoria aggiunse Traiano.

1. Una quinaria equivaleva pi o meno a 40 metri cubi al giorno.

34

I SOGNI DI CINCINNATO

Viminacium
Maggio del 101 d.C.

Cincinnato era tribuno militare. Si era guadagnato il posto versando sangue nemico, soprattutto tra le nebbie della Britannia, sotto il comando del legatus Agricola e poi con Tettio Giuliano, l e al confine del Reno. Non capiva perch dopo tanti anni di eccellente servizio, proprio nel momento in cui tutti parlavano di una nuova guerra contro i Daci, fosse stato trasferito in una piccola fortificazione della retroguardia. Sarebbe potuto essere molto pi utile a Roma e, perch negarlo, insieme alle legioni che si stavano concentrando a Viminacium. L la sua esperienza sarebbe stata certamente pi utile e, inoltre, l avrebbe avuto maggiori opportunit di promozioni. Cincinnato sapeva che gli erano vietati i posti di tribunus laticlavius, il secondo comando di una legione, o di legatus, il comando supremo, poich erano incarichi destinati solo a senatori, figli di senatori o altri patrizi, per sperava di arrivare a quello di praefectus castrorum. Quello sarebbe stato il culmine della sua carriera militare. Tuttavia, come avrebbe potuto ottenerlo rimanendo nella retroguardia con un paio di coorti e subordinato ai capricci di un civile?

Dovrai assistere questo architetto in tutto ci che desidera, mi hai capito bene, Cincinnato? Cos gli aveva parlato Tettio Giuliano prima di ordinargli di partire verso est, in direzione del piccolo accampamento di Drobeta. Un luogo di frontiera che nemmeno possedeva una fortificazione.

S, legatus aveva risposto lui diligentemente.

Il governatore della Mesia Superiore aveva avvertito la sua delusione, infatti aveva tentato di scusarsi per doverlo spedire in quella missione ben al di sotto delle sue capacit.

L'imperatore ha insistito gli aveva detto Giuliano affinch inviassi insieme a questo maledetto architetto qualcuno autenticamente capace. Nemmeno io comprendo perch questa missione sia cos importante per l'imperatore, ma una cosa l'ho capita, Cincinnato:  nostro dovere seguire le istruzioni con disciplina. Tu sei uno dei miei uomini migliori, per questo ti invio l, obbedendo al desiderio di Traiano.

S, legatus.

Cincinnato aveva gradito il complimento. Almeno venivano riconosciute le sue capacit; ma la consolazione per quell'apprezzamento dur solo poche ore. Poco dopo essere partito verso Drobeta, con le coorti sotto il suo comando, la sua delusione riapparve.

35

IL SANTUARIO DI OPI

Interno della Regia, nel Foro di Roma
Maggio del 101 d.C.

L'edificio della Regia era in penombra. Il pomeriggio volgeva al termine, a Roma, e gi in quell'ampia sala c'era qualche lucerna accesa. La luce che entrava dalle finestre era ormai troppo fioca e le ombre si allungavano sempre pi sul freddo suolo marmoreo. Menenia si trovava al centro di quel maestoso spazio.

Devi rimanere nella Regia le aveva detto la Vestale Massima. Qualcuno verr a trovarti.

Menenia sperava che quel qualcuno fosse Celer. Non perch l'auriga, il suo amico d'infanzia, fosse in grado da solo di organizzare un tale incontro, ma perch forse l'imperatore lo aveva permesso. La giovane sapeva che mentre lei continuava la sua vita da vestale in attesa del processo, lui era certamente rinchiuso dentro le orribili prigioni di Roma. Anche se non poteva uscire dall'Atrium Vestae senza vigilanza, la sua vita di sempre andava avanti. L'arresto di Celer era terribilmente ingiusto.

Avvert qualcuno alle sue spalle e si volt inquieta. Un uomo alto e incappucciato si stava avvicinando. La vestale ebbe paura, pur sapendo che nessuno poteva entrare nell'edificio senza l'espressa autorizzazione della guardia pretoriana. Quindi nessuno, senza il permesso dell'imperatore, poteva avvicinarsi a lei. Lei sapeva che il Cesare la proteggeva. Non comprendeva il come o il perch, ma ne era sicura. In tutta la sua vita, aveva scambiato appena un paio di parole con l'imperatore, ma aveva riconosciuto nello sguardo del Cesare la volont di proteggerla e difenderla. Perch? Era ancora un mistero. Ora l'imperatore era il pater familias, in sostituzione del suo vero padre, il senatore Menenio.

L'uomo si ferm davanti a lei, si abbass il cappuccio e scopr il viso. Era l'imperatore in persona.

Traiano avvert la delusione sul volto della vestale. Aspettavi qualcun altro.

Lei tent di rispondere, ma l'imperatore continu a parlare, camminando intorno alla sacerdotessa e guardandola fissamente.

La tua delusione  evidente. Non devi mai mentire all'imperatore;  meglio tacere, piuttosto.

Menenia rimase dunque in silenzio, abbassando lo sguardo.

Devo partire per il Nord continu Traiano con molta urgenza; sto aspettando che domani il senato ratifichi la mia decisione di attaccare la Dacia, cosa che avverr senz'altro dato che le aggressioni presso il Danubio non possono rimanere senza risposta, e ci acquieter i miei nemici della Curia. Quindi non ci sar tempo per il tuo processo. Sei stata accusata di un crimine gravissimo, e un processo richiede tempo, e soprattutto la mia piena attenzione. Sai bene che di fronte a un crimen incesti l'imperatore deve presiedere in tribunale e formulare ufficialmente le accuse. Menenia assent, il Cesare prosegu. Probabilmente si terr qui, in questo edificio, o nel patio se, come prevedo, il processo attirer tutta Roma. Lo affronteremo al momento opportuno. Ma ora c' un'altra urgenza da affrontare. C' una guerra di cui debbo occuparmi.

Pregher gli dei perch permettano un felice ritorno all'imperatore disse Menenia.

Tuttavia, il mio ritorno coincider con l'inizio del tuo processo, giovane vestale.

Lo so, augusto, ma io sono innocente. Anche Celer lo , e non posso immaginare qualcuno di migliore dell'imperatore Traiano a presiedere il tribunale.

Il Cesare si ferm nuovamente davanti a lei, dopo averle girato intorno mentre parlavano. Ho ricevuto molte pressioni perch il processo cominciasse subito disse. Perfino da mia moglie, e lei non s'interessa mai alle questioni di Stato. Tacque un istante. Stava osservando la reazione della vestale.

Menenia abbass lo sguardo. Forse avrebbe dovuto raccontare al Cesare quello che aveva visto quella famosa notte, quando qualcuno le aveva impedito il passaggio, ma l'imperatore aveva gi troppe preoccupazioni: una guerra, i finanziamenti per Roma, l'esercito, e ricord anche le parole del suo avvocato. Non devi raccontarlo a nessuno, mi hai capito? A nessuno aveva detto Plinio, e suo padre aveva piena fiducia in quel senatore e avvocato.

Il processo si terr al mio ritorno. La voce del Cesare risuon nella mente della vestale come se provenisse da un sogno. So che soffri per l'arresto dell'auriga. Non siete ancora stati processati e giudicati colpevoli o innocenti. Ho ordinato che Celer sia trattato bene. Sopravvivr al carcere. Se risulterete innocenti sar liberato; e forse torner a correre al Circo Massimo, vedremo. Ma se non siete innocenti o se non si riuscir a provare la vostra innocenza... Per non termin la frase e cambi completamente discorso. Nonostante tutto ci che puoi pensare di me, ti assicuro che confido in te e nella tua parola. Sono venuto, questa notte, accompagnato solo da Liviano, il capo della mia guardia pretoriana, e uno dei pochi soldati di mia fiducia. Sono uscito da palazzo senza che alcuno mi vedesse. Dovrai fingere che io non sia mai venuto e che non ti abbia mai parlato. Mi capisci? Solo Liviano e la Vestale Massima sanno di questo incontro.

S, augusto disse Menenia, pur restando confusa.

Traiano tir fuori un papiro arrotolato da sotto la toga e allung il braccio per offrirlo alla giovane. Prendilo disse.

Menenia accolse con attenzione quel papiro tra le sue mani delicate.

Che cosa devo farne, augusto?

Devi custodirlo. Non mi fido di nessun altro.

La vestale annu, a disagio per quella responsabilit. Prov quasi pena per l'imperatore: tanto potente e, tuttavia, non poteva fidarsi di nessuno della sua famiglia per custodire un papiro. Ramment nuovamente ci che aveva visto quella notte. Quel fatto poteva spiegare la diffidenza dell'imperatore verso i membri della sua famiglia. Forse il Cesare sapeva o intuiva pi di quanto facesse credere.

Lo nasconder nel santuario di Opi disse Menenia.

 il posto giusto, in effetti conferm Traiano.

L, nella Regia, si trovava un piccolo santuario sacro dedicato alla dea dell'abbondanza. Solo alle vestali e all'imperatore era consentito l'accesso. Il papiro che aveva selezionato tra quelli che Svetonio gli aveva consegnato sarebbe stato al sicuro. A Traiano piacque la rapidit con cui la sacerdotessa aveva scelto il luogo perfetto per custodire quello scritto.

Dar ordine che solo tu possa accedere al santuario di Opi in mia assenza aggiunse il Cesare. La conversazione sembrava essere giunta al termine. Menenia s'inchin di fronte all'imperatore, ma proprio in quel momento il Cesare riprese a parlare. Se tu avessi bisogno di aiuto durante la mia assenza, c' una donna che vive nella parte sud della citt, che conosce pi cose di chiunque altro a Roma. Liviano ha tutte le informazioni.

Pi della Vestale Massima? chiese Menenia approfittando della pausa che Traiano fece per riprendere fiato.

Perfino pi della Vestale Massima fu la risposta. Anche se sembra impossibile da credere, questa donna conosce Roma meglio della stessa Roma. Se tu ti trovassi in pericolo, puoi andare da lei e lei ti aiuter. Ha sempre trovato delle soluzioni quando tutto sembrava perduto.

Menenia s'inchin nuovamente. L'imperatore si rimise il cappuccio, si volt e usc dalla grande sala. La giovane rimase sola con quel papiro. Lo guard attentamente, ma non pens nemmeno per un istante di aprirlo e di leggerlo. Aveva appena avuto la conferma che l'imperatore si fidava ciecamente di lei. Ma... chi era quella donna a cui il Cesare le aveva consigliato di rivolgersi in caso di pericolo? Traiano pensava che avrebbe potuto essere tanto disperata e tanto sola da aver bisogno dell'aiuto di una perfetta sconosciuta? Menenia era sconcertata. Aveva immaginato che la sua vita sarebbe trascorsa tranquilla e regolata solo dai tanti servizi che doveva prestare a Vesta e a Roma quotidianamente, e invece la sua esistenza si era trasformata in un oscuro cammino pieno di segreti di cui solo Traiano sembrava possedere la chiave. Roma aveva fatto bene a scegliere quell'uomo come imperatore.

Menenia, alla fine, si mosse per dirigersi al santuario di Opi.

Sulla porta della Regia si trovavano Liviano con i sei pretoriani e la Vestale Massima. Traiano si avvicin alla sacerdotessa e le parl a bassa voce.

Voglio che nessuno entri nel santuario di Opi fino al mio ritorno. Solamente Menenia potr accedere al tempio.

S, augusto rispose Tullia.

Bene. Partir per il Nord pi tranquillo.

Cesare disse la Vestale Massima, e Traiano la guard sorpreso, poich aveva alzato il tono della voce per fermarlo; Tullia, ottenuta l'attenzione dell'imperatore, inclin la testa e gli sussurr: Sono preoccupata per il processo a Menenia.

L'imperatore tard un istante prima di rispondere. Ma alla fine, con la voce tremante e la fronte corrugata, lo fece.

Anch'io.

Due ore dopo, Liviano, il prefetto del pretorio, parlava con due sentinelle di guardia alle celle delle prigioni sotterranee di Roma.

Quest'auriga deve essere ancora vivo quando il Cesare ritorner, mi avete capito bene?

S, vir eminentissimus risposero le due guardie all'unisono.

Uno di loro era un optio. Liviano riconferm l'ordine guardandolo fissamente negli occhi.

La vostra vita dipende da questo, e per Giove non sto scherzando.

Il prigioniero star bene, vir eminentissimus dichiar l'ufficiale.

Lo spero, o vi riterr direttamente responsabili.

Cos dicendo il prefetto del pretorio usc da quel corridoio di celle, dove mancava l'aria e l'umidit abbondava. Presto avrebbe cavalcato con l'imperatore verso una guerra. In fondo si rallegrava, come tanti altri vicini a Traiano, di lasciare l'asfissiante atmosfera di Roma, troppo carica di sussurri e segreti.

36

L'ARCO E LA FRECCIA

Un villaggio sarmatico a nord del Danubio
Maggio del 101 d.C.

 troppo piccola disse Marzio, ma come se non avesse udito le sue parole, Alana continu ad aiutare Tamura a sostenere l'arco, uno di piccole dimensioni, che lei stessa aveva costruito con legno di ontano, il pi resistente della regione. Ha solo poco pi di un anno insistette Marzio. Si far male.

 una sarmata rispose Alana. Non si far male.

Marzio scosse la testa. Sua moglie era la pi testarda di tutto il villaggio, forse di tutto il Nord del Danubio. Tamura raccolse l'arco e cominci a sbatterlo per terra.

No, no ripeteva Alana, ma senza arrabbiarsi, con una tale pazienza che sorprendeva il gladiatore. La madre prese una delle piccole frecce dell'arco, costruite anch'esse da lei in un modo speciale, affinch si adattassero a quell'arma in miniatura, e, tesa la corda, posizion l'arco. La lanci verso uno degli alberi che si trovavano pi distanti. La freccia percorse pi di trenta passi e si conficc nel tronco. L'arco funzionava perfettamente. Alana era un'esperta di armi, ma Marzio non era ancora sicuro se sapesse crescere dei bambini, e soprattutto delle bambine. Di fatto, l tutti i piccoli venivano addestrati nel combattimento fin dalla prima infanzia, e Alana desiderava che Tamura fosse la prima a imparare a combattere. Marzio pens allora che sarebbe potuta andare anche peggio di cos: avrebbe potuto cominciare a insegnarle a usare un coltello.

Trascorrevano in questo modo le giornate tra i Sarmati. Una volta al mese partivano guidati da Akkas per combattere presso i posti di frontiera dell'Impero romano lungo il fiume. Dopo circa una settimana facevano ritorno al villaggio. Marzio si preoccupava del fatto che tutte quelle azioni non sarebbero rimaste a lungo senza risposta da parte di Roma. Prima o poi, i Romani avrebbero attraversato il fiume.

Tuttavia, sapeva che altri Daci, e molti dei Rossolani, dei Bastarni e di altre trib si erano uniti a quegli attacchi, e se tutti quei guerrieri si fossero raggruppati sotto il comando dei Daci era probabile che le legioni di Roma non avrebbero avuto alcuna possibilit.

Ahi! grid Marzio sollevandosi di scatto. Una piccola freccia si era conficcata nelle pelli che gli ricoprivano il polpaccio. Grazie a quelle protezioni, la freccia era penetrata solo di poco nella carne, ma tanto bast a causargli una dolorosa ferita.

Guard Alana e Tamura. Le due stavano ridendo.

Non credevi che la piccola potesse farcela disse Alana. Be',  stata lei. Io l'ho solo aiutata a puntare pi in basso, altrimenti ti avrebbe preso la testa.

Sei pazza disse Marzio mentre si toglieva le pelli ed estraeva la freccia. Maledizione!

La ferita era superficiale, ma doleva lo stesso.

Andiamo, Tamura, disse Alana tuo padre si  arrabbiato. Sai, i gladiatori continu a spiegare alla bambina sono pi deboli dei guerrieri sarmatici. Lo capirai presto, ma il problema  che sono decisamente pi belli...

Marzio le guard allontanarsi: una giovane sarmata con una bambina per mano, che teneva, tra le sue piccole dita, un piccolo arco e una freccia.

37

IL GRANDE SEGRETO

Accampamento militare dell'imperatore, settanta miglia a nord di Roma
Maggio del 101 d.C.

Le guardie pretoriane sorvegliavano l'accampamento dell'imperatore. Un uomo appena giunto camminava con passo deciso, nonostante l'evidente stanchezza. La sua appartenenza al senato gli aveva permesso di raggiungere i posti di guardia, ma il tribuno pretoriano che apparve davanti a lui fu categorico nella sua richiesta.

 necessario che io sappia il tuo nome. La tua toga da senatore non  sufficiente per incontrare l'imperatore. Il Cesare sta riposando dopo un lungo giorno di cammino disse il tribuno.

Il Cesare rimane fedele all'abitudine di spostarsi a piedi di fronte alle sue truppe, non  vero? chiese il senatore.

Il tribuno annu. Che quello sconosciuto fosse al corrente delle abitudini del Cesare era un buon indizio, ma data la sua esperienza al comando, Aulo, cos si chiamava quel tribuno pretoriano, sapeva che chi conosce bene qualcuno pu essere suo amico ma anche un acerrimo nemico.

Il senatore che aveva cavalcato da Roma nel mezzo della notte rivel il proprio nome.

Aspetta qui disse Aulo, e si allontan.

Nonostante fosse primavera l, in mezzo ai campi di grano, faceva freddo. Il tribuno ritorn poco dopo.

Puoi passare disse. Poi, all'entrata della tenda del praetorium dell'accampamento, volle aggiungere un avvertimento: Non sembra che sia stata una buona idea venire qui, senatore.

L'altro deglut. Sapeva che stava contravvenendo a un ordine imperiale, ma ne era stato costretto. In qualit di avvocato di Menenia, era un obbligo. Tuttavia non pot evitare che il sudore cominciasse a colargli sulla fronte.

Ti avevo ordinato di evitare di incontrarci, Plinio disse il Cesare appena quello entr nella tenda.

Il senatore s'inchin in segno di rispetto, ma ci non evit l'ira del Cesare.

 questo il tipo di lealt che devo aspettarmi da te? insistette Traiano.

Sono venuto in incognito, augusto. Plinio cominci a parlare assai rapidamente per elencare le sue giustificazioni ed evitare che il Cesare tornasse a intervenire. Nessuno in tutta Roma sa che ho lasciato la citt, n mai sapr del mio ritorno. Ho nascosto il mio nome alla maggior parte delle sentinelle. Solo un tribuno pretoriano, che sono sicuro sia uno degli uomini di massima fiducia dell'imperatore, sa chi sono. Era fondamentale che ti incontrassi; sono profondamente preoccupato per il processo a Menenia.

Traiano abbass lo sguardo. Era la preoccupazione di tutti. Quattro sentenze di morte negli ultimi quattro processi per crimen incesti non facevano sperare in nulla di buono al quinto.

Aulo  un uomo di fiducia disse l'imperatore riferendosi al tribuno pretoriano della sua personale scorta militare. Con lui non ci saranno problemi;  lo stesso pretoriano che m'inform della mia nomina a imperatore da parte di Nerva; Aulo obbedisce ciecamente ai miei ordini, non come altri. E fiss Plinio, che abbass il capo. Per Castore e Polluce! Devo presiedere al processo e non voglio che si metta in discussione la mia imparzialit davanti al Collegio dei pontefici quando arriver il giorno della sentenza. Se si venisse a sapere del mio incontro segreto con l'avvocato dell'accusata sarebbe un guaio, soprattutto se lo scoprissero i senatori dell'accusa.

Lo so, augusto. E il Cesare opera con prudenza e saggezza. Non torner a importunare l'imperatore fino al giorno del processo, soprattutto con questa nuova guerra che incombe, per c' qualcosa che... Doveva usare il termine esatto ...ho presentito, che ho intuito, che mi angoscia e che temo che gli accusatori possano utilizzare contro la vestale.

Marco Ulpio Traiano sospir. Che cosa aveva intuito quel senatore? Lo avevano avvertito che era bravo, forse il migliore di Roma. Fin dove si era spinta la sua intuizione?

Ti ascolto disse l'imperatore.

Plinio si pass allora il dorso della mano destra sulla fronte. Il Cesare non lo aveva invitato a sedersi. Bene. Non era l per riposare, ma per lavorare. Avrebbe dovuto raccontare all'imperatore ci che Menenia aveva visto quella notte e che lei stessa gli aveva confessato? Durante l'intero viaggio da Roma a quell'accampamento militare aveva riflettuto se farlo o meno. Sarebbe stato certamente un modo per conquistare la fiducia del Cesare, per, all'improvviso, comprese che ci che la vestale aveva visto doveva rimanere segreto, e solamente lei avrebbe potuto rivelarlo all'imperatore quando lo avesse considerato opportuno. A Plinio era sempre pi chiaro che il vincolo che univa la vestale all'imperatore Traiano era speciale, sconosciuto a tutti, o a quasi tutti, ma qualcosa li legava intimamente. No. Non gli avrebbe rivelato ci che Menenia gli aveva confessato. C'era qualcos'altro di pi grave che lo preoccupava. Che strano. Quando Menenia gli aveva raccontato ci che aveva visto, lui aveva pensato che non potesse esserci nulla di pi importante in gioco, in quel processo, ma poco dopo aver terminato la conversazione con la giovane ed essere uscito dall'Atrium Vestae, aveva cominciato a intuire che si stava sbagliando. Tutto si stava complicando enormemente. E la colpa era di tutti quei maledetti segreti.

Hai intenzione di parlare? chiese Traiano. Sembra che, ora che hai ottenuto la mia attenzione, tu ti sia pentito.

S, chiedo perdono, augusto. Sono confuso, tormentato dalla responsabilit per questo processo, per arriver subito al punto: sono un buon osservatore, il che  un ottimo pregio quando si esercita la professione di avvocato. Analizzo i dettagli, osservo le persone con cui parlo, coloro che sto difendendo e coloro che accuso...

Hai detto che saresti arrivato al punto, Plinio. La mia pazienza ha un limite, senatore. Ti ricordo che hai disobbedito a un mio ordine e ancora non ho udito nulla che lo giustifichi.

Plinio sbianc. Si pass la lingua sulle labbra secche. E parl. Mi sono reso conto, Cesare, che la vestale Menenia non possiede nessun tratto fisico dei genitori, il senatore Menenio e sua moglie Cecilia.

Il Cesare rimase di stucco.

Marco Ulpio Traiano, imperatore di Roma, si alz dal solium sul quale stava riposando. Si avvicin a un piccolo tavolo con caraffe di vino e di acqua. Non chiam nessun inserviente. Si vers un buon sorso di vino in un boccale di ceramica di terra sigillata, uno dei pochi lussi che si concedeva. Quindi ci aggiunse un po' d'acqua. Si port il boccale alle labbra e bevve la miscela lentamente ma senza pause. Poi si serv un secondo calice e ripet l'azione.

Quindi si volt e torn a sedersi sul solium.

Se vuoi del vino serviti pure da solo. Non mi pare il momento di chiamare degli schiavi disse l'imperatore.

Plinio assent e si serv anche lui vino con acqua. Aveva sete, si sentiva la gola secca e avrebbe desiderato solo acqua, ma non voleva apparire un debole oppure offendere il Cesare, il quale, intanto, aveva ripreso a parlare.

Non ho capito bene ci che hai detto o che vuoi insinuare. Io non noto quest'assenza di somiglianza tra la giovane e i genitori.

A prima vista  difficile rendersene conto, augusto. Nemmeno io me ne sarei accorto se non fossi stato coinvolto in tutto questo. Ma, una volta accettata la difesa della vestale,  stato mio dovere raccogliere tutte le informazioni possibili sugli implicati, per preparare al meglio il processo. Non c' niente di peggio, durante un processo, che essere colti di sorpresa dall'accusa. Conosco Pompeo Collega e gli altri. Non si fermeranno davanti a niente.  mio obbligo sapere tutto, se possibile, sulla mia cliente. Quindi l'ho interrogata e l'ho osservata con attenzione. In verit non me ne ero accorto mentre parlavo con lei.  stato dopo, mentre riflettevo sul caso. Perch accusare questa vestale in particolare, Cesare?  una giovane sacerdotessa dal comportamento impeccabile. Certo, ha stretto amicizia con l'auriga Celer quando erano bambini, ma tutte le vestali hanno avuto degli amici durante l'infanzia. Gli accusatori stanno approfittando del fatto che Celer  divenuto noto grazie alle sue gare al Circo Massimo per intimidire questa vestale, ma... perch, Cesare? Perch vogliono accusare questa vestale, qual  la vera ragione?

Qual ? chiese Traiano.

Non lo so, augusto. Ancora non lo so. Spesso in un processo la chiave non sta nell'innocenza o nella colpevolezza degli accusati, ma nel motivo che muove gli accusatori. Perci ho riflettuto su tutte le possibilit e allora ho concluso che forse Menenia non  quella che tutti pensano sia.  vero che il senatore Menenio e sua moglie sono mori, come la vestale, ma la somiglianza fisica finisce qui: lei non ha n il naso grosso del padre n quello aquilino della madre. N gli zigomi o il mento gentile della vestale si ritrovano nei tratti dei suoi genitori. Infatti, se il Cesare me lo permette, la vestale Menenia  dotata di una bellezza che n suo padre n sua madre, senza offesa, possiedono. Perci ho concluso che Menenia non  figlia di chi dice di essere. Forse il segreto delle accuse mosse contro di lei  da cercarsi nel passato. Se ci fosse vero, e se potessi sapere chi sono i veri genitori della vestale, potrei difenderla meglio. Avevo pensato di interrogare in proposito Menenia, ma il mio intuito mi dice che lei ignora completamente ci che io ho intuito.

Supponiamo che tu abbia ragione, afferm l'imperatore non troppo convinto continuo a non capire perch sei venuto da me.

Plinio fiss il Cesare. No. La somiglianza non era evidente. O forse s? Forse si era sbagliato. O forse no. Difficile saperlo. La somiglianza di una figlia con una madre  pi facile da riconoscere rispetto a quella con il padre. Almeno cos pensava. Il senatore fren le sue riflessioni e si concentr nel tentare un'altra via per ottenere informazioni.

Ho pensato che forse il Cesare avrebbe potuto sapere qualcosa al riguardo. Sempre che la mia intuizione sia esatta. Naturalmente, io posso sbagliarmi; e allora sarei infinitamente desolato per aver molestato l'imperatore con una visita inutile e accetterei il castigo che il Cesare vorr impormi.

Traiano un le punte delle dita delle mani, mentre appoggiava i gomiti sui braccioli del solium.

Tu sei... Ma l'imperatore tacque per riflettere. Esit un istante prima di continuare. Un istante durante il quale il suo interlocutore non solo rimase in silenzio, ma anche completamente immobile, come se avesse perso conoscenza. Tu sei un uomo molto sagace, Plinio. Di questo non c' dubbio, e ti rispetto per questo. Ma per lo stesso motivo spero tu possa intendere bene ci che sto per dirti. Mi ascolti con attenzione, Plinio?

Ascolter con attenzione, certamente, augusto.

Bene disse Traiano, separando le mani e lasciando cadere le braccia in modo pi rilassato sui braccioli. Il senatore... l'avvocato Plinio non deve pi pensare a ci che ha appena rivelato in questa conversazione con l'imperatore di Roma. Deve invece concentrarsi sulla difesa della vestale Menenia, senza dedicare altro tempo a questa questione. Sono stato sufficientemente chiaro?

Plinio annu e deglut. Ma gli accusatori...

Se gli accusatori lo interruppe l'imperatore si addentrassero in questo pericoloso territorio speculativo, l'avvocato Plinio pu stare sicuro che, in qualit di presidente del tribunale del Collegio dei pontefici che deve giudicare riguardo alle accuse di crimen incesti che pesano su Menenia, io non permetter che questo argomento possa essere usato in alcun modo contro la difesa. E qui finisce la conversazione che, ovviamente, non ha mai avuto luogo. Come tante altre cose che a Roma non sono mai accadute.

Plinio comprese che non c'era altro da aggiungere. S, augusto. Quindi s'inchin.

Quando torn a sollevare lo sguardo, Marco Ulpio Traiano non c'era pi. Era solo. Il Cesare doveva essere uscito da una delle aperture dietro al solium. Aulo, il tribuno pretoriano, entr allora dentro la tenda. Plinio lo segu in silenzio, prima all'esterno del praetorium, poi attraverso l'accampamento. Prima ancora di poter digerire la brusca conclusione della conversazione con l'imperatore di Roma, si ritrov in groppa al suo cavallo, di ritorno verso la capitale dell'Impero. Aveva capito di aver scoperto un segreto, ma anche di non poter indagare oltre. Non poteva contravvenire a un ordine imperiale per la seconda volta. Provocare ulteriormente la pazienza di Traiano sarebbe stata una follia.

Ogni giorno che passava, quel processo gli piaceva sempre meno. E intanto stava per scoppiare una guerra. Forse quel tempo aggiuntivo gli avrebbe chiarito meglio le idee.

Perch accusavano Menenia?

E chi era in realt quella vestale?

LIBRO III

DE BELLO DACICO

Anno 101 d.C.

(853 ab urbe condita, dalla fondazione di Roma)

Inde Berzobin, deinde Aizi processimus

Avanziamo quindi verso Berzovis, e in seguito verso Aizis.

Traiano in De bello Dacico [La guerra della Dacia]1.

1. Frase raccolta da Prisciano nel suo trattato Istitutiones grammaticae, del VI secolo. Il resto degli scritti di Traiano sulle guerre daciche  andato perduto. Rimane solo questa frase.

38

DEINDE AIZI PROCESSIMUS

Aizis, interno della Dacia
Giugno del 101 d.C.

L'imperatore stava scrivendo al riparo della tenda dell'accampamento. Una lucerna illuminava le pagine su cui lavorava. Mettere per iscritto ci che era accaduto durante il giorno lo aiutava a riordinare le idee e a rilassarsi dopo un'altra giornata di dura marcia. Ci che aveva visto nelle ultime ore non presagiva una campagna facile.

Inde Berzobin, deinde Aizi processimus [Avanziamo quindi verso Berzovis e in seguito verso Aizis]. Le fattorie e i piccoli villaggi che abbiamo incontrato sono stati rasi al suolo. I Daci si sono ritirati verso l'interno del loro Paese lasciando che siano le trib della regione a ostacolarci nella nostra avanzata verso il cuore del regno, ma prima hanno distrutto qualsiasi cosa potesse esserci d'aiuto per rifornirci. Non c' campo coltivato n grano n altri viveri su cui contare man mano che ci addentriamo nella Dacia. Il tempo  piovoso e la strada  infangata. I carri con i rifornimenti s'impantanano spesso nella melma in cui si  trasformata la nostra via. Lo sforzo per conseguire il nostro obiettivo di sottomettere questo popolo bellicoso e combattivo sar estremo. Io proseguo a piedi per dare l'esempio ai legionari, com' sempre stata mia abitudine nelle campagne militari, e inizio a condividere con loro la sofferenza delle lunghe giornate di marcia.

Traiano smise di scrivere. Aveva deciso di redigere un racconto dettagliato di quella spedizione, proprio come in passato aveva fatto Giulio Cesare sulla guerra in Gallia, ma era stanco. Aveva accumulato vari giorni di marcia senza riposare e il corpo ne risentiva. Non era pi un giovane tribunus laticlavius, e le miglia, la pioggia e il fango gli pesavano. Si alz e usc dalla tenda. Dalla porta del praetorium dell'accampamento l'imperatore poteva intravvedere, tra le ombre allungate del crepuscolo, l'immensit del suo esercito. E, tuttavia, continuava a nutrire terribili dubbi: sarebbero state sufficienti quelle legioni? Sua madre era morta pochi giorni prima della sua partenza per il Nord e ci lo faceva sentire solo. Quanto gli mancavano i saggi consigli di suo padre! Vedere sua madre quotidianamente, anche se malata, era stato come se il lemur di suo padre gli fosse stato ancora accanto, l con loro, a vegliare sul loro futuro. Ora se n'erano andati tutti e due. E lui era solo.

Traiano vide allora Longino, che stava salendo a fatica verso il punto in cui si trovava. Quieto, Sura, Liviano, Nigrino. Aveva portato con s uomini leali, ma tra tutti loro, Longino continuava a essere l'unico a cui poter confidare qualunque cosa. A volte, tra loro, era come se lui non fosse l'imperatore, n Longino uno dei suoi migliori ufficiali, come se si trovassero ancora a caccia in Spagna. Not l'espressione preoccupata dell'amico mentre si avvicinava.

Che cosa succede? gli chiese Traiano quando fu davanti a lui.

Non si ritirano pi. I Daci alla fine si sono fermati.

Erano soli, i pretoriani si trovavano a pi di quindici passi di distanza. Longino non aggiunse Cesare alla fine della frase, n us il titolo di augusto parlando con l'imperatore. A Traiano piaceva quella familiarit. Gli ricord, per un breve istante, il passato, la giovent, la caccia, l'amicizia.

Va bene, Longino, che si fermino un volta per tutte e ci affrontino rispose con una certa euforia. Dove si sono fermati?

A Tape. Questo dicono gli esploratori. Hanno localizzato un gran numero di truppe daciche in quella valle.

Traiano annu. Di nuovo a Tape. L era stata annientata la legione V Alaudae ed erano stati rubati gli stendardi che il nemico aveva ancora tra le sue mani. Poi Tettio Giuliano aveva ottenuto una vittoria nello stesso luogo, ma era stata una vittoria particolare, almeno questo aveva spiegato Nigrino pi volte, insistendo che in quel secondo scontro i Daci non sembravano pi combattere con rabbia, come se avvertissero ci che sarebbe accaduto nel Reno pochi giorni dopo. E in quei giorni si era ribellato Saturnino, governatore della Germania.

Domiziano aveva dovuto accordarsi per una pace frettolosa con Decebalo per poter concentrare tutte le legioni disponibili contro il governatore insorto. Ora, passati diversi anni, Decebalo tornava a condurli nello stesso luogo. A Tape.

Se vuole che combattiamo a Tape disse l'imperatore, combatteremo l.

S accett Longino, ma il tono con cui lo disse non soddisfece Traiano.

Non sembra che questo ti entusiasmi.

Longino abbozz un sorriso. Tape  un luogo di infausti ricordi per i legionari. Non piacer a nessuno di loro dover combattere l di nuovo. E stando agli ultimi messaggi, le truppe di Tettio sono ancora lontane. Credo che avremo bisogno di riunire i due eserciti prima di addentrarci nuovamente in quella valle maledetta.

L'imperatore sospir. Port le mani ai fianchi e osserv il mare di tende che lo circondava. Lui stesso, neanche un istante prima, aveva dubitato che quelle legioni fossero sufficienti. Subito dopo essere entrato nella Dacia aveva diviso le sue truppe in due grandi eserciti, uno con quattro legioni sotto il suo comando personale e una seconda forza di tre legioni che avanzava in parallelo verso il Nord, ma pi a ovest, al comando di Tettio Giuliano, il governatore della Mesia Superiore. L'idea era coprire il massimo territorio possibile ed evitare che i Daci potessero circondarli.

 ora di riunire tutti i legati e gli ufficiali di pi alto rango, Longino disse Traiano. Nel praetorium, dopo la cena. Voglio conoscere l'opinione degli altri.

Longino annu. L'imperatore gli si avvicin e gli mise la mano sulla spalla destra, quella del braccio invalido.

Cacceremo questa lince dacica, amico mio.

Longino sorrise. S, ne sono sicuro:  un Cesare quello che caccia ora.

Un Cesare per tutti; un amico per te, lo sai.

Longino torn a sorridere.

Fai richiamare tutti disse allora Traiano. Ci organizzeremo bene. Ho alcune idee.

D'accordo rispose Longino. Sent la mano dell'imperatore sulla spalla stringerlo con forza, poi allentare la presa.

Alla fine, Traiano si gir ed entr nel praetorium.

Lo stato maggiore dell'imperatore era riunito.

Cos stanno le cose disse il Cesare dopo aver riassunto la situazione. Ora voglio sapere cosa ne pensate.

Traiano mostr su di una mappa dispiegata sul tavolo del praetorium in che modo sembravano essersi distribuite le truppe che Daci, Rossolani, Bastarni e Sarmati avevano raccolto nella valle di Tape e che potevano arrivare a trentamila uomini secondo il calcolo degli esploratori che si erano allontanati dall'avamposto dove era riunito il grosso delle legioni. Rimanevano da localizzare i diecimila cavalieri sarmatici.

Di fronte a quella enorme forza, loro potevano opporre un contingente simile di quarantamila uomini tra legionari regolari, ausiliari, cavalleria e coorti pretoriane.

Le tre legioni del secondo esercito d'invasione della Dacia si trovavano, se il calcolo dei messaggeri era giusto, a un giorno di marcia.

Quieto, Longino, Sura, Liviano, Nigrino e Adriano, nipote del Cesare, osservavano la mappa con attenzione, ma nessuno sembrava arrischiarsi a parlare, fino a che uno di loro si decise.

Sono il pi anziano inizi Lucio Licinio Sura quindi parler io per primo: i Daci non hanno fatto altro che tentare di allontanarci dal fiume. Sanno che solo attraversando il Danubio possiamo approvvigionarci meglio. Tape  un luogo maledetto.  un posto perfetto per un'imboscata, e il nemico lo sa. Gli  riuscito molto bene in passato e per questo si sono ritirati in quella valle. La cosa pi prudente sarebbe aspettare che le legioni di Tettio Giuliano si uniscano alle nostre, ma anche cos non mi piace per niente l'idea di entrare in quel territorio; ma  pur vero che se non lo facciamo  molto probabile che Decebalo non si muova, e il tempo passa. L'inverno  terribile in questa regione. Dobbiamo sconfiggerli prima che arrivi il freddo o, almeno, ottenere una vittoria che li indebolisca. La verit, Cesare... Il vecchio senatore, ora legatus per ordine imperiale, abbass la voce ... che non so bene cosa consigliare.

Traiano annu comprendendo il discorso di Sura. Si guard intorno.

Per tutti gli dei! esclam Lusio Quieto. Io dico che dobbiamo attaccare.  vero che molti legionari temono quella valle, ma ce ne sono molti altri ai quali piacerebbe restituire il colpo ai Daci per la sconfitta subita quando Fusco ha condotto la legione V alla distruzione. E so che ora gli uomini lotteranno con pi determinazione di allora perch  l'imperatore in persona a guidarli. S'impegneranno a fondo e per i Daci e tutti i loro alleati questa volta non sar pi tanto facile. Possiamo ripetere la vittoria di Tettio ma in modo anche pi schiacciante, anche se...

S? indag Traiano davanti ai dubbi del suo ufficiale.

Bisogner coprire bene i fianchi, Cesare specific Quieto, esperto di cavalleria. Non sappiamo dove sono i loro maledetti cavalieri sarmatici.

S, questo  vero conferm l'imperatore. Ci ho pensato. Infatti ho abbozzato un piano d'attacco. E, acceso dall'ardore di Quieto, si decise a condividerlo col resto dei suoi ufficiali. Il terreno  cambiato rispetto alle ultime battaglie. Molti degli alberi della parte centrale della valle sono scomparsi. Rimangono solo sterpaglie e arbusti. L'avanzamento non sar facile per i legionari: dovranno entrare a lance spiegate in parallelo, come una grande forza d'urto. Ovviamente Decebalo distribuir i Sarmati, i Rossolani e gli altri nelle montagne della valle per sorprenderci con delle imboscate.  chiaro che stanno nascondendo la cavalleria in questi boschi. Sar difficile trovare lo spazio di manovra necessario, ma le coorti miste di fanteria e cavalleria e le truppe ausiliarie dovranno avanzare parallelamente alle legioni, qualcuno da dietro forse, ma non molti, per proteggere i fianchi con legionari e cavalieri. La cosa pi importante  che non ci sconfiggano o ci ritroveremo circondati dal nemico. Sono sicuro che le legioni potranno sopraffare i Daci in uno scontro frontale. La questione  far s che questo scontro si verifichi.

Traiano alz lo sguardo e vide che Sura e Quieto annuivano, intu per il dubbio sui volti degli altri ufficiali.

Invieremo anche dei messaggeri a Tettio Giuliano con l'ordine che si sposti fino a qui a marce forzate, nel minor tempo possibile. Se dispieghiamo le truppe all'alba e la battaglia inizia a mezzogiorno, Tettio Giuliano avr il tempo di raggiungerci con le sue truppe durante il pomeriggio. Il suo arrivo inaspettato demoralizzer i Daci e Tettio li superer, soprattutto se riuscir a entrare nella valle da questo fianco. E indic i monti Semenic alla sinistra della valle in cui avrebbero dovuto avanzare le truppe romane. In questo modo riusciremo a sorprenderli con un'imboscata, nella stessa imboscata che ci avranno preparato.

E perch non aspettare che arrivi Tettio con pi tranquillit? domand Adriano.

Traiano guard il nipote con freddezza. Aveva deciso di portarlo con s per allontanarlo da Vibia Sabina. Almeno cos, durante i mesi della spedizione militare, la ragazza avrebbe potuto tranquillizzarsi e forse avere il tempo di accettare l'idea che Adriano era ormai, nel bene o nel male, suo marito.

Bisogna attaccare prima perch non voglio dar motivo a Decebalo di ritirarsi rispose. Qualcosa mi dice, per Giove, che se uniamo i nostri due eserciti prima della battaglia il re dacico si ritirer nelle sue citt e fortezze in attesa dell'inverno. Loro saranno ben provvisti e noi invece dovremo trasportare gli approvvigionamenti per sette legioni attraverso strade infangate, o peggio innevate, quasi impraticabili. E nelle tende dei legionari fa molto pi freddo che nelle case delle loro citt e fortificazioni. Per questo non voglio aspettare Tettio Giuliano ma attaccare subito, perch Decebalo ci veda come una preda accessibile; ci che il re dacico non pu immaginare  che Tettio possa apparire durante la battaglia. L'imperatore guard allora Sura. Tettio sar in grado di arrivare in tempo? Questa  la chiave dell'intero piano.

 un uomo coraggioso, esperto e bravo al comando rispose Sura. Credo che se ricever l'ordine imperiale di muoversi a marce forzate arriver in tempo per la battaglia; metterebbe a repentaglio la vita per farlo.  un piano rischioso, ma le grandi campagne militari richiedono un certo livello di audacia. E condivido l'opinione del Cesare che se Decebalo vedesse le nostre forze nuovamente riunite, forse fuggirebbe dal combattimento.

Allora  deciso conferm Traiano. All'alba inizieremo lo spiegamento delle legioni e Roma avanzer in questa maledetta valle ancora una volta. E questa volta non ci ritireremo. Quando saremo entrati nella valle di Tape non si potr tornare indietro. Succeda quel che succeda. Non ci ritireremo. Morte o vittoria!

Morte o vittoria! ripeterono tutti i legati all'unisono, anche se alcuni con pi convinzione di altri. In particolare Adriano, la cui voce quasi non si ud, ma Traiano stava pensando solo al suo piano nella valle di Tape.

39

SCONFITTO

Aizis, interno della Dacia
Giugno del 101 d.C.

Apollodoro entr nel praetorium dell'accampamento militare nel cuore della notte. Era ancora ricoperto della polvere e del fango delle strade malmesse della Mesia Superiore e dei percorsi non lastricati della Dacia. Aveva visto opere di ricostruzione in molte delle strade. In Mesia i legionari lavoravano per migliorare le comunicazioni della regione, ma c'erano ancora molte zone in cui la pioggia aveva trasformato alcuni tratti in percorsi difficilmente praticabili se non a cavallo. L'architetto aveva notato, in particolare, i complicati lavori che Traiano aveva ordinato di fare sulle rive del Danubio. I legionari dovevano scavare la roccia della sponda del fiume, per continuare a tracciare le strade. Erano percorsi destinati ai buoi e ai cavalli che tiravano le chiatte su per il fiume con approvvigionamenti per l'esercito. Un lavoro impressionante che dimostrava chiaramente l'impegno dell'imperatore in quella campagna militare.

Apollodoro era esausto dal tanto cavalcare. E delle strade della Dacia, a nord del Danubio, meglio non parlare. Tuttavia l'imperatore non si era voluto fermare a Viminacium nemmeno una settimana, cosicch l'architetto aveva dovuto seguire il cammino del Cesare verso nord per poterlo incontrare. Ci di cui Apollodoro doveva discutere con l'imperatore andava detto di persona, faccia a faccia. Non si poteva iniziare un'opera che sarebbe durata anni senza l'esplicita approvazione dell'imperatore sulla sua esatta posizione. Non era cosa da affidare a messaggeri. Per questo Apollodoro si era messo in cammino.

Gli faceva male tutto il corpo, ma non ebbe nemmeno il tempo di pensare a chiedere dell'acqua quando entr nella grande stanza militare, la tenda del praetorium nell'accampamento del Cesare. In fondo a essa, si trovava l'imperatore di Roma, seduto.

Come va il ponte? chiese Traiano appena lo vide. Spero che tu abbia fatto questo viaggio per qualcosa di urgente. Ho una guerra per le mani.

Ho trovato la collocazione adatta per il ponte sul Danubio, Cesare rispose Apollodoro dopo un inchino e senza troppi giri di parole.

Dove? chiese l'imperatore, e si alz avvicinandosi al tavolo in cui si trovava la mappa aperta della provincia della Mesia Superiore, con sopra un calamaio e l'atramentum a un estremo e una lucerna accesa all'altro, per evitare che si piegasse arrotolandosi su se stessa.

Apollodoro guard la mappa per un paio di minuti per orientarsi. Poi mise il dito sul punto che identificava Viminacium e spost l'indice seguendo il corso del Danubio verso il basso, fino a fermarsi in un luogo preciso, oltre le Porte di Ferro.

Qui, Cesare.  un piccolo villaggio che chiamano Drobeta.  un luogo insignificante ma  la posizione migliore per costruire un ponte.

 lontano da Viminacium replic l'imperatore.

Apollodoro comprese che la posizione selezionata non sembrava soddisfare il Cesare. Augusto,  l'unico luogo possibile vicino a Viminacium spieg. Il Danubio  immenso. Vicino a Viminacium ci sono luoghi in cui il fiume si restringe di pi, ma in quelle gole ha una profondit di centocinquanta piedi.  impossibile lavorare a quelle profondit, e la forza dell'acqua  tale e il terreno cos selvaggio che sarebbe impossibile deviarne il corso. Nel punto che ho segnalato, a Drobeta, il corso del Danubio si calma, attraversa una pianura in cui l'acqua si espande in modo che la profondit si riduce a meno di trenta piedi. L potrei lavorare. E anche cos sar comunque un'opera molto difficile da realizzare. Avr bisogno di molto tempo e di molti uomini.

Perch tanto tempo e tanti uomini, architetto?

Perch se qui il fiume  molto meno profondo, e quindi rende possibile costruire il ponte,  anche molto pi largo. Ci che il fiume perde in profondit lo riprende in una larghezza sconfinata. Il ponte dovr attraversare una distanza di pi di mille passi, pi di... un miglio. Devo comunque fare i calcoli precisi, ma sono sicuro che non sia mai stato costruito qualcosa del genere, mai. Un ponte tanto lungo... mai.

Gi, vedo. Traiano si allontan dal tavolo riflettendo. Si ferm e si volt di nuovo verso l'architetto. Quanto tempo e quanti uomini?

Apollodoro sospir. Sapeva che ci che stava per dire non sarebbe piaciuto all'imperatore. Dieci anni e ventimila uomini, Cesare.

Traiano rimase pietrificato. Mai avrebbe pensato che erigere un ponte potesse costare tanto tempo e tanto lavoro.

Giulio Cesare eresse un ponte sul Reno in molto meno tempo, e anche il Reno  un fiume molto grosso.

S, senza dubbio, Cesare, ma non era tanto largo si difese Apollodoro. E inoltre quello era un ponte di legno, provvisorio. L'imperatore mi ha richiesto un ponte permanente, di pietra, che rimanga per sempre. Questo richiede lavoro in varie cave vicine, che bisogner localizzare, e molti alberi per le strutture delle impalcature e, soprattutto, per le strutture che devono sostenere le chiavi di volta in pietra degli archi fino a che non si sar consolidata tutta la costruzione. Bisogner estrarre l'acqua dalle intercapedini di ogni pilastro e si dovr alzare una cinquantina di pilastri di pietra, forse di pi.  un'opera comparabile a... all'Anfiteatro Flavio, e la costruzione dell'anfiteatro necessit di questo tempo e di questi uomini, Cesare.

Ora fu Traiano a sospirare mentre si sedeva nuovamente sulla sua sella curulis situata in fondo alla tenda.

Troppo tempo e troppi uomini. Devi pensare a una soluzione per farcela prima. Qualcosa mi dice che presto o tardi avr bisogno di questo ponte.

Apollodoro volse gli occhi verso la mappa aperta della Mesia Superiore. Esamin il corso del fiume in cerca di un altro luogo, ma, man mano che controllava l'intero corso attraverso quella regione, continuava a scuotere lievemente la testa No, non esisteva un altro luogo, n un altro modo. I problemi per non finivano l.

Per il momento puoi disporre solo delle due coorti che Tettio Giuliano ti ha inviato specific l'imperatore. Siamo di nuovo in guerra con Decebalo, e ho bisogno di tutte le legioni. A guerra finita vedremo se potr darti altri uomini. Ho ordinato a Giuliano di inviarti un tribuno esperto al comando delle coorti.

Apollodoro pens a quel tribuno. No, non s'intendeva con quel Cincinnato che comandava le due coorti, ma pens che sarebbe stato infantile lamentarsene. L'architetto si avvicin di un paio di passi all'imperatore.

Augusto, per tutti gli dei e con tutto il rispetto: con novecento uomini appena non potr fare nulla.

 ci di cui disponi al momento. Approfittane.

Traiano alz la mano destra e i pretoriani alla porta della tenda aprirono le tele che permettevano l'entrata e l'uscita delle persone dal praetorium. Apollodoro annu e, in silenzio, usc all'esterno. Una volta fuori, cammin un poco sotto la pioggia fine che cadeva sulla Dacia con una persistenza infinita.

Novecento uomini mormor tra i denti.

Il compito assegnatogli era impossibile. E in meno tempo ancora meno realizzabile. Il Cesare lo voleva quanto prima. Era assurdo. E voleva che trovasse una soluzione. Questo aveva detto. Apollodoro si sent sopraffatto, sconfitto, e non aveva neppure cominciato.

40

LA VALLE MALEDETTA

Valle di Tape
2 giugno del 101 d.C., hora prima
Al centro della valle, nel Nord
Prima linea dell'esercito dacico

Gli stendardi della legione V Alaudae e della XXI Rapax tornavano a risplendere sotto la luce del sole. Solo che questa volta non li portava nessun signifer romano, ma li brandivano i cavalieri cataphracti della guardia personale del re Decebalo.

Alzateli! esclam Decebalo. Voglio che li vedano bene! Voglio che vedano ci di cui sono capaci i Daci! Voglio che i Romani vedano gli stendardi delle legioni che in passato hanno inviato contro di noi, e che ora noi esibiamo qui, catturati e sconfitti! Alzateli bene, per Zalmoxis!

Diegis e Vezinas cavalcavano vicino al re. Dietro di loro pi di ventimila fanti dacichi avanzavano orgogliosi e decisi. E c'erano anche i Rossolani, i Bastarni e i Sarmati appostati sulle montagne. In quella valle avevano gi sconfitto i Romani e sarebbero tornati a farlo. Decebalo si diresse verso i suoi due pileati di maggior fiducia, coloro ai quali aveva delegato il comando delle truppe nelle grandi campagne, anche se in questa occasione speciale rimaneva sotto la sua supervisione diretta. Sapeva che lo stesso imperatore conduceva le nuove legioni che avevano osato attraversare il Danubio e voleva che i suoi uomini vedessero che lui non aveva paura e che, quindi, nemmeno loro dovevano temere le nuove truppe di Roma e il suo nuovo imperatore.

Alle vostre posizioni e aspettate il mio segnale! disse il re, e Diegis e Vezinas spronarono i cavalli, il primo per collocarsi nella prima linea dell'esercito, al centro della valle, e il secondo per cavalcare verso i monti Banatului, all'estremo della conca e alla sinistra del grande esercito dacico.

Centro della valle
Prima linea romana

Le legioni I, II, III, VII entrarono nella valle di Tape di buon passo, ma la paura si rifletteva sul volto di ognuno dei legionari che componevano l'esercito di Roma. L'imperatore aveva ordinato che le quattro legioni avanzassero in colonna, con un forte contingente di truppe ausiliarie davanti, seguite dalla cavalleria nordafricana di Lusio Quieto agli estremi della formazione. Ma, a differenza di Cornelio Fusco, che anni prima era entrato nella valle senza proteggere i fianchi, Traiano aveva ordinato che varie coorti miste, di cavalleria e fanteria, proteggessero il fianco destro dell'esercito, mentre le truppe della fanteria ausiliaria, rinforzate con alcune turmae di milizie a cavallo, facessero lo stesso sul fianco sinistro. Lucio Licinio Sura era al comando delle coorti miste sull'ala destra dell'esercito romano, e Nigrino e Adriano al comando di quella sinistra.

L'imperatore cavalcava accanto a Longino, seguito da vicino dal prefetto del pretorio Liviano e dalla sua cavalleria di singulares, che fungevano da guardia personale dell'imperatore.

Proprio nel momento in cui l'esercito romano raggiungeva il centro della pianura circondata da montagne, Marco Ulpio Traiano sollev la mano destra. Nel giro di un solo istante, il suo ordine fu ripetuto da centinaia di ufficiali e bucinatores delle varie unit di quel grande assembramento di truppe, e l'esercito di Roma si arrest.

Traiano si rivolse quindi a Longino. Che si schierino gli ausiliari, la cavalleria di Quieto e le legioni in prima linea.

S, Cesare. Longino colp con i talloni il ventre del suo cavallo per raggiungere il capo della cavalleria e trasmettere personalmente gli ordini a Quieto e ai vari legati.

Traiano, nel frattempo, si rivolse a Liviano. Di' a Sura di prendere posizione ai piedi di quelle montagne. E indic i monti Banatului. E invia uno dei tuoi tribuni da Nigrino e Adriano, affinch si posizionino sull'altro versante. L'imperatore indic il lato opposto della valle, puntando i boschi dei monti Semenic. Agiremo secondo il piano.

Liviano si port il pugno al petto e, insieme a Longino, part per eseguire l'ordine ipso facto.

Marco Ulpio Traiano rimase l, per un momento, da solo. Guard verso il fronte. L'intera potenza dell'esercito dacico si dispiegava davanti a loro. Forse venticinquemila guerrieri. Era difficile dirlo. Ma il peggio era che quelle non erano tutte le truppe del nemico. Di questo era sicuro. L'imperatore si protesse gli occhi con il palmo della mano destra per poter esaminare bene l'orizzonte alla fine della valle.

Eccoti l disse intravvedendo un cavaliere circondato da un nutrito gruppo di cataphracti nella prima linea dacica. Era il re Decebalo. Non si nascondeva. Come lui, come l'imperatore di Roma, il re della Dacia voleva mostrarsi ai suoi uomini.

Traiano annu. Si trovava di fronte a un nemico coraggioso, su questo non aveva dubbi, e che, alla fine, si era deciso a entrare in battaglia. Poteva accadere di tutto, specialmente se Tettio Giuliano non fosse arrivato in tempo con il secondo esercito della spedizione. Quelle tre legioni potevano ribaltare l'esito del combattimento che stava per avere luogo.

No, Traiano non era sicuro di come sarebbe andata quel giorno; inspir a fondo. Tuttavia, curiosamente, si sentiva mille volte meglio l, in mezzo a quella pericolosa valle, di fronte al temibile esercito dacico, pochi istanti prima dell'inizio di un'enorme battaglia, che tra le comodit e i lussi del palazzo imperiale di Roma. Roma non poteva essere separata dai suoi intrighi, dai processi, dai nemici nascosti e dalle ombre in agguato dietro a ogni angolo. L, nel cuore della Dacia, Traiano si sentiva meglio. Il processo della vestale Menenia, il volto triste di Vibia Sabina, la mancanza di denaro nell'aerarium... tutto ci, da l, sembrava appartenere a un altro mondo, a un'altra vita.

Menenia. L'imperatore abbass lo sguardo per un istante. Ci che lo legava a lei era... un compromesso ineludibile. Lui avrebbe fatto la sua parte. Anche se questo avrebbe comportato doversi scontrare col maledetto rex sacrorum del Collegio dei pontefici e con vari senatori; era fondamentale che Plinio fornisse sufficienti argomenti per contrastare i nemici della vestale. Plinio ce l'avrebbe fatta. Traiano non sapeva come, ma quel senatore e avvocato avrebbe trovato il modo. Lo aveva gi visto all'opera in altri processi al senato. Plinio era il migliore nell'uso delle parole. Ci dava forza all'imperatore. Cos pure il sentirsi in pace con se stesso per avere rispettato gli obblighi del passato. Non c'era niente di meglio che entrare in combattimento con la coscienza tranquilla.

La retroguardia dell'esercito romano

Dione Cocceiano osservava ogni cosa da un carro di rifornimenti. L'imperatore lo aveva invitato ad andare con lui al Nord, nella campagna contro i Daci. Dione non aveva esitato e aveva accettato. Anche se poteva essere pericoloso, nutriva una curiosit infinita di vedere il Cesare nel suo autentico mondo e, inoltre, questo gli avrebbe permesso di studiare popoli diversi da Roma. Il filosofo era gi entrato in contatto con i Geto-Daci in passato, durante il suo esilio all'epoca di Domiziano, e quello era un popolo che ammirava per il suo valore.

Il carro era condotto da un legionario.

Sembra che l'imperatore si stia preoccupando di coprire i fianchi del nostro esercito disse Dione Cocceiano.

Cos sembra, s conferm il conducente del carro, laconico. Parlava come se quella guerra non lo riguardasse.

Il filosofo decise di non aggiungere altro. Aveva avvertito la paura mascherata da indifferenza in quel legionario, un veterano della campagna di Fusco, secondo quanto gli avevano detto. Il filosofo torn a osservare.

Prima linea dell'esercito dacico

Diegis si mise in testa alla fanteria dacica. Not che i Romani schieravano truppe ausiliarie d'avanguardia davanti alle legioni. Ai lati estremi c'era la cavalleria nemica. Sicuramente avrebbero cercato di riversarsi sulle ali, ma la valle non lasciava margine di manovra, e presto, quando i cataphracti sarmatici, la cavalleria dacica, i Rossolani e i Bastarni e gli arcieri avessero attaccato i fianchi dell'esercito romano, la cavalleria nemica avrebbe dovuto preoccuparsi di difendersi pi che di attaccare. No, Diegis non era preoccupato per l'esercito che avevano di fronte, ma per il fatto che non sapevano nulla del secondo esercito romano di cui avevano parlato alcuni cacciatori giorni prima. Dov'erano quelle truppe? Quella nuova forza militare avrebbe potuto sbilanciare lo scontro. Il re sembrava persuaso che il secondo esercito fosse ancora troppo lontano per aiutare l'imperatore a Tape. Diegis si guard alle spalle. Decebalo alz il braccio destro e lo trattenne in alto per un momento. Il pileatus non smise per un solo istante di guardare il suo re. Vide Decebalo muovere affermativamente la testa e, quindi, lasciar cadere il braccio di colpo.

Diegis gonfi i polmoni. Darma, darma, darma! [Distruggete, distruggete, distruggete] url. Per Zalmoxis, per il nostro re, per la Dacia!

Un rumore furioso, assordante, irruppe nella valle di Tape. L'esercito dacico si lanci all'attacco.

Centro dell'esercito romano

Le urla del nemico fecero sobbalzare Traiano mettendo immediatamente a tacere i suoi pensieri su Roma, Menenia e le finanze dello Stato. Era arrivata l'ora. Alz il braccio destro e cerc con lo sguardo Longino e gli altri legati. Quindi Marco Ulpio Traiano abbass il braccio con decisione.

Prima linea dell'esercito romano

Longino vide che i Daci si lanciavano all'attacco. Il rumore creato dalle loro urla era terribile. E funzionava. Faceva davvero paura. Terrore puro. Come tutto, in quella maledetta valle. Longino non aveva dimenticato che molti legionari continuavano a temere di combattere in quel luogo, di combattere quella battaglia. Guard avanti e vide Decebalo circondato dalla sua guardia, riconobbe il terribile Balaur a forma di drago e di lupo, le insegne delle truppe daciche da combattimento, ma vide anche gli stendardi delle legioni V e XXI annientate dai Daci e dai Sarmati nelle battaglie precedenti. Traiano non poteva riconoscere gli stendardi dalla sua posizione pi arretrata. Li stavano provocando. Il legatus si volt per guardare l'imperatore. Lo vide alzare il braccio e abbassarlo per dare il segnale di rispondere all'attacco dei Daci. Longino annu e ripet l'ordine, riproducendo quel gesto. Le legioni si misero in funzione come una potente macchina: le truppe ausiliarie in prima linea, un nutrito gruppo di Traci, Illiri e Britanni, si fecero avanti per rispondere all'attacco della fanteria dacica. Avanzavano con le loro spade ancora inguainate mentre con una mano brandivano una lancia e nell'altra sostenevano lo scudo ovale. I pi fortunati erano protetti da una lorica hamata, una cotta di maglia pesante, mentre coloro che non potevano permettersi una corazza di tale valore avevano delle protezioni di cuoio, pi comuni tra gli ausiliari. Le coorti, subito dietro, erano distribuite a triplex acies, con la seconda, quarta e settima coorte di ognuna davanti, essendo composte dai legionari pi giovani e inesperti. Come sempre, Roma riservava i suoi uomini migliori per il prosieguo.

Longino si rivolse a un optio al suo fianco. Il tuo scudo! Dammelo, optio!

L'ufficiale, un po' confuso, si avvicin a Longino e gli consegn lo scudo rettangolare e concavo. Longino lo prese a fatica col suo braccio destro invalido, brand la spatha con la mano sinistra e inizi a colpire lo scudo con la spada, ritmicamente, in modo continuo. Gli ufficiali intorno a lui lo imitarono e il gesto si estese alle quattro legioni schierate dietro la linea di ausiliari che continuava a correre incontro alla prima linea nemica. In breve, le grida assordanti dei Daci furono avvolte dall'enorme trambusto delle migliaia di legionari che battevano i gladios contro gli scudi. La valle di Tape vibrava, la terra tremava, il tempo si fermava. Roma entrava in battaglia.

41

L'AVANZATA DI GIULIANO

A ovest dei monti Semenic
2 giugno del 101 d.C.

Arriva la turma disse uno dei tribuni al legatus.

Tettio Giuliano lasci il calice d'acqua che stava bevendo in mano a un calon della legione e fece alcuni passi per avvicinarsi al tribuno che aveva appena visto i cavalieri mandati avanti dalle legioni per esplorare il territorio.

Il decurione al comando della turma si ferm a poca distanza dal legatus augusti del secondo esercito di Roma in guerra a nord del Danubio. Smont con un salto e si ferm davanti al suo superiore.

Vicino o lontano? chiese Tettio Giuliano senza dar tempo al decurione di salutare.

L'ufficiale cap che il legatus augusti non era interessato alle formalit ma alle informazioni.

Entrambe le cose, legatus rispose. Rapidamente, per evitare l'ira del suo superiore, aggiunse le opportune spiegazioni. Siamo vicini perch questi monti... E indic le montagne che s'innalzavano alla destra dell'esercito. ...sono i monti Semenic. Di questo sono sicuro, legatus, li riconosco dall'ultima spedizione, ma dobbiamo attraversarli per arrivare alla valle di Tape, ed essi sono fitti di alberi, arbusti e, soprattutto, infestati di cavalieri dacichi; e credo ci siano anche molti Sarmati tra loro, cataphracti, protetti molto bene su tutto il corpo. Abbiamo avuto uno scontro con alcuni di loro e abbiamo perso quattro uomini, buoni uomini, legatus, per colpa di queste protezioni che indossano, queste maledette corazze e la fitta boscaglia. Tutto ci rende difficilissimo riuscire a passare. Per questo credo anche che siamo terribilmente lontani dal raggiungere la valle...

Siamo vicini lo interruppe Tettio Giuliano. Siamo vicini, decurione, e questo sar ci che dirai a tutti, perch siamo davvero vicini. Se per salire le montagne dovremo combattere contro cataphracti sarmatici, questa  un'altra cosa, ma siamo vicini, e attraverseremo questi monti questa stessa mattina.  in gioco la sopravvivenza del primo esercito, delle legioni dell'imperatore. Quindi attraverseremo quelle montagne.

S, legatus rispose il decurione senza aggiungere altro. Non era sicuro che quello fosse possibile, o almeno non in un tempo tanto breve, ma non era il caso di discutere con un superiore.

Tettio Giuliano si allontan di alcuni passi dal gruppo di ufficiali che lo circondavano e guard verso i monti Semenic. Erano l, e loro dovevano attraversarli. Alz la mano destra, senza guardare indietro, e fece un segnale con il dito indice perch si avvicinassero. I tribuni si accostarono al legatus augusti per ricevere gli ordini. Tettio Giuliano inizi a parlare. Non li guardava. Aveva occhi solo per quelle incolte montagne.

Tutta la cavalleria andr avanti, aprendo il cammino, assieme agli ausiliari a piedi. Rastrelleranno i boschi. I Sarmati ci attaccheranno e ci saranno molte vittime da entrambe le parti. Quando i nostri cavalieri e ausiliari non potranno pi avanzare li rimpiazzeremo con le coorti delle legioni. La battaglia allora diverr un corpo a corpo, in mezzo a un bosco, circondati da alberi e da un nemico che non conosciamo.  una follia, ma i miei ordini sono di entrare nella valle di Tape attraversando questi monti e annientare il nemico che incontreremo. Sono gli ordini dell'imperatore di Roma e se vuole che lo facciamo questa stessa mattina  perch in questo momento l'imperatore star gi combattendo nella valle, oltre le montagne, e dobbiamo raggiungerlo a ogni costo. Smise di guardare i monti Semenic e si rivolse agli ufficiali, che lo avevano ascoltato tesi e nervosi. Qualche domanda?

Tutti avevano mille domande in testa, ma nessuno apr bocca.

Bene prosegu Tettio Giuliano. Io sar al comando della legione V al centro, la legione I andr sul fianco sinistro e la legione XIII a destra. Anzi, mi correggo. Lasceremo varie turmae sulle ali per coprire i fianchi. La met delle turmae di ogni legione in testa, davanti alle legioni, e l'altra met a coprire i fianchi. Guard un momento a terra, doveva ponderare bene i pensieri; alz di nuovo lo sguardo. S, le turmae della prima legione andranno con gli ausiliari davanti, aprendo il cammino, e le legioni I e XIII posizioneranno la propria cavalleria ai fianchi. Lasceremo tutti i rifornimenti indietro. Se vinceremo, se riusciremo ad attraversare questi monti e a unirci alle legioni dell'imperatore, ci sar poi tempo per recuperare tutti i viveri. Se non sopravvivremo... E qui tacque; non aveva senso parlarne. Alla fine, sar morte o vittoria. Niente di nuovo. Avanti, per Marte. E dato che gli ufficiali stavano ancora organizzando gli ordini ricevuti e non si muovevano, aggiunse: Andiamo, per Roma, per l'imperatore!.

I tribuni del secondo esercito della spedizione militare si dispersero ognuno in direzione della propria legione. Tutti sapevano che molti di loro non sarebbero arrivati vivi alla fine di quel giorno. Erano veterani in quei combattimenti. Vita da cani. Bella vita per molti giorni, ma quella mattina sarebbe stata molto dura, anzi pessima.

42

VERSO DROBETA

Sulla via di ritorno a Viminacium dall'interno della Dacia
2 giugno del 101 d.C.

La forte pioggia li aveva obbligati a fermarsi. Improvvisamente il cielo, che dall'alba era stato sereno, si era riempito di nuvole. Era quasi impossibile avanzare, cos il decurione al comando della scorta dell'architetto aveva ordinato di montare rapidamente le tende per passare l il resto del giorno, finch la pioggia non fosse diminuita.

Apollodoro pens che se la pioggia si fosse spostata verso nord sarebbe stato un grosso ostacolo per l'esercito imperiale, anche se quella non era la sua preoccupazione maggiore: stavano viaggiando in direzione di Viminacium per poi dirigersi a Drobeta, il luogo che lui aveva scelto per costruire il grande ponte che voleva il Cesare, un ponte irrealizzabile nelle condizioni e nei tempi che l'imperatore esigeva.

Apollodoro si trovava nella propria tenda dell'accampamento. All'esterno poteva intravvedere l'ombra del povero legionario che stava di guardia sotto la pioggia della Dacia. Poi port lo sguardo sui progetti del ponte che doveva costruire a Drobeta. Sospir. Farlo in meno di dieci anni. Questo aveva chiesto l'imperatore e questo era impossibile. Per Castore e Polluce! Se nemmeno aveva gli uomini necessari! Due coorti. Cosa avrebbe fatto con quei pochi legionari? I suoi occhi continuavano a fissare il progetto: quaranta pilastri. Aveva ridotto a quaranta il numero dei pilastri in pietra da erigere per superare il corso del fiume in quel punto, separandoli il pi possibile gli uni dagli altri e forzando al massimo i calcoli sulla resistenza degli archi in pietra, ma anche cos erano troppi. E se ne avesse eliminati ancora? Scroll la testa. Tutta la struttura sarebbe crollata. No, non si potevano separare di pi i pilastri o le chiavi di volta in pietra non sarebbero state in grado di sostenere il peso. Troppo peso. Troppa pietra.

Scaravent il progetto a terra e si alz furioso.

In meno tempo. Questo chiedeva l'imperatore. Facile a dirsi. Ma il Danubio non si sarebbe ristretto perch l'imperatore esigeva la costruzione del ponte in meno tempo! Apollodoro si alz, raccolse la mappa e la rimise sul tavolo. Guard la lunga linea che marcava il corso del fiume: l continuava il Danubio, immenso e maestoso, provocatorio, mai conquistato da nessuno. Una frontiera perfetta sulla quale un Cesare pretendeva un ponte permanente! Si poteva attraversare solo in barca. Non era realizzabile. Quaranta pilastri. Troppo peso. La pietra e le chiavi di volta e il loro peso. Prese un nuovo papiro e inizi ad abbozzare un nuovo disegno. Meno pilastri esigevano meno peso. Era quella la soluzione. Inizi dei nuovi calcoli: la distanza per coprire il fiume e la distanza tra ogni pilastro. La campata massima, la distanza massima a cui poteva erigere un pilastro dall'altro senza che la struttura crollasse. Era completamente concentrato. La pioggia all'esterno aumentava. Una guerra stava iniziando, qualche miglio a nord. Roma, a sud, viveva isolata da tutto questo, nel suo mondo di gloria unica e perenne, mentre gli uomini si uccidevano ai confini del suo dominio. Ma per Apollodoro esistevano solo un fiume, un ponte e dei calcoli.

Dopo qualche istante cominci a sbuffare.

Diciannove pilastri disse. Si pu fare con diciannove pilastri. Nella met del tempo.

43

LA BATTAGLIA PI DIFFICILE

Valle di Tape
2 giugno del 101 d.C., hora secunda
Versante dei monti Banatului

Fanteria dacica e sarmatica

La battaglia al centro della valle continuava spietata. Secondo il piano concordato con Decebalo, Vezinas diede ordine che gli arcieri si affacciassero un istante dall'estremit del bosco pi vicino alla valle per lanciare varie raffiche di frecce sulle truppe romane, sul fianco destro dell'esercito. Era l'inizio della grande imboscata. Solo l'inizio. Quei Romani erano stati condotti da un imperatore pazzo a una morte sicura. Vezinas sorrideva soddisfatto.

Fianco destro dell'esercito romano

Lucio Licinio Sura, veterano di mille guerre, riusciva a sentire l'odore del nemico.

Sono qui disse a uno dei tribuni che lo accompagnavano. Sono qui, solo che non li vediamo.

Improvvisamente, dagli alberi emersero centinaia di arcieri.

Aaaah!

Le grida dei legionari in prima linea sul fianco destro misero immediatamente tutti in allerta.

Avanzate! esclam Sura con furia. Avanzate!

E i cavalieri e i legionari, proteggendosi con gli scudi alti per tentare di evitare l'impatto delle frecce che continuavano a piovere loro addosso, iniziarono ad avanzare verso il versante delle montagne. Sura sapeva che quella era l'unica strategia possibile. Lo aveva detto il Cesare la notte prima: una volta dentro quella valle non si poteva tornare indietro.

Centro dell'esercito romano

Marco Ulpio Traiano riusc a vedere le coorti legionarie in prima linea che si lanciavano dietro gli ausiliari per rispondere all'attacco della fanteria dacica, quando, inaspettatamente, ud le grida di decine di uomini feriti alla sua destra.

Ci attaccano su quel fianco disse Liviano.

Sura li tratterr rispose l'imperatore.

Proprio in quell'istante, all'estremo opposto, si ud un fragore, grida e il rimbombare di centinaia di zoccoli di cavalli nemici.

La cavalleria sarmatica, Cesare, disse allora Liviano sul fianco sinistro.

S rispose Traiano molto serio.

Ecco l'imboscata: fanteria dacica di fronte, arcieri e fanteria nemica sul fianco destro e cavalleria cataphracta sarmatica su quello sinistro. Traiano sapeva di aver condotto il suo esercito nella tana del lupo. Ora la questione era sapere se quel lupo poteva sbranarli o meno. Aveva bisogno che Tettio Giuliano arrivasse presto dalla retroguardia della cavalleria sarmatica o non avrebbero potuto resistere. Aveva elaborato una strategia difensiva, con tre fronti, in cui il nemico aveva preso l'iniziativa, e avrebbero recuperato il comando della battaglia solo con l'arrivo di Giuliano, ma fino ad allora dovevano resistere a tutti i costi.

Accorreremo con la cavalleria pretoriana dove le legioni o le coorti miste s'indeboliscono.

S, Cesare conferm Liviano.

Fianco sinistro dell'esercito romano

Nigrino cavalcava circondato da altri cavalieri romani. Gli ausiliari erano stati fatti avanzare da quel fianco per cercare di fermare l'avanzata dei Sarmati. Lo scontro ebbe luogo ai piedi del monte Semenic, sul versante orientale. Decine di cavalli si scontrarono tra loro. Le bestie nitrivano prese dal panico cercando, invano, di evitare di sbattere le une contro le altre. I cavalieri romani cercavano di ferire i Sarmati con i gladii ma le spade romane si rivelavano impotenti contro le protezioni metalliche che coprivano i guerrieri nemici, e questi, a loro volta, rispondevano con le infallibili spade a due mani. Il sangue scorreva, e scorreva pi sangue romano che sarmatico.

Ripiegate! Per Giove, ripiegate! ordin ai suoi uomini Adriano, che combatteva su quello stesso fianco. Avrebbero dovuto essere gli ausiliari a piedi a contenere l'avanzata dei Sarmati. Ma questi erano invincibili per gli stessi cavalieri.

Cavalleria sarmatica, monti Semenic

Marzio si era abituato in fretta alle pesanti protezioni delle armature sarmatiche e riusciva a cavalcare bene comunque. Alana l'aveva perfettamente istruito durante il lungo viaggio da Roma. Akkas dirigeva l'attacco nella zona in cui si trovava il gladiatore. Avevano disceso le montagne fino ad attaccare i Romani dell'esercito imperiale su un fianco. Un reparto di cavalieri romani gli era corso incontro, ma dopo poco loro li avevano obbligati a ritirarsi. Marzio aveva ucciso due cavalieri nemici.

Avanti! Per Bendis! url Akkas, e tutti lo seguirono.

I nemici da abbattere erano ora guerrieri illirici e traci e di altre regioni del mondo che Marzio non aveva mai visto. Lo aspettavano in piedi. Era l'ultimo ostacolo che i Romani interponevano tra loro e i carri di rifornimenti nel centro della valle. Se fossero riusciti ad attraversare quella linea avrebbero potuto circondare il nemico e attaccare le legioni dalla retroguardia. E questo sarebbe stato l'inizio della fine per l'esercito romano.

Andiamo di l! grid Marzio al suo cavallo perch non rimanesse indietro rispetto ai cavalieri che comandava Akkas. Andiamo di l! Per Nemesis. Ma soprattutto per Alana, per Tamura. Una vittoria come quella avrebbe allontanato i Romani dalla sua donna e da sua figlia, dalle loro vite, per sempre.

Prima linea romana

Gli ausiliari della prima linea stavano ripiegando a tutta velocit. I Daci li avevano spazzati via con le loro temute falces. Non avevano subito ancora molte vittime, ma avevano paura e, soprattutto, il presentimento che chi li stava conducendo in quella battaglia non avesse la situazione sotto controllo; quindi retrocedevano. Che le legioni facessero, per una volta, il lavoro sporco. Non avevano forse migliori protezioni? Che i legionari opponessero le loro lorica segmentata di ferro alle lame mortali dei Daci.

Alla vista della prematura ritirata degli ausiliari di prima linea, Longino guard indietro, verso Traiano, e questi torn a indicare col braccio. Longino ripet l'ordine.

La coorte seconda, quarta e settima avanti! E i bucinatores ripeterono le istruzioni cos che, in un istante, tutti gli ufficiali delle legioni I, II, III, VII ebbero ben chiaro che i legionari del primo turno, i pi inesperti, dovevano rimpiazzare gli ausiliari sulla prima linea di combattimento.

Centro dell'esercito romano

Ci superano sul fianco sinistro, Cesare! esclam il prefetto del pretorio.

Traiano si volt verso il lato in cui gli ausiliari a quell'estremit combattevano contro la cavalleria sarmatica. Sono i maledetti cataphracti! Nigrino e Adriano non ce l'hanno fatta contro di loro.

L'imperatore annu. Il mio elmo disse, e, immediatamente, un calon gli pass il suo elmo, con un volto inferocito inciso in bronzo rilucente. Traiano se lo aggiust rapido, allacciandosi bene il cinturino. Liviano, tocca a noi trattenere questi cataphracti!

Non sar facile, Cesare! ribatt il prefetto del pretorio indossando a sua volta l'elmo.

Questo lo rende pi interessante! gli rispose l'imperatore scherzando. Cercava di infondere coraggio ai suoi uomini senza mostrare la paura che lo tormentava. Quell'imboscata, anche se prevista, si stava rivelando spietata.

Liviano si rivolse ai cavalieri singulares, la cavalleria personale dell'imperatore di Roma. Con il Cesare! Morte o vittoria! Per Traiano!

Per Traiano! Per Traiano! Per Traiano! I cavalieri dell'imperatore gridavano all'unisono il nome del loro Cesare. Combattevano per lui e sarebbero morti per lui se necessario, ma prima avrebbero eliminato una gran quantit di quei maledetti Sarmati.

La cavalleria imperiale cominci ad avanzare al trotto, poi al galoppo, per scontrarsi con la pi terribile cavalleria del mondo: i cataphracti sarmatici, il cui potere distruttivo era equiparabile solo a quello dei cataphracti della Partia. L'unica fortuna era che i Sarmati avevano meno cavalieri corazzati dei Parti. Anche se ne avevano riuniti diverse migliaia ai piedi dei monti Semenic. Un nemico mortale.

Cavalleria sarmatica

 il loro imperatore disse Akkas riconoscendo la guardia pretoriana capeggiata da un cavaliere con un elmo di bronzo particolarmente appariscente e rilucente sotto il sole della Dacia. Andiamogli dietro! Per Bendis!

Gli ausiliari del fianco sinistro romano si ritiravano incapaci di resistere all'impatto con la cavalleria sarmatica. Nel ripiegare, tuttavia, aprirono dei passaggi attraverso cui si addentrarono i cavalieri dell'imperatore. E videro il Cesare in prima linea. Alcuni cominciarono a fermarsi. I Romani li pagavano bene per combattere contro i Daci e il resto dei loro alleati, e loro non stavano facendo al meglio il lavoro per cui si trovavano l. Vedere lo stesso imperatore entrare in combattimento per rimediare a ci in cui loro avevano fallito fece s che molti ci ripensassero e decidessero di unirsi come fanteria di appoggio alla cavalleria pretoriana, che sembrava non temere affatto i Sarmati.

Liviano aizz il suo cavallo con decisione.

Proteggete l'imperatore! Proteggete l'imperatore! grid ai cavalieri singulares pi vicini, perch Traiano era gi avanzato e poteva ritrovarsi circondato dai Sarmati da un momento all'altro.

Prima linea della cavalleria sarmata

 mio grid Akkas quando vide che l'imperatore si faceva avanti rispetto alla guardia pretoriana.  mio.

E i suoi uomini deviarono leggermente verso i cavalieri pretoriani che tentavano di proteggere il Cesare romano.

Akkas e Traiano s'incontrarono ai piedi dei monti Semenic. Il sarmata tir una lancia che l'imperatore evit piegandosi sopra al suo cavallo. Quasi senza spazio per respirare, il Cesare si ritrov con la spada di Akkas che colpiva il suo scudo. Traiano rispose con una buona mossa della sua spatha ma la lama sbatt contro l'armatura dell'avversario. Ci nonostante, questi si lasci scappare un grido di dolore. Traiano sorrise sotto l'elmo di bronzo. Sotto quelle maledette protezioni, quegli uomini erano di carne e ossa e forse l'imperatore ne aveva rotto qualcuno a quel capo sarmatico.

Akkas aveva superato l'imperatore con una spinta al galoppo, ma fren l'animale e lo gir di centottanta gradi per tornare ad affrontare il Romano che, a sua volta, fece girare il suo per prepararsi allo scontro. Perfetto pens Akkas. Il braccio gli doleva ma lo sentiva ancora forte. Non aveva niente di rotto. L'armatura lo aveva salvato. Ora l'imperatore avrebbe saputo cosa succedeva a qualsiasi romano, legionario o Cesare, che osava attraversare il Danubio. Molti familiari di Akkas erano stati uccisi dalle legioni di Roma. Attacc con furia. Il primo colpo fu allo scudo dell'imperatore, il secondo fu respinto dalla spada, il terzo di nuovo allo scudo, il quarto un'altra volta alla spada, il quinto... non trov il nemico. L'imperatore, che aveva un cavallo pi leggero e che inoltre portava un cavaliere di minor peso, poteva muoversi e manovrare con pi rapidit e si era allontanato dalla cavalcatura del sarmata.

Hai paura! disse Akkas nella sua lingua all'imperatore che, incapace di ferirlo, si ritirava. Si mise a ridere nel vedere che il Cesare romano rimaneva fermo, senza osare avvicinarsi.

Versante occidentale dei monti Semenic
Secondo esercito di Roma comandato da Tettio Giuliano

Gli ausiliari britanni che avanzavano furono i primi a scontrarsi con i cavalieri sarmatici sulle cime delle montagne. Erano arrivati esausti per la faticosa salita e, pur avendo sorpreso i nemici di Roma, che erano girati verso il lato opposto, questi voltarono i cavalli e spronarono gli animali verso di loro. I Britanni caddero feriti o morti sotto le lance sarmatiche. Quelli che erano riusciti a salvarsi fuggirono terrorizzati verso ovest.

Per Marte! disse Tettio Giuliano quando vide le truppe di prima linea scendere correndo a tutta velocit, la maggior parte degli uomini ricoperti di sangue. Che fanno quegli imbecilli?

Si sono scontrati con i cavalieri sarmatici, legatus! rispose un tribuno che stava retrocedendo dalla prima linea delle legioni per informare il superiore.

Tettio Giuliano chiese che gli portassero l'elmo. Non possiamo retrocedere disse mentre lo indossava. E dobbiamo superare queste montagne prima di... Guard il cielo, doveva gi essere l'hora tertia. Qualsiasi ritardo poteva essere disastroso, non solo per l'imperatore ma anche per la sopravvivenza dei due eserciti romani a nord del Danubio. Andiamo l, per tutti gli dei, andiamo l! esclam, e tutti si fecero da parte per lasciarlo passare. Che impresa folle disse tra i denti mentre avanzava.

Tettio Giuliano si mise accanto alle coorti in prima linea. I centurioni ne furono sorpresi. Non era comune vedere un legatus insieme alle coorti dei soldati giovani e inesperti. Gli alberi che li circondavano sembravano generare uno strano sussurro. Il vento era carico di guerra.

Sono gi qui! grid Giuliano a pieni polmoni.

I Sarmati apparvero tra i rami e gli arbusti. Era come se fossero discesi nell'Ade.

Valle di Tape
Prima linea dell'esercito imperiale

Longino dirigeva lo spostamento della seconda, settima e nona coorte dal resto delle unit, in particolare da quelle pi preparate, la prima, la sesta e l'ottava. I legionari di queste coorti erano i pi esperti e i migliori tra i giovani. Lo scontro con i Daci fu nuovamente brutale, ma i Romani che entravano in combattimento erano pi riposati, e molti di loro, pi furbi dei compagni, avevano indossato migliori protezioni su braccia e gambe, in modo che le terribili falces daciche videro ridotta la loro capacit distruttrice. Lo scontro continuava immutato.

Nigrino e Adriano non hanno resistito sul fianco sinistro! Longino si volt riconoscendo la voce di Quieto. Che cosa facciamo?

Longino e Quieto si voltarono per osservare ci che accadeva dietro di loro. Videro l'imperatore dirigere la cavalleria pretoriana contro i Sarmati che scendevano dalle montagne.

Dobbiamo mantenere le nostre posizioni! url Longino. Questi sono gli ordini dell'imperatore! Il Cesare resister su quel fianco con i singulares e i pretoriani, e se non ci riesce ci chiamer!

Quieto annu. Suppongo tu abbia ragione! rispose, e torn al galoppo verso la sua posizione, assieme alle unit di cavalleria in prima linea. Quieto era dubbioso ma la determinazione di Longino lo aveva convinto. Se si fosse perso il controllo dei nervi e non avessero seguito il piano deciso da Traiano tutto avrebbe potuto fallire. Non potevano eliminare la cavalleria di prima linea o i Daci sarebbero stati in grado di attaccare le nuove coorti che erano appena entrate in combattimento dai lati. Ognuno doveva resistere al suo posto come aveva detto Longino. Se Nigrino e Adriano non ci erano riusciti, c'era ancora la guardia pretoriana. Traiano non era un Cesare che fuggiva dal combattimento. Ci li avrebbe salvati.

Versante occidentale dei monti Semenic
Prima linea del secondo esercito romano

Il combattimento era tremendo, senza sosta. Tettio Giuliano camminava ferito, ricoperto dal suo stesso sangue e da quello nemico. Aveva gi ordinato la sostituzione delle coorti di prima linea con le pi esperte che risalivano il versante, ma manteneva la sua posizione in prima linea di combattimento. I centurioni difendevano le posizioni con rabbia. Nessuno voleva essere da meno del legatus che li comandava.

I Sarmati sembravano sorpresi dall'enorme resistenza di quei Romani, soprattutto perch erano molto pi numerosi di quanto avessero immaginato; inoltre provenivano dal lato opposto della valle e questo non se lo aspettavano. Alla fine, iniziarono a retrocedere lentamente, poi pi velocemente.

Si ritirano! I maledetti si ritirano! grid Tettio Giuliano alzando entrambe le braccia. Seguitemi tutti! Per il Cesare, per Roma! Morte o vittoria!

E le legioni salirono, spinte dall'irrazionale energia della guerra.

Valle di Tape, versante dei monti Banatului
Fianco destro dell'esercito romano

Lucio Licinio Sura ordin che i legionari al suo comando non desistessero fin quando non fossero giunti vicino alle prime linee di combattimento dei Daci, dei Rossolani e di chiunque altro si trovasse su quel fianco.

Solo cos smetteranno di massacrarci con le loro frecce! url affinch tutti gli ufficiali lo sentissero.

Tutti obbedirono perch quello, oltre a essere l'ordine di un superiore, era perfettamente sensato: una volta entrati nel combattimento corpo a corpo, gli arcieri nemici avrebbero dovuto smettere di lanciare le frecce per non rischiare di ferire i propri uomini. E non solo. I legionari lanciavano i pila un attimo prima di sguainare i gladii e molte di quelle lance avrebbero raggiunto gli arcieri nemici.

I combattimenti su quel fianco si sarebbero arenati in un corpo a corpo mortale e difficile per tutti, ma nel quale i Daci e i Rossolani e le altre trib alleate di Decebalo avrebbero conosciuto la potenza dell'organizzata difesa romana.

Vezinas rimaneva nella retroguardia cercando di scoprire qualche punto in cui potersi lanciare sui nemici, ma questi avevano costituito una linea di difesa impenetrabile ai piedi dei monti Banatului e, sebbene non sembrassero in grado di cominciare una salita per metterli in fuga, nemmeno apparivano propensi a lasciarsi sconfiggere. Vezinas alz lo sguardo e cerc con gli occhi Decebalo. Aveva bisogno di istruzioni.

N i Daci n i Romani sembrarono accorgersi, in quel momento, che il vento aveva cambiato direzione e che nubi scure cominciavano a ricoprire il cielo.

Valle di Tape, ai piedi dei monti Semenic
Cavalleria sarmatica

Hai paura! disse Akkas nella sua lingua all'imperatore che, incapace di ferirlo, si ritirava. Si mise a ridere nel vedere che il Cesare romano rimaneva fermo, senza osare avvicinarsi.

Dobbiamo ripiegare! ud il capo sarmatico alle sue spalle. Si gir. A parlare era stato Marzio. Stanno arrivando migliaia di Romani, da dietro! Ci hanno attaccato dall'altro versante delle montagne e stanno venendo qui!

Akkas esit. Guard verso i monti alle sue spalle e vide che migliaia di cavalieri del suo popolo stavano ripiegando verso nord, poi si rigir verso est e vide l'imperatore romano circondato da un paio di cavalieri della sua guardia. Lo aveva avuto cos vicino...

 qui!  lui! disse Akkas, ma Marzio neg con la testa.

Non importa! Se non ci ritiriamo rimarremo soli! La maggior parte sta scappando verso nord, con l'esercito dacico!

Per Bendis! Maledetti, siano tutti maledetti! grid Akkas mentre indietreggiava col suo cavallo.

Valle di Tape
Versante orientale dei monti Semenic

Tettio Giuliano emerse dagli alberi ricoperto di sangue, polvere e foglie secche, bagnate e sporche, appiccicate alla sua corazza, al volto e alle sue braccia che brandivano la spatha. Stava combattendo con un cavaliere sarmatico il cui cavallo ferito zoppicava e faticava a muoversi.

Avanti, per Roma! Per l'imperatore...! Era esausto. A malapena riusciva a gridare e a combattere allo stesso tempo.

I legionari lo seguivano da vicino, comandati da tutti i tribuni e i centurioni. I bucinatores non cessavano di suonare le trombe.

A un centinaio di passi, Traiano vide che finalmente la cavalleria sarmatica ripiegava verso nord.

La battaglia  nostra! esclam il Cesare a Liviano. Ora abbiamo noi il vantaggio!

S, augusto! conferm il prefetto del pretorio. Ma sarebbe prudente che il Cesare ritornasse al centro della valle! Io rimarr qui con parte della guardia per appoggiare Tettio Giuliano!

No, Liviano! Il Cesare combatter ora su questo fianco! Andiamo l! E Traiano lanci il suo cavallo contro i cavalieri sarmatici che stavano indietreggiando. Voleva raggiungere quel capo nemico contro il quale aveva combattuto e che lo aveva chiaramente sfidato, ma era impossibile. Le legioni di Giuliano avanzavano dal versante della montagna come una moltitudine interminabile di uomini e presto occuparono tutto lo spazio.

Con gran sollievo del prefetto del pretorio, l'imperatore ferm il suo cavallo.

D'accordo, Liviano, torner al centro. Sembra che Tettio Giuliano abbia una faccenda personale da risolvere con questi Sarmati disse il Cesare mentre osservava il legatus che, nonostante le ferite, continuava a condurre l'offensiva su quel fianco senza fermarsi nemmeno a salutare l'imperatore.

Niente male. Giuliano aveva ricevuto l'ordine di arrivare l prima che la battaglia terminasse e di sgomberare quel lato della valle dal nemico. E questo stava facendo. Un grande uomo. Grazie a uomini cos, Roma governava il mondo.

Retroguardia dell'esercito dacico

Decebalo, col volto serio, assisteva all'irruzione del secondo esercito romano che scendeva dai monti Semenic. Diegis non tard a presentarsi al suo cospetto. Il nobile era sudato e la sua corazza era macchiata di sangue. Dall'energia con la quale si muoveva il pileatus, era evidente che fosse sangue romano e non suo quello che gli ricopriva il corpo.

Mio re, i Romani hanno teso un'imboscata ai Sarmati e questi ripiegano! Dobbiamo ritirarci o l'imperatore di Roma potr attaccarci su questo fianco. Vezinas  bloccato dall'altra parte della valle, e la nostra fanteria non pu avanzare al centro. Non abbiamo ancora perso ma la vittoria sar molto difficile. La maggior parte dell'esercito  intatta. Se ci ritiriamo ora la sorte della guerra non sar ancora decisa, ma se lasciamo che ci attacchino dall'altro lato dei monti Semenic...

Decebalo alz il braccio destro e Diegis tacque. Fu allora che si ud il primo tuono. Fino a quel momento nessuno sembrava essersi accorto che il sole era sparito dietro le nuvole.

Centro della valle di Tape
Retroguardia dell'esercito romano

La pioggia cadeva sulle spalle dell'imperatore Traiano, il quale, al trotto, avanzava verso il centro della valle.

Sembra che si ritirino, Cesare disse Liviano.

Per Giove! esclam l'imperatore. Bisogna cercare di evitarlo! E si lanci verso il fronte in cerca della posizione di Longino nella prima linea delle legioni I, II, III, IV.

Lo raggiunse al galoppo in pochi istanti.

Ave, Cesare! lo salut l'amico. Si ritirano!  una grande vittoria!

No, no, no! gli rispose Traiano urlando a squarciagola. Questa non  una vittoria! Abbiamo solo resistito ai loro attacchi e all'imboscata senza causar loro troppe perdite! Bisogna distruggere il loro esercito qui o la guerra sar interminabile! Ordina agli ausiliari e ai legionari delle coorti che sono in riserva che attacchino, che inseguano il nemico! Ora! Subito, per Marte!

Longino annu e part verso le posizioni pi avanzate per trasmettere gli ordini dell'imperatore. Traiano guard verso i fianchi. A destra, Sura perseguitava senza sosta i Daci di quel settore, ma questi, a loro volta, ripiegavano ben organizzati e la pioggia non sembrava aiutare Sura in quell'inseguimento.

C' fango ovunque, Cesare disse Liviano.

Lo so, lo so! grid Traiano con una certa disperazione.

Nessuno sembrava comprendere quanto si sarebbe complicata la guerra se non avessero ottenuto una vittoria schiacciante in quella maledetta valle. Guard l'altro lato: almeno sul fianco sinistro, Tettio Giuliano non aveva avuto bisogno che qualcuno gli ordinasse di lanciare gli ausiliari contro i Sarmati in fuga, ma anche l la pioggia stava aumentando e presto i legionari avrebbero faticato ad avanzare. I cavalieri sarmatici, con le loro pesanti corazze, erano obbligati a ritirarsi, ma anche loro faticavano ad avanzare pi rapidamente dei loro persecutori.

Maledetta pioggia, Cesare! esclam allora Liviano.

Maledetta mille volte, per Giove! conferm Marco Ulpio Traiano. Ci pu costare la guerra intera!

44

GLI ANTICRISTO

Myra, Licia1
Inverno del 101 d.C.

Dobbiamo aspettare qualche altro giorno disse il conducente del carro.

Si trovavano nel porto di Myra, nella provincia romana della Licia. Ignazio era preoccupato che un ritardo qualsiasi finisse per rendere quel viaggio uno sforzo inutile. Se fossero arrivati troppo tardi a Efeso, non avrebbe avuto la possibilit di porre a Giovanni, malato e molto debole, le domande che aveva in mente.

Perch dobbiamo aspettare? chiese tuttavia in tono cordiale. Dal momento che quel commerciante si era offerto di provvedere al viaggio da Antiochia fino a Efeso, non poteva mostrarsi impaziente o ingrato.

L'imbarcazione che deve comprare il nostro murex non  ancora arrivata. Il commerciante alz la tela che ricopriva il carico di molluschi che trasportava nel carro. Dal murex si otteneva il colore rosso usato nelle tinte degli indumenti di tutto l'impero e Myra costituiva uno dei centri chiave di quel commercio.

D'accordo... disse Ignazio, ma il commerciante intu che il suo compagno di viaggio non era solo preoccupato perch rischiavano di non arrivare in tempo a Efeso per parlare con Giovanni, ma anche perch si chiedeva dove avrebbero trascorso la notte.

Ho alcuni amici gli spieg quindi. Amici cristiani, buoni cristiani. Mise l'enfasi sulla parola buoni. Ci offriranno un alloggio.

Ignazio sorrise e accett di buon grado l'invito. Non voleva essere di peso, ma non aveva molto denaro n era facile trovare alloggio per un cristiano. C'era molta sfiducia nei confronti dei viaggiatori in quella provincia, uno dei territori pi antichi in cui banditi e pirati avevano trovato rifugio fino a quando Pompeo il Grande li aveva debellati con la gigantesca flotta romana.

Attraversarono il porto fino ad arrivare in prossimit del grande teatro greco della citt. L, dopo che il commerciante ebbe bussato, si apr una porta ed entrarono in una modesta ma pulita dimora in cui un'anziana coppia ricevette cordialmente entrambi i viaggiatori. Ignazio pot lavarsi e togliersi la polvere della strada e partecipare a una cena semplice, con formaggio, latte e pane.

Il commerciante non pot evitarlo e present Ignazio come un suo grande amico. Tutti siamo un po' vanitosi. Alcuni troppo.

Ignazio ha sentito le mani di Ges sulla sua testa disse.

Il fatto era che tutti avevano sentito parlare del profeta di Antiochia che era stato uno dei bambini benedetti da Ges, ma pochi avevano potuto vederlo, e molti meno parlare con lui o dargli ospitalit.

 un onore avere nella nostra casa qualcuno che ha incontrato Ges disse l'uomo. Ges  il nostro Dio.

Dio e uomo rimarc Ignazio in risposta. Un modello per tutti.

Senza dubbio accett l'anfitrione, ma non aggiunse altro su Ges. Si mise invece a parlare della citt e del pane che lui stesso produceva, poich quella era la sua professione.

Ignazio elogi allora il cibo servito per cena. Poi, su richiesta del padrone di casa, tutti andarono a dormire presto.

Dato il mio lavoro io non dormir ma rimarr nell'altra stanza, al forno, per impastare e preparare il pane per domani. Voi potete dormire qui, in cucina. Non  molto, ma sarete salvi dai banditi e al riparo dal freddo.

Ignazio e il commerciante si accomodarono su uno dei mucchi di fieno che si trovavano in un angolo. Quando rimasero soli, Ignazio disse a voce molto bassa al suo accompagnatore: Sei sicuro che questo fornaio sia un uomo di cui ci si pu fidare?.

Il commerciante non capiva da dove nascessero quei dubbi.

Ignazio si avvicin lentamente alla porta chiusa che dava accesso al forno. Mise la guancia sul legno e ascolt attento mentre alzava la mano affinch il commerciante restasse in silenzio. Dopo poco tempo si allontan.

Come conosci questo fornaio? insistette.

Dai miei viaggi a Myra. Un posto dove dormire  sempre prezioso e le strade non sono sicure. Il fornaio mi era parso un uomo generoso quando venivo a comprare il pane, gliel'ho chiesto e lui mi ha offerto la sua casa. Poi, parlando, ci siamo scoperti entrambi cristiani. Abbiamo conversato di Ges e dei suoi insegnamenti, in cui lui crede.

Gi disse Ignazio, ma guardava a terra mentre parlava. Dici che crede in Ges ma non ci ha chiesto di celebrare l'eucarestia durante la cena. Non ti sembra strano?

Il commerciante non era un uomo che seguiva tutte le tradizioni cristiane con precisione e non si era accorto di questo.

Per i cristiani, amico mio, continu Ignazio c' qualcosa di peggio di quelli che non credono in Ges. Coloro che credono in lui in modo inappropriato sono da temere ancora di pi, perch travisano ogni cosa.

E con una rapidit sorprendente per un uomo della sua et, si gir, and di nuovo alla porta del forno e la apr. Non c'era nessuno. Il bagliore della brace in cui stava cuocendo il pane proiettava ombre sulla parete di quel luogo scavato nelle viscere di Myra.

Ci ha lasciati soli? domand il commerciante un po'confuso, nell'entrare nel forno.

Ci ha traditi rispose Ignazio e, con rapidit, inizi a dare istruzioni.Prendi le tue cose e andiamocene di qui prima che arrivino.

In un batter d'occhio, Ignazio e il commerciante si trovarono a camminare per le strade buie di Myra. Il commerciante di murex non aveva ben chiaro chi dovesse arrivare, ma Ignazio gli ordin di nascondersi sulla soglia di una taverna chiusa. Si udirono passi di sandali militari. Entrambi gli uomini trattennero il respiro. Videro un gruppo di legionari guidati da un ufficiale e insieme a questi la sagoma del fornaio che camminava verso casa sua.

Ignazio sapeva che i Romani lo cercavano da tempo, ma non pensava che le notizie sulla sua persona fossero arrivate pi in l della Siria. Ora aveva appena constatato che era considerato un ricercato in pi di una provincia romana.

Rapidamente, lui e il commerciante arrivarono al porto, presero il carro con il murex e partirono prima che le pattuglie romane dessero l'allarme. Di fronte all'espressione confusa del commerciante, Ignazio decise di spiegargli ci che stava succedendo.

Quel fornaio ci ha venduti ai Romani perch  uno degli... anticristo. Dovrai vendere la tua merce in un altro porto. Poi, con un mormorio tra le labbra, aggiunse: La fine del mondo si avvicina.

Il commerciante spron i cavalli e il carro aument la velocit.

Figlioli questa  l'ultima ora. Come avete udito che deve venire l'anticristo, di fatto ora molti anticristi sono apparsi. Da questo conosciamo che  l'ultima ora.

Prima lettera di Giovanni, 2, 18

1. A sud-ovest dell'attuale Turchia.

45

PIATRA ROSIE

Piatra Rosie, centro della Dacia
Giugno del 101 d.C.

Dopo essersi difeso a Tape, Decebolo prosegu verso nord, fino a trovare rifugio nella fortezza di Piatra Rosie, un autentico forte di mura di pietra che si ergeva arrogante sulle rocce rosse che davano il nome a quella fortificazione. Piatra Rosie era un quadrato murato che poteva ricordare con facilit, agli occhi di qualche romano, la mitica fortezza giudea di Masada, solo che l, nel cuore della Dacia, l'imponente fortezza di Decebalo era circondata dal verde dei boschi. In cima alle immense pareti di roccia rossa nidificavano gli avvoltoi che tornavano con lo stomaco pieno dopo essersi saziati con i cadaveri di Tape. Qui, il re dacico riun tutti i suoi pileati, il sommo sacerdote Bacilis e il resto dei consiglieri. Anche l'avvenente sorella del re era presente. Dochia aveva seguito Decebalo a dimostrazione dell'appoggio di tutta la famiglia reale in quella rischiosa spedizione militare. In tempi tanto incerti, la giovane comprendeva che era importante mostrare unit, almeno in pubblico, ma si sentiva a disagio in quella situazione. Pi di chiunque altro intuiva con chiarezza le difficolt che implicavano una vittoria sugli eserciti di Roma; soprattutto ora, sotto il comando del nuovo imperatore, che, come aveva insinuato Diegis in pi di un'occasione, appariva molto diverso dal debole Domiziano.

Voglio truppe in tutte le fortezze, da Tape fino alla capitale inizi a dire Decebalo. I suoi nobili annuivano. Ci rintaneremo qui, a Piatra Rosie, a Blidaru e a Costesti, per fermarli poi a Sarmizegetusa Regia, da dove diriger tutto personalmente. A Sarmizegetusa concentreremo parte dell'esercito, che rimarr in questo modo a salvaguardarla dagli attacchi romani. Rafforzeremo anche le fortezze di Germisara e Cugir per tagliare loro la strada verso le pianure di quella regione. Dobbiamo mantenere sotto controllo questo percorso per quando arriver l'inverno. E in queste fortezze concentreremo un secondo esercito.

I Romani gireranno verso sud a Blidaru, mio re comment allora Diegis. Sono sicuro che il nuovo imperatore vorr attaccare la nostra capitale.

Decebalo annu. Diegis era l'unico che aveva visto faccia a faccia l'imperatore di Roma, inoltre il nobile dacico sapeva comprendere bene le persone. Il re non prese alla leggera il suo commento.

 molto probabile. Infatti, Diegis, conto su questo. Poi Decebalo sorrise enigmatico. Tuttavia decise di spiegarsi: i suoi uomini avevano bisogno di sapere che c'era un buon piano dietro tutto ci, o avrebbero iniziato a temere una sconfitta, e la sconfitta era, in quel momento, l'ultima cosa che il re della Dacia aveva in mente. Conto su quello, s. Con i passi a nord bloccati da Germisara e Curgis e con il passo di Volcan verso sud bloccato dalla fortezza di Banita, quel maledetto romano verr direttamente a Sarmizegetusa Regia. S, hai ragione. E lo aspetteremo. Se decideranno di entrare nella nostra valle sacra, la lunga e lenta salita da Blidaru e Costesti li fermer. Potete stare tutti tranquilli su questo. Nel frattempo, voglio che siano inviati messaggeri ai Sarmati affinch si spostino a nord. Oltre Germisara. Dopo le perdite che hanno subito oggi sui monti Semenic apprezzeranno che li allontaniamo dalla prima linea di combattimento. Riposeranno l, ma bisogna informare i loro capi che in inverno reclameremo la loro partecipazione alla guerra. Perch questa campagna militare sar lunga, e con il freddo tutto cambier. Potete starne certi.

I pileati e il sommo sacerdote annuirono e, dopo un inchino, lasciarono il re con la sorella nella sala reale della fortezza.

Se ne sono andati soddisfatti comment Decebalo mentre prendeva un pezzo di carne da uno dei piatti che vari schiavi stavano mettendo sulla tavola.

S,  cos osserv Dochia.

I miei pileati sono sicuri insieme al loro re, ma mia sorella sembra preoccupata insinu il re senza smettere di masticare la carne di cervo.

Sono convinta che mio fratello abbia pensato a una buona strategia per combattere contro i Romani e so che le nostre truppe sono forti e che contiamo sull'alleanza dei Sarmati e di altri popoli, ma... non sarebbe un buon momento per negoziare una pace, ora che siamo ancora forti?

Il re smise di mangiare. Perch dici ancora? Credi forse che permetter che ci indeboliamo o che lasci questi vili Romani, questo petulante imperatore, osare attaccarci sul nostro territorio?

Dochia non aveva paura di suo fratello nemmeno quando gridava. Gli schiavi, invece, abbandonarono discretamente la sala.

Anche se mio fratello, il grande Decebalo, non vuole che questo accada,  possibile che la guerra si protragga per anni e noi potremmo non resistere. Lo hai detto tu che ora siamo forti. Negozia una buona pace. Possiamo mantenere il regno intatto. Sono sicura che l'imperatore romano sperava di massacrare le nostre truppe a Tape e non essendoci riuscito star considerando delle alternative.

Le donne non capiscono nulla di strategia militare ribatt Decebalo con sdegno. Ci a cui dovresti pensare  se sposarti con Vezinas o Diegis.

Dochia a quel punto rimase in silenzio, che era ci che Decebalo desiderava. Il re della Dacia riprese la sua cena. La carne di cervo era deliziosa.

46

ONTANI E CAVE

Drobeta, vicino al Danubio
Giugno del 101 d.C.

L'architetto non usciva dalla sua tenda da giorni. Cincinnato lo aveva visto passeggiare solo di notte, sulla riva del fiume, ma aveva scambiato appena poche parole con quell'uomo cupo e taciturno. Apollodoro si era limitato a dirgli di riunire legna, molta legna, mentre terminava di elaborare nuovi progetti del ponte che dovevano costruire. Cincinnato era rimasto sorpreso quando gli aveva parlato del ponte, in una delle poche notti in cui l'architetto passeggiava vicino alla riva.

Il tribuno guard all'altro lato del Danubio: la distanza era enorme. Sembrava impossibile riuscire in una tale impresa, ma Apollodoro sembrava convinto che invece fosse possibile. Cincinnato si strinse nelle spalle mentre osservava l'architetto allontanarsi di ritorno alla sua tenda, ma ordin che i legionari terminassero la fortificazione dell'accampamento, cercassero altri tronchi e li impilassero per quando quell'uomo strano e solitario, che doveva fare quel ponte impossibile, si fosse deciso a dare istruzioni pi precise.

Giunse finalmente una mattina luminosa. Erano passati due giorni senza pioggia; le giornate si allungavano l nel Nord e non faceva pi tanto freddo, anzi era gi caldo. Cincinnato si stava godendo un'abbondante colazione, con formaggio, zuppa di grano e un po' di latte di capra, quando l'architetto irruppe nella sua tenda.

Quei tronchi che state accumulando disse Apollodoro appena entrato non vanno bene. Devono essere diversi.

Cincinnato abbandon la ciotola di zuppa di grano sul tavolo. Perch? volle sapere. Con quei tronchi avevano costruito le palizzate dell'accampamento, di molti accampamenti, lungo tutto il confine del Danubio e ora saltava fuori che ci che andava bene per le legioni di Roma non era sufficientemente buono per quell'architetto.

Non resisteranno all'acqua, si gonfieranno presto, si romperanno. Non vanno bene per lavorare nel letto del fiume rispose Apollodoro di Damasco.

Caio Quinto Cincinnato guard l'architetto senza dire nulla. In quanto tribuno militare, lui non sapeva molto di tronchi, ma sapeva che il legno, dopo molto tempo sott'acqua o nelle sue vicinanze, poteva rompersi. Fino a l ci arrivava da solo.

Apollodoro si sedette su una sella senza spalliera che stava di fronte alla tavola su cui stava facendo colazione Cincinnato.

Hai gi costruito un ponte? gli domand diretto.

Cincinnato aveva fatto molte cose durante la sua lunga vita nella legione, ma quello no. No, non ho mai costruito un ponte.

Bene disse Apollodoro. D'accordo. E sospir un momento mentre si mordeva la lingua. Io ho bisogno di uomini esperti e m'inviano qualcuno che non ha mai partecipato alla costruzione di un ponte.

Cincinnato avvert il disprezzo nelle parole dell'architetto. Per un istante si domand se ribellarsi e dare un ceffone a quel presuntuoso, ma aveva accumulato troppi anni di onorevole servizio per rovinarli a causa della spacconeria di un civile.

Non so fare ponti, per questo ci sei tu disse ma so obbedire agli ordini e so eseguirli bene se mi si danno istruzioni precise.

Apollodoro lo guard meno sdegnato. In un certo senso l'ufficiale legionario aveva ragione: lui aveva chiesto solamente alberi, e alberi aveva avuto.

D'accordo rispose l'architetto. Accompagnami e ti mostrer ci di cui ho bisogno... Ci riflett un istante, ma alla fine si corresse: Ti mostrer di quali alberi... abbiamo bisogno.

L'architetto usc dalla tenda e Cincinnato lo segu irritato. Attraversarono l'accampamento, arrivarono alla porta decumana, si fermarono accanto a essa e a un ordine del tribuno questa venne aperta. Apollodoro cammin fino alla sponda del fiume guardando costantemente verso la vegetazione che cresceva in quella zona. Dovettero allontanarsi di un miglio dalla fortificazione romana, poich avevano gi tagliato gran parte degli alberi vicini per evitare che i Daci potessero nascondervisi, ma finalmente si fermarono davanti a un esemplare alto e forte che cresceva a qualche passo dal fiume.

Ecco quello che ci serve.  un ontano. Questo non  molto alto. Dobbiamo cercarne di pi alti spieg Apollodoro guardando il tribuno per assicurarsi che l'uomo lo capisse. Si distinguono dalle foglie. Ora con la primavera stanno germogliando con forza, le vedi? Si avvicin ai rami pi bassi dell'albero e tocc alcune di quelle che iniziavano a spuntare. I germogli giovani sono molto appiccicosi. Questo aiuter i tuoi uomini a identificarli. Crescono vicino ai fiumi. Alcuni alberi che avete tagliato sono di questo tipo, ma solo pochi. Devono essere tutti cos. Le foglie si mantengono verdi fino a quando cadono, in autunno, ma ora non conta,  solo una curiosit riguardo a questi alberi, ma ci che aiuter i tuoi uomini sono i germogli appiccicosi in primavera. Ah, e le foglie sono pi verdi davanti che dietro. Qui, osserva.

Il tribuno annu. E perch proprio questi alberi?

Apollodoro sorrise. Il legno di questi alberi, non so perch, nessuno lo sa, resiste all'acqua come nessun altro. Forse perch nascono vicino alla riva dei fiumi e sono abituati a essa.  di questi che abbiamo bisogno.

D'accordo conferm Cincinnato. Avrai questi alberi.

Bene. Apollodoro per non si mosse da l, appoggi invece le mani ai fianchi e guard verso sud, nella direzione opposta al fiume. Resta il problema della pietra.

Il tribuno guard nella stessa direzione. L vicino s'intravedeva una parete rocciosa. Abbiamo bisogno di una cava disse cercando d'interpretare lo sguardo dell'architetto.

S, una cava che i tuoi uomini sorveglino perch si estragga la pietra nel modo migliore. Sono gi arrivati i metallarii?

No rispose Cincinnato.

Be', ne abbiamo bisogno subito replic l'architetto con impazienza.

Non dipende da me ribatt il tribuno mentre gli dava le spalle e si allontanava.

Apollodoro osserv Cincinnato che prendeva il cammino di ritorno all'accampamento. La relazione con quell'ufficiale non era iniziata con il piede giusto, e nemmeno quella con il suo superiore, Tettio Giuliano, il legatus della provincia, andava bene. Per non si trattava di fare amicizie ma di costruire un ponte, il ponte pi lungo del mondo, il ponte pi difficile che mai nessuno avesse osato erigere. Aveva bisogno dei metallarii subito. Nel frattempo avrebbero cominciato a costruire la prima tura nel letto del fiume. Appena avesse avuto a disposizione abbastanza ontani.

47

UNA MONTAGNA DI TESTE TAGLIATE

Valle di Tape, Dacia
Giugno del 101 d.C.

Per la terza volta in meno di vent'anni, la valle di Tape si era riempita di cadaveri. Molti di loro, ancora una volta, Romani. Nel praetorium dell'accampamento si trovavano riuniti con l'imperatore tutti i legati, vari tribuni, altri ufficiali importanti e il prefetto del pretorio. Era presente anche il filosofo Dione Cocceiano, che ascoltava con attenzione tutto ci che l si commentava.

 stata una vittoria disse Lusio Quieto, ma a Traiano non sfugg che il capo della cavalleria nordafricana delle sue legioni non l'aveva detto n con voce convinta n aveva impiegato l'aggettivo grande.

Si sono ritirati, s, concesse l'imperatore ma lo hanno fatto soprattutto a causa della tormenta che si  scatenata alla fine della battaglia. Quante perdite abbiamo avuto?

Critone, il medico dell'imperatore, si stava affannando nel bendare il braccio leggermente insanguinato del Cesare. Nulla di grave. Un graffio derivato dal suo scontro con i Sarmati sul fianco sinistro che, dopo due giorni, ancora richiedeva delle cure. Aveva pulito e curato la ferita. L'imperatore era un uomo forte.

Longino fu il primo che os rispondere a Traiano. Poich erano passati un paio di giorni dalla battaglia, si potevano gi formulare delle valutazioni sul risultato dello scontro.

Sono morte diverse centinaia dei legionari di prima linea delle legioni I, II, III e IV.

Abbiamo perso anche molti uomini sul fianco destro, augusto aggiunse Lucio Licino Sura. Ci hanno bersagliato con le loro frecce prima che potessimo iniziare un combattimento corpo a corpo. Non sono sicuro, saranno morti duecento o trecento uomini, secondo quanto mi hanno riferito. E ci sono molti feriti. Questa pu essere la cosa pi grave.

Qualcosa di simile  successa sul fianco sinistro, Cesare disse Nigrino. La cavalleria sarmatica ha caricato potentemente il nostro lato. E guard Adriano, che si limit ad annuire senza dire nulla. Anche se non conosco il numero dei morti. I feriti sono molti, di questo sono sicuro, augusto. E... La voce di Nigrino vibr per un nervosismo mal simulato. ...e mi dispiace di non aver contenuto il nemico dal mio lato, Cesare. Non sono stato all'altezza della missione...

Traiano allora guard suo nipote.

Neanche io sono stato all'altezza, questa volta, Cesare disse Adriano.

Sciocchezze! esclam l'imperatore, che non voleva criticare nessuno dei presenti. Ci siamo fatti avanti nella stessa valle in cui mor Fusco, il prefetto del pretorio di Domiziano, e in cui la grande legione V Alaudae fu annientata. E sappiamo tutti quanto fossero bravi i legionari della V. Questa non  una campagna militare facile. Tutti avete combattuto bene. Ma  giusto riconoscere... E guard Tettio Giuliano direttamente negli occhi ...che Tettio  stato la chiave di questa battaglia, molto coraggioso ad attraversare quei monti. I Sarmati non potevano crederci quando hanno visto la legione di Tettio emergere alle loro spalle. Un tale gesto, Tettio Giuliano, sar ricompensato appropriatamente con le torques adeguate; sono onorificenze che ti sei guadagnato con valore.

Tettio Giuliano abbass lo sguardo senza poter evitare di arrossire leggermente.

Traiano continu a scrutare tutti i presenti in quell'improvvisato consilium augusti di guerra. Si ferm su Adriano. Il nipote, come sempre, lo guardava in uno strano modo capace di metterlo a disagio.

Tutti avete combattuto bene ripet l'imperatore e devi lo sguardo dagli occhi del nipote per tornare a fissare le mappe sul tavolo. Il clima non ci ha aiutato. Se non avesse iniziato a piovere la vittoria sarebbe stata molto pi decisiva.

Critone fin di bendare il braccio dell'imperatore, s'inchin e usc dalla tenda del praetorium. All'esterno la pioggia lo ricevette con meno violenza rispetto a prima. Sembrava che si stesse calmando. Si copr con il mantello che indossava. Aveva molti legionari da curare.

All'interno del praetorium il dialogo tra i legati di Roma continu.

Sono morti anche molti cavalieri delle legioni e credo alcuni singulares della cavalleria pretoriana disse Quieto guardando Liviano.

Il prefetto del pretorio annu, ma non aggiunse dati sul numero delle vittime della guardia imperiale. Era sempre molto discreto su tutto ci che riguardava i singulares che proteggevano la vita dell'imperatore.

Quieto continu: La cosa peggiore sono i feriti. Ce ne sono tantissimi.

La questione dei feriti cominciava a preoccupare Traiano. Nel suo cammino verso la tenda del praetorium aveva visto molti uomini stesi a terra in attesa di assistenza medica. Tanti feriti... era strano.

Perch ce ne sono tanti? chiese il Cesare.

Sura guardava a terra pensoso e lo stesso facevano Quieto, Nigrino, Liviano e lo stesso Adriano man mano che gli occhi di Traiano si posavano su di loro. Solo Longino prov a suggerire una spiegazione.

Io credo che la causa siano le falces dei Daci, queste armi allungate che finiscono con una lama ricurva. Le usano come se falciassero il grano, solo che tagliano le braccia e le gambe dei nostri uomini. Ho notato che alcuni legionari pi vecchi, che gi combatterono nella guerra precedente contro i Daci, ai tempi di Domiziano, si erano protetti gli avambracci con del cuoio, come le manicae dei gladiatori, e le gambe con dei gambali. Forse dovremmo incoraggiare tutti i legionari a proteggersi in questo modo per i prossimi combattimenti.

Traiano lo guard con autentico interesse.

Forse Longino ha ragione disse Sura. In ogni caso, quello che dice si pu constatare guardando i feriti.

La pioggia comincia a calmarsi finalmente comment in quel momento Quieto, accortosi che il rumore delle gocce che sbattevano contro il tetto della tenda era diminuito notevolmente.

Allora andiamo a vedere i feriti concluse Traiano alzandosi con decisione. Voi, venite con me. E indic Longino, Sura, Quieto, Tettio Giuliano e... Nigrino e Adriano. E, all'ultimo momento, anche il perennemente silenzioso Dione Coccieiano.

Anche Liviano, in qualit di prefetto del pretorio con la responsabilit della sicurezza del Cesare, usc con il seguito imperiale. Lui non aveva bisogno di essere chiamato da Traiano. Doveva sempre stargli accanto. Quello era il suo compito. Liviano ancora non sapeva fino a che punto potesse essere fondamentale rimanere sempre vicino al Cesare.

All'esterno, l'intera valle era ricoperta di cadaveri e feriti. Le continue piogge non avevano permesso di ritirarli tutti. I legionari si erano preoccupati di mettere al sicuro, al centro, i compagni ancora vivi, lontani dai sempre temuti versanti boscosi dei monti Semenic e Banatului. Sparpagliati, alla portata degli avvoltoi, restavano i morti, soprattutto nemici. La maggior parte dei cadaveri dei legionari era stata provvisoriamente ricoperta con un po' di terra.

Si stava facendo notte. Si sentirono i lupi ululare in lontananza.

Fiutano l'odore dei cadaveri disse Quieto.

E del sangue dei feriti comment Adriano.

Traiano si ferm e guard verso gli alberi. Sicuramente conferm. Voglio che si monti la guardia tutte le notti, anche intorno ai morti. Nessuna bestiaccia del bosco si manger i nostri. Quando finir il maltempo li seppelliremo come si conviene.

Faremo cos, Cesare conferm Sura.

Allora si avvicinarono a un gruppo di feriti, dove gi si trovava Critone. Il medico, che subito immagin a cosa si dovesse la visita dell'imperatore, fece un rapporto chiaro e sintetico.

Sono soprattutto ferite alle braccia e alle gambe. Tagli non mortali ma che renderanno inservibili questi uomini per settimane. Alcuni per sempre. Mi dispiace, Cesare.

Traiano annu senza dire nulla. Camminava tra i feriti, seguito da vicino da Liviano e dal resto degli alti ufficiali dell'esercito romano in guerra a nord del Danubio. L'imperatore si ferm e fece un segnale a Critone. Il medico greco si avvicin immediatamente.

Perch non si bendano bene le ferite di tutti i legionari? domand il Cesare, avendo notato molti legionari con gambe e braccia insanguinate prive di bendaggio.

Critone deglut. Non ho... Augusto... abbastanza tela per bendarli tutti. Bendo solo i pi gravi...

Per Marte! Questo non pu essere! esclam Traiano visibilmente infastidito. Hanno combattuto per Roma! Sono stati feriti per lei! Meritano che Roma li assista ora che hanno bisogno d'aiuto!

Lo so, augusto, lo capisco, ma non... argoment Critone guardando a terra, nervoso.

Non ci sono abbastanza bende. Me l'hai gi detto sentenzi l'imperatore. Traiano stringeva le labbra. C' per il mio bagaglio: le mie toghe imperiali, le mie tuniche e le tele che si usano nella tenda del praetorium per decorarla, e le mie lenzuola, e le coperte... Quindi si rivolse a Liviano. Che portino qui ogni cosa e che Critone usi tutto ci di cui ha bisogno. Poi al medico disse: Taglia tutte le tele come ti risulta pi utile; usa tutte le mie toghe, se ne hai bisogno, ma voglio che le ferite di questi uomini siano curate e bendate.  chiaro?.

S, Cesare rispose Critone sbarrando gli occhi. Un dubbio lo tormentava. Sapeva che sicuramente avrebbe avuto bisogno di tutte le tele che gli avessero portato, ma non sapeva se... Posso usare anche le toghe imperiali?

S rispose Traiano e riprese il cammino.

I legionari feriti alle gambe e alle braccia cercavano di alzarsi al suo passaggio, ma il Cesare faceva gesti con le mani perch non lo facessero, perch continuassero a riposare, per riprendersi. Nessuno os pronunciarsi, finch Adriano non tent di esprimere la propria perplessit.

 una buona idea strappare le toghe purpuree dell'imperatore per bendare delle ferite... augusto? Ad Adriano, come sempre, sembrava costar fatica aggiungere il titolo di augusto quando si rivolgeva allo zio. Alcuni penseranno che tagliare le toghe purpuree possa portare sfortuna.

Traiano si ferm e affront il nipote. L'unica cosa che porta sfortuna  un legionario ferito. E non aggiunse altro.

Osserv che Dione Cocceiano annuiva lentamente, pensoso. L'imperatore si era rimesso in cammino quando un ufficiale si avvicin al suo seguito e si rivolse a Tettio Giuliano a bassa voce. Il legatus annu, poi parl.

Gli ausiliari vogliono farti un regalo, augusto.

Un regalo? chiese Traiano.

S, augusto conferm Tettio Giuliano.

Bene, vediamo di cosa si tratta.

Il Cesare si diresse dove l'ufficiale di Tettio Giuliano gli indicava. Poco a poco lasciarono indietro le centinaia di feriti e si avvicinarono al versante dei monti Semenic. L c'erano vari ufficiali degli ausiliari britanni e illirici, insieme ad altri di varia provenienza. Man mano che Traiano si avvicinava seguito da Longino, Sura, Quieto e il resto dei legati, tribuni e dalla guardia pretoriana, gli ufficiali britanni e illirici si facevano di lato affinch l'imperatore potesse ammirare bene il regalo che gli avevano preparato: una grande catasta di teste tagliate si ammassava proprio dove iniziava il bosco. Dalle barbe, dai copricapi di alcuni e dagli elmi di altri, si poteva distinguere, tra le orrende espressioni di dolore, le maschere di paura, le lingue ritorte e le tracce di sangue, che si trattava di un'enorme montagna di teste dei Daci e dei Sarmati morti in combattimento.

Traiano si ferm davanti a quella macabra visione. Sapeva che gli ausiliari cercavano di riscattarsi per non aver agito con l'energia necessaria in tutte le linee di battaglia. Senza dubbio si erano sforzati di provocare un buon numero di perdite al nemico, anche se solo nelle ultime fasi dello scontro. All'imperatore non piacevano le esibizioni di morte, ma sapeva che per gli ausiliari quello era il miglior modo per essere correttamente valutati per i loro servizi a Roma.

Accetto il vostro regalo disse perci il Cesare rivolgendosi agli ufficiali britanni e illirici, e spero che siano solo i primi di una lunga serie di nemici uccisi in questa guerra.

Gli ufficiali ausiliari annuirono e s'inchinarono davanti all'imperatore. Il corteo del Cesare si diresse poi verso il praetorium.

Lo fanno sempre? chiese Dione Cocceiano a Traiano, rompendo cos il suo lungo silenzio.

 il loro modo di dimostrare che hanno compiuto il loro dovere. Forse queste cataste di teste tagliate, cos come i cadaveri e i feriti, non saranno di tuo gradimento, ma siamo in guerra.

E contro un popolo forte e capace aggiunse il filosofo greco. Sono stati abili a resistere all'attacco di un Cesare che conduceva sette legioni.

S, senza dubbio bisogna riconoscere il coraggio dei Daci e dei loro alleati, e le doti strategiche dei capi degli uni e degli altri ammise Traiano. Questa non sar una guerra facile.

Ma render la vittoria pi importante ribatt Dione Cocceiano. Per...

Traiano si ferm e lo guard. Per...? indag, sempre interessato alle opinioni del vecchio filosofo.

Niente, augusto, pensieri senza significato di un anziano abituato a riflettere troppo.

No, dimmi. Ti ascolto insistette l'imperatore.

Dione Cocceiano sospir e finalmente si decise a parlare. A volte, Cesare, mi domando se sia sempre necessaria tanta violenza, tanti morti, tanta sofferenza degli uni e degli altri. Perch non  possibile intendersi in altro modo?

Abbiamo negoziato con Decebalo in numerose occasioni e raggiunto degli accordi, ma lui li ha infranti uno dopo l'altro. Anche quando Domiziano lo pagava per non attaccarci, lui ordinava incursioni a sud del Danubio per terrorizzare i cittadini della Mesia e della Pannonia. Con un uomo del genere, alla fine resta solo la forza delle legioni.

Suppongo che sia cos. Il Cesare sa molto pi di me di guerra e di confini, di impero e di potere. Ho gi detto che sono solo riflessioni di un anziano filosofo. E Dione Cocceiano riprese a camminare.

Ci nonostante Traiano rimase fermo l, in piedi. Guard alle sue spalle: poteva ancora vedere gli ausiliari festeggiare intorno alla catasta di teste mozzate. Poi guard di nuovo i suoi ufficiali.

Riflessioni di un vecchio, disse Longino lo ha detto lui.

Senza dubbio conferm l'imperatore, ma nel suo intimo si sentiva a disagio con se stesso. Quel vecchio filosofo e le sue parole lo confondevano spesso. Magari un giorno sarebbe riuscito a capirlo.

Credo che abbiamo tutti bisogno di un po' di vino, augusto disse Longino.

Traiano annu con la testa e riprese a camminare. Era esausto.

48

IL SEGRETO DELLA VESTALE

Roma
Autunno del 101 d.C.

Quattro mesi dopo la battaglia di Tape, il freddo dell'autunno cominci a farsi sentire nelle strade di Roma. Mentre camminava in direzione delle terme in cerca del calore delle sue calde piscine, Plinio immagin quanto dovesse essere dura la spedizione militare delle legioni a nord del Danubio. Dopo una vittoria iniziale, i Daci si erano rifugiati nelle loro fortezze di montagna e la guerra si era interrotta. Per Traiano non era facile: un inverno in territorio ostile non doveva essere piacevole... ma lo sguardo dell'uomo alla porta delle terme fece tornare Plinio alla realt del suo immediato presente.

Plinio diede una moneta a uno dei liberti che sorvegliavano l'entrata delle terme erette dall'imperatore Tito sui resti del palazzo imperiale di Nerone. Quei bagni costituivano un maestoso edificio che poteva ospitare fino a milleseicento persone. C'erano altre terme popolari, come quelle di Agrippa, le pi antiche di Roma, ma a Plinio, come alla maggior parte dei senatori, piaceva di pi quell'edificio lussuosamente decorato e con le piscine perfettamente curate. Inoltre, le terme di Agrippa avevano subto danni importanti durante uno dei numerosi incendi che avevano continuamente afflitto Roma e c'erano ancora dei lavori di ricostruzione in diverse stanze. No, in quel momento, le terme di Tito non avevano rivali in citt.

Plinio si lasci alle spalle la sala degli atleti e la biblioteca e pass direttamente all'apodyterium, dove, con l'aiuto di uno schiavo, si svest rimanendo coperto solo da un telo. Da l pass all'unctuarium, la sala degli oli; non si trattenne molto perch gli dava fastidio restare con la pelle eccessivamente unta. Attravers il coryceum, dove molti si fermavano per fare esercizi fisici, ma il senatore non voleva trattenersi neanche l. Entr cos nella sala delle piscine d'acqua calda e inizi la sua ricerca passando con gli occhi tutti i volti dei cittadini che si trovavano nel grande calidarium. I corpi nudi erano cos simili gli uni agli altri che solo la fisionomia poteva essere utile a identificare in fretta chi si cercava. Il compito risultava complicato, ma qualcuno lo salut alzando il braccio, il che facilit enormemente le cose. Plinio si avvicin al senatore Menenio.

 magnifico vederti di nuovo disse quest'ultimo. Sono venuto a cercarti a casa tua tempo fa, ma non hanno saputo dirmi dove ti trovavi.

Plinio sorrise. Tutti abbiamo i nostri segreti disse.

Un segreto che non deve conoscere nemmeno tua moglie, da quel che ho inteso, ma non deve trattarsi di un'altra donna, perch Pompea non mi  parsa gelosa replic Menenio gettandosi un po' d'acqua calda sulle spalle. Parlavano tra le esalazioni del vapore che si alzava costantemente dalla grande e calda piscina.

Pompea ha molti difetti, ma non  una moglie gelosa comment Plinio e subito decise di cambiare argomento per evitare che il suo interlocutore cercasse di verificare dove fosse stato in quei giorni in cui si era assentato dalla citt per parlare in segreto con l'imperatore Traiano. In ogni caso, il senatore Menenio pu stare sicuro che non faccio altro che raccogliere informazioni per preparare al meglio la difesa nel processo contro sua figlia.

Menenio annu e il suo volto torn triste. Plinio sent di essere stato troppo brusco nel cambiare argomento, ma senza dubbio la sua strategia, oltre al dolore prodotto, ottenne l'effetto voluto di far dimenticare al senatore la sua strana assenza da Roma la settimana precedente.

Forse non sono un buon romano, Plinio.

Perch? chiese l'avvocato, un po' sorpreso per il commento di un uomo che sapeva d'essere un gran cittadino.

Tutti desideriamo una rapida vittoria dell'imperatore in Dacia, ma io, invece, spero solo che la guerra si prolunghi per il maggior tempo possibile.

Perch questo ritardi il processo, vero? domand Plinio.

S.

I due tacquero per un momento.

Prima che romano, un uomo  un padre comment infine Plinio.

Ce la farai contro di loro? chiese allora Menenio, gi completamente preso dalla questione del processo di sua figlia.

Io credo che potremo difenderla abbastanza bene, anche se non posso...

Non puoi garantire nulla, lo so.

S,  cos, mi dispiace si scus Plinio.

Molte persone cominciavano ad abbandonare la grande stanza. Stava per cominciare una rappresentazione teatrale nelle sale adiacenti.

I due senatori rimasero praticamente soli. Plinio approfitt dell'opportunit che stava cercando da giorni.

In tutti i casi c' qualcosa in particolare che mi preoccupa disse.

Se posso esserti d'aiuto, ti prego dimmelo e chiedi ci che vuoi; sai gi che sono a tua completa disposizione ribatt Menenio con sincerit. Avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvare la figlia. Qualsiasi cosa.

Plinio tard a formulare la richiesta. Aspett che rimanessero del tutto soli nella sala del calidarium. Si udivano le risate di chi era andato ad assistere all'opera teatrale. Quelle risate avrebbero impedito che qualcuno potesse ascoltarli.

Mi hai mentito, Menenio disse poi a bassa voce. Non so perch. E questo mi preoccupa.

L'altro senatore impallid. L'ultima cosa che desiderava, il suo peggior incubo, era che Plinio, che doveva difendere la vita di sua figlia, potesse dubitare di lui. E soprattutto in quei giorni d'incertezza.

Non ti capisco fu tutto ci che riusc a dire.

Plinio si avvicin ancora di pi. Gli parl all'orecchio. A casa mia, mesi fa, prima che l'imperatore partisse per il Nord, quando venisti a chiedermi di difendere tua figlia se l'accusa di crimen incesti fosse stata formalizzata, ti domandai se ci fosse qualche segreto su di lei che potesse essere importante, perch in quel caso io dovevo conoscerlo. Se gli accusatori scoprissero qualche segreto sulla giovane vestale senza che io ne sia al corrente, ci potrebbe essere fatale nel processo. Ti chiesi questo e tu mi dicesti che non c'era alcun segreto. Mi mentivi. Ora ne sono sicuro. Ho parlato con l'imperatore in persona e ora so che c' un grosso segreto collegato alla nascita di Menenia.

Menenio deglut e si separ un poco dal suo amico. Quanto sapeva veramente Plinio? Quanto gli aveva raccontato l'imperatore? Ma questa non era la cosa pi importante. Ora la sua priorit era recuperare la completa fiducia del suo amico, senatore e avvocato di sua figlia.

Plinio not il difficile conflitto che si stava combattendo nell'intimo di Menenio e prov compassione per lui. Non voleva far soffrire l'amico, ma lo faceva per il suo stesso bene. Era talmente usuale che gli accusati o gli amici e i familiari dell'accusato nascondessero informazioni agli avvocati, pensando che in quel modo sarebbero stati d'aiuto nel processo, che ci si era trasformato in un'abitudine; quando, invece, l'unica cosa che rafforzava una difesa era sapere tutto. Sapere tutto non implicava dire tutto durante il processo, n renderlo di pubblico dominio, ma era essenziale la conoscenza di tutto per costruire al meglio la difesa. Con Traiano aveva sbattuto contro un muro impenetrabile e non aveva ottenuto nulla. Ma anche a costo di contravvenire di nuovo ai desideri imperiali, Plinio sentiva che con Menenio sarebbe potuto arrivare pi a fondo in quei segreti che, sicuramente, erano all'origine del processo.

Accadde una notte, anni fa inizi Menenio con lo sguardo basso. Il sudore provocato dai vapori del calidarium si mescolava a quello della tensione che stava accumulando.

Ti ascolto disse Plinio e torn ad avvicinarsi perch il suo amico non dovesse alzare la voce.

Era una notte piacevole. Non faceva freddo n caldo. Mia moglie e io avevamo sempre desiderato dei figli, ma gli dei ci privavano di questo sogno. Spesso i capricci degli dei mi appaiono strani. Avevamo sempre rispettato tutti i riti sacri: mia moglie si era recata decine di volte ai luperci, durante la Februa, affinch i sacerdoti la cingessero con il sacro nastro di cuoio al fine di aumentare la sua fertilit, ma sempre senza risultato. Cecilia si era sempre sentita colpevole. Credeva che fosse perch la sua famiglia, a differenza della mia,  di origine plebea, per quanto s'impegnino a dire che discendono da Caecas, il compagno di Enea. Ma ci non importa. Accadde una notte, ti dicevo. Una notte in cui forse gli dei decisero di rispondere a tutte le nostre preghiere e richieste con un bellissimo dono: qualcuno buss alla porta della nostra domus. Subito capii che quella non era una normale visita. Mi vestii con una tunica e uscii nell'atrio. Gli schiavi erano gi accorsi e ordinai loro di aprire la porta, non senza prima armarsi con bastoni e paletti. Doveva essere la secunda vigilia ed eravamo ai terribili tempi di Domiziano. Io mi ero sforzato di mantenermi al margine degli odi dell'imperatore, ma era difficile sapere cosa avesse in mente quel maledetto, cos dormivamo sempre con la paura e temevamo il peggio quando bussavano alla porta, specialmente in ore tanto inopportune. Tu sai bene com'erano quei tempi. Ma alla fine aprimmo. Menenio guard l'amico. Si trattava di una giovane donna, una schiava, protetta da due liberti, robusti e armati di daghe e grosse pertiche. Portavano una torcia ancora fumante, ma l'avevano spenta, sicuramente perch nessuno vedesse dove bussavano. Non mi sembrarono pericolosi, solo spaventati. No, questa non  la parola giusta: erano terrorizzati. Fu in quell'istante che sentii piangere per la prima volta la bambina. Li lasciai entrare e la schiava s'inginocchi nell'atrio e mi mostr la piccola che portava tra le braccia. Uno dei liberti mi guard come se volesse parlare, ma il panico era riflesso in ogni suo lineamento. Mia moglie era appena entrata nell'atrio. Guardai i miei schiavi. Lasciateci soli dissi, e siccome non se ne andavano, dovetti ordinarglielo un'altra volta: Andatevene! Cecilia mi guardava confusa e spaventata, ma le feci un gesto perch venisse accanto a me; e si mise al mio fianco, guardando con curiosit e timore quella schiava e la bambina che piangeva tra le sue braccia. Per Giove! Che cosa significa? domandai. Uno dei liberti, quello che reggeva la torcia spenta e sembrava essere il capo di quello strano gruppo, mi si avvicin e s'inginocchi anche lui. Le sue parole furono ancora pi enigmatiche di quanto avrei mai potuto immaginare: Chi mi invia vi prega di prendervi cura di questa bambina come se fosse vostra figlia; cos avrete la figlia che avete sempre desiderato. In cambio dovrete mantenere per sempre il segreto su questa notte e non svelare mai a nessuno n come n quando  arrivata questa bambina da voi; per tutto il mondo lei dovr essere vostra figlia. Dovrete farla passare sempre come vostra figlia. Chi m'invia confida nell'onest del senatore e di sua moglie Cecilia, sempre dimostrata dalle vostre azioni e dalla vostra prudenza. Questo era il messaggio.

Mi voltai verso mia moglie. Lei si era gi inginocchiata vicino alla schiava e stava prendendo dalle sue braccia la bambina. Cecilia l'avrebbe accolta anche se fosse stata inviata dallo stesso Ade, anche se fosse stata figlia di Plutone o di Vulcano, ma io avevo paura di un tale segreto durante la tirannia di Domiziano. Da dove viene? Chi ? Come si chiama questa bambina? chiesi, ma il liberto neg con la testa e mentre si alzava e si ritirava verso la porta mi rispose con una voce vibrante, tremolante:  vostra figlia, si chiamer Menenia come conviene a colei che, a partire da ora,  vostra primogenita; non so dirvi di pi, non chiedete di pi, mai, a nessuno. E i tre se ne andarono, rapidamente come erano arrivati, e sembravano felici di essersi sbarazzati della bambina. La creatura era tra le braccia di mia moglie. Avremo bisogno di una balia, qualcuna delle schiave pi giovani mi disse. Questo era ci che la preoccupava. Fu cos che Menenia arriv a casa nostra. Questo  il grande segreto.

Plinio annu. Che successe poi?

Lasciammo Roma per due anni, rispose Menenio per rifugiarci nella nostra villa a sud. Lasciammo la citt senza che i nostri amici sapessero nulla della bambina. L'idea era di fingere che mia moglie fosse rimasta incinta e avesse dato alla luce la piccola durante la nostra permanenza a Liternum. In quel periodo io tornai a Roma in varie occasioni, lo ricorderai forse, anche se eri molto giovane. A quel tempo m'incontravo spesso con tuo zio.

S ammise Plinio, il cui zio gli aveva parlato di Menenio e della gravidanza di sua moglie mentre si trovavano nella villa che possedevano a sud della citt. Credo di ricordare che mio zio comment che Cecilia era rimasta a Liternum perch i medici le avevano proibito di viaggiare durante la gravidanza. Aveva gi perso pi di un bambino, non  cos?

Esatto, conferm Menenio per questo tutto fu abbastanza facile. La nostra storia fu creduta da tutti. Ci che non capisco  come sei arrivato a dedurre che ci fosse qualcosa di strano sulla nascita di Menenia.

N tu n tua moglie assomigliate fisicamente alla giovane vestale disse Plinio.

Menenio sorrise. Nessuno se n'era accorto finora.

Nessuno se lo era domandato, finora, replic Plinio ma prima di un processo per crimen incesti bisogna considerare ogni cosa.

Le risate provenienti dalla sala del teatro erano sempre pi rumorose.

La commedia dev'essere buona comment Menenio per alleggerire un poco la conversazione.

Il Miles Gloriosus di Plauto rispose Plinio, che aveva consultato il programma delle rappresentazioni qualche giorno prima.

 una grande opera.

Senza dubbio ammise Plinio, ma poi torn a focalizzare la conversazione sull'argomento che gli interessava. Che successe dopo?

Dopo? domand Menenio un poco confuso.

Dopo che quella notte vi portarono la bambina in quel modo cos misterioso e senza rivelarvi chi fossero i suoi genitori.

Gi, s, capisco. Menenio sapeva che doveva raccontare tutto ci di cui era a conoscenza. Una volta aperta la cassa dei segreti ormai non gli importava pi di nulla, e, se c'era qualcosa che poteva aiutare a salvare Menenia forse era una buona idea svelarla a Plinio. Ora continuer, ma prima voglio che tu sappia che non importa come arriv da noi la bambina: per mia moglie e me Menenia  nostra figlia, in quanto tale l'abbiamo cresciuta e in quanto tale la amiamo.

Questo  ovvio disse Plinio. Sono sicuro che chi vi ha mandato la bambina vi ha scelto con coscienza, sapendo che avreste agito cos con lei, nei momenti felici e in quelli difficili, come in questi giorni in cui sulla giovane pesa la terribile accusa.

Va bene, va bene, per Castore e Polluce, volevo solo che questo fosse chiaro. Che successe dopo quella notte? Qualcosa di particolare: qualche settimana dopo aver ricevuto la bambina, due uomini e una donna furono trovati morti sulla strada per Liternum. Si tratta di una piccola citt e si viene a sapere sempre ogni accadimento. La cosa m'incurios e andai a vedere i corpi, cos come fecero molti altri curiosi in attesa che i vigiles si facessero carico di quei cadaveri. Arrivai quando stavano per portarli via in un carro, per sotterrarli lontano dall'abitato. Menenio guard allora Plinio negli occhi. Si trattava dei due liberti e della schiava che avevano portato Menenia. Come erano arrivati fin l? Questo mi domandavo. Il mio timore che potesse accadere qualcosa alla bambina aument a dismisura. Nascosi ci che era successo a Cecilia. Non vedevo in che modo potesse essere d'aiuto spaventarla ancora di pi di quanto lo ero io. Lei aveva subito nutrito un immenso affetto per la piccola, che, bisogna ammettere, era una bambina bellissima, energica e con una voglia di vivere che poche volte ho visto in una creatura, anche se immagino che tutti i padri debbano provare qualcosa di simile. Menenio sorrise.  curioso, amico mio, ma mi sentivo un vero padre.

Accadde qualcos'altro? insistette Plinio, che non aveva tempo per i ricordi sulle meraviglie della paternit. N la prima n la seconda moglie gli avevano dato figli.

Menenio lo guard. Esit un poco prima di tornare a concentrarsi su ci che gli aveva appena domandato l'amico.

No, nient'altro. Menenia crebbe forte e sana e molto bella. Fece amicizia con Celer, un'amicizia pura e infantile che fu interrotta la notte in cui i pretoriani di Domiziano irruppero per strapparcela via e mandarla al processo di selezione delle vestali. Se fosse stata accettata, la vita di Menenia sarebbe dipesa direttamente dall'imperatore, e in questo modo lui, il Pontifex Maximus Domiziano, si assicurava la lealt, o quanto meno il silenzio, dei genitori delle selezionate. Domiziano cercava di rimpiazzare le vestali che aveva giustiziato negli ultimi anni grazie a false prove, accuse inventate di crimen incesti, come...

Come quello che pesa oggi su Menenia. Plinio termin la frase.

S, esatto. Credi forse che ci sia una connessione tra tutto questo? Tra Domiziano, l'origine misteriosa di Menenia e le altre accuse di crimen incesti?

Non lo so.  tutto molto strano e pi indago pi...

...pi ti senti confuso concluse Menenio.

Non esattamente lo corresse Plinio, che percepiva il forte senso di fallimento nelle parole del suo amico e non voleva che pensasse che tutto fosse perduto nella difesa di sua figlia. No, pi indago pi sfaccettature si aggiungono a questo processo. Presto o tardi incastrer tutti i pezzi del mosaico, non dubitarne. Ma evidentemente tutto ci che sta accadendo a tua figlia non pu essere una casualit. C' chi crede nelle casualit. Io no. Mai.

Menenio abbass lo sguardo. Si fece serio. I vapori del calidarium lo avvolgevano in uno spessore nebuloso che rendeva tutto irreale, come in un sogno.

C' ancora una cosa aggiunse Plinio.

S?

Cosa c'entra Traiano con tutto questo? Finora non hai detto nulla che colleghi Menenia al nuovo imperatore e, tuttavia,  Traiano quello che ti raccomand a me come avvocato e che sembra realmente interessato alla buona difesa di tua figlia. Perch?

Menenio alz le spalle. Non lo so. So solo che il giorno stesso che tu leggesti il tuo panegirico, il grande discorso per dare il benvenuto a Traiano in senato, e poi lui ci invit tutti al palazzo imperiale, alla fine del banchetto, nella lunga commissatio che ne segu, il Cesare si avvicin per parlare con me. Aveva conversato con uno e con l'altro, discutendo di vari temi relativi all'Impero, sondando la predisposizione di ognuno ad assumere differenti incarichi, cos nessuno si sorprese quando il Cesare mi si avvicin.

Ma a te non parl del governo di Roma, non  cos? indag Plinio.

No. A me chiese di Menenia.

Che cosa ti disse esattamente Traiano?

Traiano mi domand... E Menenio chiuse gli occhi come immergendosi nel pi profondo dei ricordi per recuperare le esatte parole. Qualcuno  a conoscenza di come Menenia ti  stata portata? Io, come immaginerai, non potei contenere la sorpresa nel mio sguardo, ma l'imperatore mi prese per il braccio e mi condusse presso uno dei grandi peristili del palazzo imperiale. Nel centro c'era una pantomima di quelle che piacciono tanto al Cesare, e nessuno si accorse di noi mentre passeggiavamo sotto gli archi del porticato, tra le ombre. Voglio solo sapere se qualcuno sa qualcosa sul modo in cui Menenia  arrivata a casa tua insistette l'imperatore. Alla fine gli risposi di no, che non ne avevo mai parlato con nessuno. Bene mi disse. Deve essere cos. Nessuno deve mai saperlo. E non  mai pi tornato sul tema.

Neppure ora che Menenia  accusata di crimen incesti? chiese Plinio.

No. Neppure ora. Traiano non  mai tornato a parlare con me dell'argomento. Abbiamo disquisito di imposte, delle strade romane, degli acquedotti e di una moltitudine di argomenti relativi ai lavori pubblici; sai che questo  ci di cui ho pi esperienza in senato. Ma mai abbiamo affrontato nuovamente l'argomento di Menenia, eccetto per il fatto che pensava che tu potessi essere un buon avvocato per lei.

Dunque l'imperatore,  ovvio, conosce l'origine della vestale, di colei che tu hai cresciuto come tua figlia.

Senza dubbio deve essere cos accett Menenio. O almeno deve saperne pi di me.

Bene, bene disse Plinio, appoggiandosi allo schienale della panca in pietra su cui erano seduti.

In teatro doveva esserci la pausa tra il primo e il secondo atto e molti tornavano per un tuffo dentro la piscina. Plinio osserv gli uomini bagnarsi e ridere mentre commentavano alcune delle battute dell'opera di Plauto. Tutti alieni a quel mondo oscuro pieno di enigmi su cui si ergeva l'Impero di Roma. Chi era Menenia? E com'era possibile che l'imperatore Traiano conoscesse la sua origine e ci che era accaduto in quella lontana notte, anche se allora doveva essere un semplice legatus a... dove?

Quanti anni ha Menenia? chiese improvvisamente.

Diciannove rispose Menenio.

Plinio annu. Dov'era Traiano diciannove anni fa? indag.

Menenio lo guard con la fronte corrugata. Non ne sono sicuro ma credo che si trovasse sul Reno, a combattere contro i Catti.

S, anch'io credo che fosse l... non era ancora sposato con l'imperatrice Plotina.

A cosa stai pensando?

A nulla disse Plinio alzandosi.  ora che usciamo da questo calore e andiamo al tepidarium.

Menenio si aggiust l'asciugamano e lo segu.

Plinio riflett velocemente su tutto ci che era appena venuto a sapere: l'imperatore conosceva l'origine di Menenia o, almeno, sapeva che non era figlia di Menenio e di sua moglie Cecilia, e quando la bambina era stata portata dal senatore e da sua moglie, Traiano era un legatus celibe sul Reno. Chi era Menenia? Plinio sapeva di avere tra le mani un'informazione troppo grande. Ora iniziava a capire perch l'imperatore gli avesse ordinato di non investigare pi al riguardo: se l'imperatore aveva una figlia, non sarebbe piaciuto a chi si sentiva legittimato, in quel momento, a succedere al Cesare sul trono imperiale. Poteva una figlia illegittima alterare l'ordine della successione in seno alla famiglia imperiale? Una vestale, in fin dei conti, non poteva sposarsi... almeno finch non avesse cessato di essere tale. Dopo s, poteva farlo, anche se all'et in cui si lasciava il sacerdozio era molto difficile restare incinta. Ma, in ogni caso, una figlia poteva essere riconosciuta in qualsiasi momento dal Cesare e un suo futuro matrimonio trasformarsi in un affare di Stato. Era la figlia dell'imperatore colei che era accusata di crimen incesti? Era questo ci contro cui Plinio si scontrava o, semplicemente, esisteva un altro incastro dei pezzi di quel gigantesco mosaico fatto di segreti? Atello, nonostante il ritardo nel processo, non era riuscito a scoprire nulla su Sesto Pompeo, l'accusatore, a parte il fatto che a questi piaceva frequentare i postriboli della Suburra. Senza altre piste su cui indagare, il segreto della nascita della vestale e il suo possibile legame con l'imperatore Traiano lo spingevano a pensare che l'origine dell'accusa, forse, doveva essere ricercata nella linea di successione imperiale. Anche se forse tutto era pi facile, pi semplice, di quanto apparisse. Ma al momento non vedeva alternative. O forse invece le casualit esisteva davvero?

Improvvisamente Gaio Plinio Cecilio Secondo si ricord di qualcosa di assai rilevante e smise di camminare: la giovane vestale dalle origini incerte aveva visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere una notte che tornava all'Atrium Vestae dopo aver fatto visita al padre. Lei stessa lo aveva confessato quando si erano incontrati per preparare il processo. Riassumendo: Menenia poteva essere figlia di qualcuno di molto importante e sapeva cose che non doveva sapere. In simili circostanze era sorprendente che fosse ancora viva. E se era ancora viva, lo era, semplicemente, perch tutti quelli che avevano qualcosa contro quella giovane la davano gi per morta e sepolta.

Da anni, da decenni, nessuna vestale accusata di crimen incesti era mai stata assolta. I nemici della ragazza non pensavano che lui, Gaio Plinio Cecilio Secondo, potesse avere la minima possibilit di salvarla. E probabilmente avevano ragione.

Tutto bene? gli chiese Menenio. Perch ti sei fermato?

S, tutto bene rispose Plinio.

49

L'ESERCITO DI VEZINAS

Fortezza di Blidaru. Monti Ora?tie, centro della Dacia
Autunno del 101 d.C.

Con fare orgoglioso, Vezinas si stava aggiustando bene l'armatura. Quindicimila fanti dacichi e un potente corpo di cavalleria lo aspettavano sul pendio della fortezza di Blidaru. Decebalo in persona si avvicin per salutarlo davanti a tutti: il resto dei pileati, Bacilis, il sommo sacerdote, Diegis e, soprattutto, Dochia.

Vezinas, con te marciano i migliori del nostro esercito. Potrai contare inoltre sull'aiuto di parte della cavalleria sarmatica, che si unir a te pi a nord, a Germisara; cos ho concordato con i loro capi. E pi a est, quando arriverai nelle terre vicine al mare, ti si presenter il re dei Rossolani, Susago, per mettersi al tuo servizio con guerrieri scelti del suo popolo e dei Bastarni. Ascoltatemi bene tutti! E qui Decebalo alz il tono della voce per assicurarsi che tutti lo udissero, non solo quelli che si trovavano pi vicini a quel commiato, ma tutti i riuniti nella spianata pentagonale di Blidaru. Vezinas parte da qui con un grande esercito e ritorner prima della prossima primavera con una grande vittoria! Poi abbass di nuovo la voce e guard il pileatus che aveva scelto per quella spedizione militare. Vezinas, sta per arrivare l'inverno. L'avanzata verso nord e poi verso est e sud sar ardua, ma dovrai lottare soltanto contro la neve. Noi tratterremo i Romani qui, nel centro della Dacia. Traiano non si aspetta quest'azione. Al momento le sue legioni sono ferme negli assedi di Tape, Piatra Rosie e Banita. Presto arriver qui, alle porte di Blidaru e Costesti, mentre si sposta verso Sarmizegetusa, ma sapremo fermarlo. Vezinas, dovrai essere pi brutale e spietato che mai. Dovrai colpire Roma nelle sue viscere. Voglio che il nuovo imperatore sia ferito nel profondo.  sicuro di s perch la guerra si sta combattendo nelle nostre terre, nelle nostre citt, ma questo cambier molto presto. Devi causare un tale danno e una tale distruzione nella Mesia Inferiore che Traiano accetti di negoziare una pace vantaggiosa per il nostro popolo.

Traiano si piegher ai desideri di Decebalo rispose Vezinas con la soddisfazione di chi si sente eletto per ottenere le pi grandi vittorie. Molto presto, mio re, Traiano si piegher ai desideri del grande Decebalo come fece Domiziano in passato.

Il re dacico sorrise soddisfatto.

Vezinas, allora, si volt lentamente, cercando con lo sguardo gli occhi di Dochia, ma questa guardava a terra. Non importava. Una volta tornato vittorioso dal Sud, Decebalo non avrebbe pi potuto rimandare il suo matrimonio con la bella sorella del re. Il cammino verso la successione lo portava ogni giorno pi vicino. E Decebalo diventava ogni giorno pi vecchio, ed evitava il combattimento in prima linea. L'ultima battaglia di Tape, in cui i Romani lo avevano obbligato a ripiegare verso le fortezze del Nord e dei monti Ora?tie aveva indebolito enormemente l'immagine che tutti avevano di Decebalo, quella di un re invincibile. Se lui, Vezinas, fosse riuscito a devastare la grande regione a sud del Danubio, la Mesia Inferiore come la chiamavano i Romani, tutti avrebbero riconosciuto in lui il nuovo capo di cui la Dacia aveva bisogno. Spavaldo sul suo cavallo, part verso la vittoria, verso i suoi sogni.

Decebalo, intanto, osservava con attenzione Vezinas mentre si allontanava. Conosceva l'ambizione illimitata di quell'uomo. Diegis sarebbe stato molto pi affidabile in quella spedizione, ma, una volta conseguita la vittoria nel Sud, questi, proprio come Dochia, si sarebbe dimostrato molto pi propenso a negoziare una pace con i Romani invece che continuare a combattere, e sarebbe stato molto meno disposto, senza dubbio, a lanciare un altro attacco su grande scala come quello.

Decebalo abbass lo sguardo. Sapeva che se Vezinas avesse ottenuto la vittoria Traiano sarebbe stato disposto a negoziare. In cambio avrebbe ottenuto un Vezinas pi insolente e sicuro di s, ma questo era il male minore che avrebbe dovuto affrontare. Un veleno al momento giusto, durante qualche cena di festeggiamento nel palazzo reale di Sarmizegetusa, avrebbe potuto eliminare facilmente il vanitoso e presuntuoso Vezinas. Se questi, tuttavia, fosse tornato senza una grossa vittoria, il problema allora sarebbe stato Traiano. Un problema assai pi complicato, ma al momento preferiva non considerare questa eventualit. Era impossibile che Traiano potesse rendersi conto di ci che stava per accadere prima che fosse troppo tardi, prima che potesse fare qualcosa per impedirlo. Le notizie della distruzione completa della Mesia Inferiore, una grande provincia dell'Impero romano, sarebbero arrivate all'imperatore e al senato contemporaneamente. I timorosi senatori avrebbero obbligato Traiano a concordare la pace, se necessario, negli stessi termini che avevano patteggiato con Domiziano. Decebalo alz lo sguardo e sorrise paternamente alla moltitudine dacica che si era radunata per salutare il grande esercito in partenza per il Sud.

Vezinas, nel frattempo, si allontanava da Blidaru dritto sul suo cavallo, guardando davanti a s, verso l'infinito orizzonte di boschi che si estendevano come un mare verde, e che presto, ne era convinto, sarebbero stati sotto il suo dominio.

50

METALLARII E SIPHONES

Drobeta, vicino al Danubio
Autunno del 101 d.C.

Sono arrivati i metallarii!

Apollodoro riusc a udire la poderosa voce del tribuno sopra le grida dei legionari che si davano istruzioni l'un l'altro mentre terminavano di conficcare gli ultimi ontani della prima tura. Stavano lavorando a un'ottantina di piedi dalla riva e il fiume l era ancora poco profondo, tanto che gli alberi non dovevano essere molto alti ed erano stati riuniti rapidamente. Apollodoro era pi preoccupato per ci che sarebbe successo quando avessero provato a costruire la tura nel centro del letto del fiume. Aveva misurato la profondit e l gli alberi sarebbero dovuti essere di sessanta piedi, per di questi se ne trovavano pochi, almeno al momento. Ce n'erano di pi sulle montagne, ma l era sempre pericoloso addentrarsi. A meno che l'imperatore non avesse ottenuto una vittoria e sottomesso i Daci. Allora si sarebbero potute inviare delle truppe verso l'interno del bosco, in cerca di alberi pi alti.

Apollodoro aveva avuto problemi anche con i legionari. Nessuno l aveva mai costruito un ponte con i pilastri in pietra, e anche se avevano sentito parlare di ture non avevano ben chiaro cosa fossero n come si costruissero. L'architetto, nei giorni precedenti, aveva dovuto riunire gli ufficiali, gli optiones e i centurioni, sulla riva del Danubio e spiegare loro ci che avrebbero dovuto fare.

Una tura si costruisce nel seguente modo: dobbiamo creare un recinto isolato, senz'acqua, in mezzo al fiume. Come una piscina che poi svuoteremo. In realt ne dobbiamo costruire molti, di questi recinti o piscine. Uno per ogni pilastro del ponte. Questi spazi saranno cos. E aveva disegnato con un bastone un rettangolo nella sabbia. Conficcheremo gli ontani nel letto del fiume in modo da ottenere questo recinto. L'acqua filtrer dagli alberi, sar infatti impossibile trattenerla del tutto per ottenere una base completamente secca su cui inserire il pilastro di pietra. Dovremo costruire un secondo rettangolo pi grande attorno al rettangolo piccolo, con una seconda fila di pali di legno di ontano. E intanto lo disegnava. E poi penseremo a eliminare l'acqua che rimane tra i due rettangoli riempiendo le cavit tra un palo di legno e l'altro con terra argillosa. In questo modo costruiremo un autentico muro impermeabile intorno al rettangolo interno. Questa si chiama tura. Poi estrarremo tutta l'acqua dal centro e la tura, o muro fatto di ontano e argilla, protegger quello spazio dall'acqua del fiume; cos, una volta che sar ben asciutto, potremo iniziare le fondamenta del pilastro.  molto lavoro, per non  complicato.

E come toglieremo l'acqua dall'interno di questa... piscina? aveva domandato un centurione.

Apollodoro aveva annuito. Era una domanda sensata. Con un sipho; cio, pi di uno. Sono delle pompe forgiate in bronzo collegate a dei pistoni per tirare su l'acqua. L'architetto aveva notato gli sguardi confusi degli ufficiali alle sue spiegazioni su come funzionava il sipho. Per tutti gli dei, non importa come funziona. Useremo molte di queste pompe e con esse toglieremo l'acqua. Ne ho alcune con me, che ho fatto portare da Roma. Lavoreremo con quelle. Le monter. Sono facili da usare. Ci sono altre domande?

Non ve n'erano state.

Nei giorni seguenti i legionari avevano lavorato intensamente e in poco tempo avevano fissato i pali di legno dei due rettangoli, l'interno e l'esterno, e quella stessa mattina erano iniziati i lavori di abbassamento dell'acqua con i siphones. Apollodoro aveva supervisionato personalmente il montaggio dei siphones che aveva fatto portare da Roma smontati affinch fossero pi facilmente trasportabili. L'architetto aveva seguito allora con attenzione le istruzioni del manuale De architectura di Vitruvio e anche il libro Pneumatica di Erone d'Alessandria. Sapeva che nella biblioteca della grande capitale d'Egitto dovevano esserci delle copie del testo di Ctesibio, il matematico greco dell'epoca di Tolomeo II e Tolomeo III, che aveva inventato, tra molte altre opere d'ingegno, quelle magnifiche pompe per estrarre acqua; ma Apollodoro non aveva potuto ancora accedere a quegli scritti. In ogni caso, con i testi di Vitruvio e di Erone poteva montare le macchine abbastanza facilmente. Poi aveva spiegato con pazienza ai legionari come dovevano azionare, in modo ritmico, le leve delle pompe per mettere in funzione i siphones, e cio con un movimento oscillatorio continuo.

Stavano appunto estraendo l'acqua con questi quando Apollodoro ud la voce del tribuno annunciare l'arrivo dei metallarii.

Sono arrivati i metallarii ripet Cincinnato.

L'architetto si gir, assent e ordin ai due legionari della chiatta su cui si trovava per supervisionare tutti i lavori della costruzione della prima tura che remassero verso la riva in cui si trovava il loro superiore. Apollodoro aveva notato che i legionari se la stavano cavando bene con i siphones, cos ora era meglio verificare se anche i metallarii appena giunti sapessero fare il loro lavoro.

Andiamo con questi metallarii alla cava disse l'architetto quando arriv a riva, scendendo dalla chiatta.

Ci avevo gi pensato disse Cincinnato. Ci stanno aspettando l. E indic una delle pareti di roccia che si innalzavano in prossimit del Danubio e che Apollodoro aveva scelto come prima cava. Porter gli schiavi che sono venuti con i metallarii in un altro luogo perch siano sorvegliati, ma devo sapere se questi tagliapietre ti sono utili.

Quanti ne sono arrivati?

Dieci metallarii e trecento schiavi rispose il tribuno.

Non sono molti disse Apollodoro.

Sono parecchie bocche da sfamare e molti miserabili da sorvegliare. I metallarii non mi preoccupano: sono gentaglia ma uomini liberi che fanno il loro lavoro per sopravvivere. Non sanno fare altro. La maggior parte degli schiavi, invece, sono condannati a morte. Tentano sempre di scappare e noi siamo ai confini dell'Impero. Dovr ridurre il numero degli uomini che si occupano degli alberi affinch sorveglino questi schiavi. La coorte che li ha portati da Viminacium sta facendo ritorno alla capitale della provincia. Cincinnato si accorse dell'espressione arrabbiata dell'architetto. Io non ho colpa della guerra che si sta combattendo a nord. C' stata una grande battaglia e l'imperatore ha ottenuto una vittoria, a quanto pare, ma a caro prezzo. I Daci si sono rifugiati nelle loro fortezze e gran parte del loro esercito  intatto. L'imperatore non vuole separarsi da altri uomini per il tuo ponte, e lo capisco. Inoltre, con l'inverno, il freddo e la neve, lo spostamento di truppe  troppo complicato.

Apollodoro sapeva che ci che diceva il tribuno aveva senso, ma quel ragionamento, per quanto sensato fosse, non risolveva il suo problema: l'imperatore sarebbe tornato, prima o poi, e avrebbe voluto trovare i lavori gi ben avanzati. Al momento non aveva molto da mostrare. Invece, se avessero estratto bene l'acqua con i siphones, allora avrebbero potuto iniziare a erigere un pilastro, e poi un altro. Cos ci sarebbe stato qualcosa da mostrare al Cesare. Ora avevano bisogno di pietra e di gente che sapesse estrarla. Non si trattava semplicemente di costruire dei pilastri qualsiasi. Erano necessarie pietre di forma rettangolare, estratte con attenzione, che si incastrassero bene l'una con l'altra, oppure i pilastri sarebbero crollati. Aveva bisogno di metallarii esperti.

Dopo un po' di tempo, durante il quale il tribuno e l'architetto camminarono vicini ma rimanendo in silenzio, ognuno preso dai propri pensieri, giunsero alla cava che Apollodoro aveva scelto, a due miglia dal cantiere. Era solo la prima. L non c'era pietra sufficiente per tutti i pilastri del ponte, ma da l si doveva cominciare. L'importante era andare avanti e risolvere i problemi man mano che sorgevano. E Apollodoro sapeva che ne sarebbero sorti parecchi.

Qualcuno qui sa lavorare la pietra, vero? chiese quando arriv di fronte al piccolo gruppo di operai.

Tutti tacquero. Erano esausti per il veloce cammino che avevano dovuto affrontare negli ultimi giorni per arrivare l. I metallarii non erano degli schiavi. Erano uomini liberi, esattamente come aveva detto Cincinnato, ma mal considerati da tutti. Quel disprezzo verso di loro aveva sempre meravigliato Apollodoro, perch senza quei tagliapietre la maggior parte dei grandi edifici romani non sarebbe mai stata realizzata. Si poteva tentare qualsiasi grande opera pubblica anche senza l'amicizia di quegli operai, ma non si sarebbe mai ottenuta una grandiosa costruzione contro la loro volont: o si tagliavano le pietre con maestria o non ci sarebbero stati blocchi robusti e perfetti con cui costruire i pilastri del ponte.

Apollodoro, con sorpresa di Cincinnato, parl con tono rispettoso a uno di quei metallarii, quello che sembrava il pi anziano.

Ho un incarico dall'imperatore: dobbiamo costruire il ponte pi lungo del mondo sul Danubio. E si volt un momento per indicare il grande fiume che, come una sfida insuperabile, scorreva eterno e pieno, immenso di fronte a loro. E ho bisogno di grandi blocchi di pietra. Ho schiavi e ho legionari che mi aiuteranno. Ho gi il legno per le ture dei pilastri e per il rivestimento degli archi, e ho i progetti dell'intera costruzione, ma non so se avr la pietra di cui ho bisogno per erigere i grandi pilastri che dovranno sostenere tutta la struttura. Mantenne il silenzio nell'istante in cui fissava gli occhi dell'operaio. Non so se voi sarete capaci di darmi questa pietra.

L'operaio si raschi la gola e sput, di fianco ai piedi dell'architetto. Quindi si volt e raccolse varie attrezzature che erano sparse a terra. Si limit a guardare gli altri metallarii e questi lo accompagnarono vicino alle grandi pareti di roccia che s'innalzavano davanti a loro. Subito iniziarono a picconare la parete di pietra con varie dolabrae che picchiavano nella dura roccia per ottenere dei piccoli fori. Ogni foro che creavano nella pietra era alla stessa distanza, un piede da foro a foro. Per qualche momento si dedicarono a quelle incisioni. Poi presero tanti cunei o biette per quanti fori avevano realizzato nella parete. Li bagnarono con dell'acqua che uno dei legionari aveva portato dentro dei secchi, che usarono poi per poter immergere bene quei piccoli legni. Presero quindi i mallei, delle pesanti mazze di ferro, e le usarono per conficcare ognuno dei cunei fissati nei diversi fori che avevano fatto nella roccia, finch non furono completamente inseriti nella parete, all'apparenza indistruttibile. Gettarono un altro po' d'acqua nella parte esterna del cuneo. Erano sudati per lo sforzo. Si fermarono a recuperare il fiato. Sempre senza dire nulla.

Il tribuno guard Apollodoro di Damasco. L'architetto era serio, attendeva in silenzio.

Bisogna aspettare disse il metallarius.

Lo so rispose l'architetto.

La sicurezza nel tono di Apollodoro sorprese l'operaio. Erano in pochi a sapere come fare bene quel lavoro. L'architetto guard il cielo: era nuvoloso, faceva freddo e l'umidit tale da entrare nelle ossa. Questo avrebbe aiutato.

Il tribuno sospir con aria esasperata. Non capiva cosa stessero facendo. Aveva sete, cos si avvicin al portatore d'acqua e gli chiese che gli servissero da bere.

Prima che la gettino tutta su questa maledetta parete di pietra disse, ma n l'architetto n i metallarii sembrarono accorgersi delle sue lamentele.

Pass cos un'ora intera. Si parl poco. Apollodoro si sedette su alcune rocce a lato della cava recentemente inaugurata. I metallarii chiesero qualcosa da mangiare.

Mangerete quando l'architetto avr deciso che sapete fare il vostro lavoro rispose Cincinnato. Altrimenti questa stessa sera farete ritorno a Viminacium. Qui non si nutrono i fannulloni.

I metallarii tacquero e aspettarono.

Pass un'altra mezz'ora.

Improvvisamente si sent il primo scricchiolio. Cincinnato si volt verso la parete della roccia con la spada sguainata. Si era udito un forte suono, come se qualcuno avesse gettato qualcosa. Il tribuno temeva sempre un attacco dei Daci, di qualche gruppo inviato dal Nord. L'imperatore non aveva il controllo su quella guerra e tutto poteva accadere; ma l'unica cosa che Cincinnato si trov a dover affrontare furono le risate dei metallarii. Nessuno li stava attaccando. Invece, una prima crepa si stava formando sulla grande parete di pietra tra un'incisione e l'altra, tra i fori fatti dagli operai. Il legno bagnato dai metallarii si stava ingrossando e cresceva all'interno di quei piccoli fori in cui era stato inserito. La pressione del legno che si gonfiava per effetto dell'umidit era talmente forte da spaccare la roccia. Essendo le incisioni fatte in parallelo e a uguale distanza le une dalle altre, in breve una grande crepa in perfetta linea retta percorse l'intera parete di pietra.

 una buona roccia disse il pi vecchio dei metallarii. Avrai la pietra di cui hai bisogno, architetto.

Apollodoro annu. Le cose cominciavano ad andare per il verso giusto. Ora non sapeva pi perch si fosse preoccupato tanto. L'opera era grandiosa, pi grandiosa di qualunque altra mai realizzata prima, perfino pi grandiosa del restauro dell'Anfiteatro Flavio, e forse pi complicata per il fatto che doveva essere compiuta sul letto di un fiume il cui corso d'acqua non poteva essere deviato; eppure tutto cominciava ad andare per il verso giusto.

Architetto, architetto!

Apollodoro si volt. Un legionario, zuppo d'acqua e sporco di fango, stava arrivando di corsa dal fiume.

Che succede? gli chiese.

I siphones... inizi a spiegare il legionario, ma l'architetto non rimase tranquillo ad ascoltare ci che il soldato aveva da dire. Aveva visto il fango che copriva la sua uniforme e aveva gi intuito il problema.

Cincinnato segu l'architetto che si era messo immediatamente in marcia. Discesero rapidamente il versante su cui si erano arrampicati a fatica fino alla cava. Apollodoro sal immediatamente su una chiatta e si avvicin ai lavori della prima tura all'interno del fiume. Voleva vederlo con i suoi occhi. Scese dalla chiatta e cammin sul ponteggio fissato sul letto del Danubio, vicino ai pali che dovevano costituire il muro di contenimento della tura necessario per creare lo spazio in cui piantare il primo pilastro. Le pompe d'acqua erano l, ma non estraevano pi alcun liquido dalla cavit tra i due muri di legno di ontano, e tutto era pieno di densa fanghiglia. Il fango era il peggior nemico dei siphones.

Apollodoro esamin una a una le pompe dell'acqua. Erano tutte bloccate dal fango. Sospir. Non sarebbe stato facile. Potevano pulirle, ma per questo avrebbero dovuto smontarle e pulire i pistoni all'interno, e non era sicuro che l ci fossero operai in grado di eseguire quel lavoro. Avrebbe dovuto supervisionare lui stesso tutta l'operazione di pulizia di ogni pompa, come aveva fatto con il loro montaggio. Il tempo perso sarebbe stato enorme. Inoltre, con tanto fango, sarebbe stato un impegno inutile: i siphones si sarebbero ostruiti nuovamente e si sarebbero infangati di nuovo. No. Doveva pensare a un altro modo per estrarre l'acqua.

E con i secchi? Man mano, poco a poco... sugger Cincinnato, che si trovava proprio dietro l'architetto, dopo averlo raggiunto su una seconda chiatta.

No. Troppo lento. L'acqua che s'infiltra attraverso il muro di ontano riempierebbe lo spazio e non risolveremmo nulla rispose Apollodoro guardando ancora una volta le pompe bloccate. Abbiamo bisogno di altre macchine, pi grandi, che estraggano l'acqua fangosa con pi rapidit, o non avanzeremo con l'opera. E sput rabbiosamente nel fiume. Poi guard il tribuno. Hai a disposizione dei carpentieri, vero? Cos mi avevi detto.

S, certo.

Bene disse l'architetto, e fece segno ai rematori perch lo riportassero a riva.

Apollodoro di Damasco si chiuse nella sua tenda per vari giorni. Doveva trovare una soluzione per estrarre l'acqua in mezzo a tutto quel fango o tutto sarebbe venuto gi. Fango. Non aveva fatto i conti con quello. Doveva rileggere gli scritti di Vitruvio con attenzione.

Il lavoro alle ture fu sospeso.

Cincinnato controll che i metallarii si guadagnassero la paga nella cava e, inoltre, che si continuasse ad accumulare grandi tronchi di ontano. Eppure continuava a dubitare che si potesse proseguire con quel maledetto ponte. Era un'opera impossibile... per quanto l'imperatore o quel folle architetto pensassero il contrario.
...
.
...
FINE Parte 1.